STORIA DELL’OLD SHEFFIELD PLATE DAL 1743 al 1840

STORIA DELL’OLD SHEFFIELD PLATE DAL 1743 al 1840

STORIA DELL’ OLD SHEFFIELD PLATE
E DEL SUO SVILUPPO COMMERCIALE

Questo testo è il frutto di una lunga e curata traduzione del testo più importante mai scritto sull’argomento “Old Sheffield Plate”:

“History of Old Sheffield Plate”

dell’argentiere Thomas Bradbury, scritto ed editato per la prima volta nel 1912 attraverso le memorie di chi, come Bradbury, era ancora custode dei segreti di tale tecnica, ultima generazione ad aver imparato da giovani questa arte divenuta poi obsoleta. Dopo anni di oblio questa affascinante storia viene oggi molto discussa da operatori del settore e dai collezionisti. Spesso si mescolano verità con leggende e più spesso ancora si fa un unico calderone del mondo dei placcati in argento, raggruppando così il pur nobile Sheffield Plate realizzato per elettrolisi con il suo antenato storicamente e materialmente più importante realizzato per pressofusione. Il tema è talmente complesso che nemmeno Bradbury (cita) ne era a piena conoscenza, ci sono segreti e formule che purtroppo se ne andarono assieme ai loro utilizzatori o ancora, documenti dispersi che potessero farci luce su alcuni passaggi o accorgimenti. Mentre leggerete questo trattato tenete sempre presente una cosa molto importante, e cioè che quando l’autore dice “oggi”intende nel 1912, quindi anche terminologie un po’ arcaiche o concetti oramai a noi distanti ovviamente vanno letti nell’ottica di quegli ultimi fastosi anni ad un passo dall’ottocento e ad un altro dal decadimento europeo dato dalla prima guerra mondiale del 1914.

Da notare che menziona l'esistenza di falsi già nei primi anni del '900.

Francesco Li Volsi

 

 

PREFAZIONE

 

Lo scopo di questo lavoro è ampliare la conoscenza degli esemplari d’articoli Old Sheffield Plate, oggi molto pregiati; rintracciare l’origine dei processi per mezzo dei quali furono prodotti, fornire alcuni particolari sui produttori e i loro stabilimenti, le località, gli operai e i metodi adottati; ciò unitamente ad altri dettagli che potrebbero risultare interessanti sia per i collezionisti, che per coloro che commerciano nei prodotti di un’industria di vecchia data che oggi è caduta interamente in disuso. E’ scorretto affermare che la produzione degli articoli in placcato argento su rame per mezzo del processo di fusione, con bordi e fini supporti d’argento, e silver shields 1, è un’arte perduta. Una gran percentuale degli stampi da cui tali articoli erano ricavati in passato sono ancora presenti a Sheffield, mentre i laminatoi laminano, ancora come un tempo, le lamine d’argento fuso e rame. Vi sono pure degli operai in grado di intraprendere i difficili processi della saldatura su supporti in argento, del rubbing-in 2 dei silver shields e dell’applicazione di bordi fini in argento. L’industria nella sua antica forma sembra però destinata a non essere mai più risuscitata commercialmente; viviamo in un’epoca nella quale le persone che acquistano articoli placcati li richiedono nelle varietà più economiche. I produttori e i dettaglianti si uniscono per soddisfare completamente il pubblico a questo riguardo. Va prendendo piede l’idea che ai moderni articoli placcati è richiesta solo una durata di pochi anni – fino a che i o proprietari si stancheranno dei loro stili, o gli articoli non saranno più utilizzati.

Nello scrivere sull’argomento dell’Old Sheffield Plate, si è ritenuto essenziale includere alcuni particolari riguardanti la produzione degli articoli close-plated 3, della posateria in argento, dell’argenteria e del Britannia Metal. 4 La saldatura di strati d’argento fine su metalli più vili – metodo definito a lungo andare “close plating” –, ha un’origine talmente antica da perdersi nella notte dei tempi.

La produzione d’articoli in argento e placcato argento prese avvio dal settore della posateria. In seguito fu richiesto materiale più a buon prezzo rispetto allo Sheffield plate, e più pratico del peltro. Si sviluppò quindi il “Britannia metal”. A Sheffield i principali produttori, un tempo come oggi, fabbricavano delle posate e degli articoli, sia in argento, sia placcati; per quanto la produzione del Britannia metal non fosse complessivamente disprezzabile negli ultimi tempi, qualora un’azienda disponesse di stabili sufficientemente ampi a garantire l’introduzione d’ulteriori attività produttive.

Nella trattazione dei precedenti argomenti, lo scopo principale in vista è stato la rappresentazione più corretta possibile del processo produttivo per mezzo d’illustrazioni, con riproduzioni d’esemplari, nomi di produttori e marchi trovati tanto sull’Old Sheffield quanto sugli articoli close-plated. I nomi negli elenchi dei produttori di Sheffield che registrarono un marchio di placcatore all’Ufficio dell’assaggio a Sheffield, abbracciano in pratica la totalità degli argentieri del tempo. Di conseguenza, si è ritenuto necessario fornire una rappresentazione cronologica, quanto più accurata ed ordinata possibile, dei punzoni dei produttori, come anche delle autentiche lettere datarie, delle forme e stili delle corone, e dei leoni trovati sull’argenteria antica.

La speranza è che tali materie siano ora enunciate su linee chiaramente definite, così da fornire ogni possibile aiuto ai collezionisti desiderosi di indagare sull'origine dei loro esemplari.

Il compito dell'Autore è stato notevolmente facilitato dalla pubblicazione dei registri ufficiali di tutti i marchi d’argento e vasellame, inseriti nei libri dell'Ufficio dell’Assaggio a Sheffield, nei confronti dei cui custodi desidera riconoscere il proprio debito.

Persino coloro che hanno abitato a Sheffield per tutta la vita, incontrano grandissima difficoltà nello scoprire informazioni credibili sulle condizioni in cui fu fondata e sviluppata l'industria; una ricerca diligente tra i polverosi archivi della propria e delle altrui ditte ha però consentito all'Autore di recuperare molti fatti dimenticati, che hanno fatto nuova luce su tali condizioni. Al tempo stesso egli si è sforzato, con quale esito sta al lettore giudicare, di fornire interesse umano alla narrazione includendo tutto ciò che si sa della personalità e carattere dei personaggi cui lo Sheffield Plate deve la propria origine ed eccellenza.

La quantità di Old Sheffield Plate prodotta all'estero che si può trovare oggi in questo paese, o trovata all'estero ma prodotta in Inghilterra, ha richiesto la stesura d’un articolo distinto su tale soggetto. La speranza è che i marchi riprodotti, e i particolari forniti nella Parte VII di questo lavoro, aiutino a far luce su una materia che per lungo tempo in passato sconcertò alquanto i collezionisti.

L'autore confida nel fatto che le osservazioni nel capitolo: "Luoghi noti di produzione dell’Old Sheffield Plate", aiuteranno a loro volta a risolvere l’annosa questione della località in cui furono prodotti per la prima volta articoli in vasellame placcato.

Sul soggetto del Britannia metal - un'industria che resiste da oramai 140 anni -, fatta eccezione per le poche righe qui ricordate, nulla, per quel che l'autore ne sa, è stato ancora pubblicato.

Devo ringraziare con somma gratitudine per il preziosissimo aiuto fornito con le parti storiche del libro il Sig. Robert Eadon Leader, Laureato in Lettere, discendente di uno dei primi e più realizzati fabbri e placcatori collegati alla nostra città, e che ha ereditato l'entusiasmo per la città natale, i suoi commerci, le sue personalità e la storia antica per la quale tutti i veri nativi di Sheffield sono così orgogliosi di loro stessi. La collaborazione del Sig. Leader è stata particolarmente preziosa per via della sua familiarità con i nostri primi documenti, topografici e personali, e giacché si è dedicato a conservare, prima che fosse troppo tardi, dettagli relativi ai nostri avi, ai loro commerci, costumi e interessi, assieme a molto altro che, nei cambiamenti dovuti al rapido sviluppo della città, all'introduzione di metodi avanzati di manifattura e alla colossale crescita delle grandi fabbriche dell'acciaio, presto si sarebbe potuto perdere nell'oblio.

Ai Sigg. M.S.D. Westropp di Dublino, Clement H. Casley di Ipswich, Arthur Westwood di Harborne, presso Birmingham, e B.B. Harrison di Sevenoaks, devo rivolgere un sincero grazie per l'infaticabile aiuto fornitomi nella registrazione e ricerca di particolari riguardanti esemplari insoliti ed altri argomenti d'interesse; al Sig. W.P. Belk di Sheffield, per molti suggerimenti di sistemazione che si sono rivelati di inestimabile utilità; e al Sig. G.R. Travis di Sheffield, per avermi assistito in merito al soggetto dell'Old Sheffield Plate in Francia. Dal Sig. Pawson di Sheffield, ho ricevuto un valido aiuto nello scoprire dati locali e materiale interessante. Grande aiuto mi è stato fornito dal Sig. A. Nicholson, dell'Ufficio dell’Assaggio a Sheffield. Suo nonno è stato abilmente descritto da uno che può appena ricordarlo come l'ultimo dei gentlemen produttori di Old Sheffield Plate.

Sono inoltre obbligato nei confronti dei miei fratelli e della Sig.na Bradury, dello staff di T. Bradbury e figli, in particolare il Sig. G.H. Cottam, per aver riunito gli esemplari di stampi, utensili, ecc., qui illustrati; del Sig. G. Kinman per avermi guidato nelle questioni tecniche; del Sig. Hunt per aver raccolto informazioni da vecchi libri mastri e manoscritti, e per l'aiuto prestato nella registrazione dei marchi; dei Sigg. T. Bradley e S.W. Turner.

Del Magg. Carrington di Bideford, e del defunto Sig. Wm. A. Carrington di Bakewell, per avermi assistito nella ricerca dell'albero genealogico; del defunto Sig. W.A. Ellis e del Sig. P.M. Ellis di Birmingham, in relazione agli aspetti pratici della placcatura a fusione; inoltre dei Sigg. Walter Willson di Richmond, J.H. Ellett Lake di Exeter, e F. Lyne di Bristol, le cui attente registrazioni dei marchi sui vari pezzi passatigli per le mani mi sono state assai preziose, e che inoltre mi hanno inviato esemplari insoliti da esaminare; del Sig. J.B. Mitchell-Withers di Sheffield, per aver fornito informazioni relative al suo antenato, il Sig. T. Boulsover; devo inoltre riconoscimenti pieni di gratitudine al Sig. W. Sissons per il valido aiuto nella compilazione di documenti riguardanti la storia antica della sua ditta e altre materie collegate al soggetto dell'Old Sheffield Plate.

Per l'aiuto nella collaborazione e i prestiti di vasellame per le illustrazioni, sono in debito nei confronti della Contessa Sackville, del Conte Fitzwilliam, di Sir T. Freake, Baronetto, del Sig. Samuel Roberts, Deputato, del Col. H.C. Surtees, del Sig. J.G. Nairne della Banca d'Inghilterra; del Sig. Walter Prideaux della Goldsmiths' Hall; del defunto Rev. J. Matthews di Broxbourne, e del Rev. F.L. Shaw, Vicario di Eyam; dei Custodi dell'Ufficio dell’Assaggio a Sheffield, della Corporazione dei Coltellinai, del Sig. L.T. O'Shea dell'Università; del Sig. A.C.C. Jahn della Scuola d'Arte; del Sig. Bernard Watson, Laureato in Lettere, Esperto d’Assaggi; del Sig. J.C. Bennett della Società Sheffield Smelting; del Col. Hughes, Compagno dell’Ordine di Bath, dei Sigg. D. Vickers, Giudice di Pace, Arnold T. Watson,  James Dixon, Giudice di Pace, Lennox  Dixon, T. Bowker, A.L. Billot, T.R. Ellin, R.T. Wilson, W. Thorpe Haddock, A.J. Hobson, Giudice di Pace, e della Sig.na Hobson, dei Sigg. B. Hoole, Herbert Hutton, Sidney Nowill, A.C. Ridge, Leslie Roberts, John Rodgers, H.B. Sandford, T.A. Scott, Henry Steel, W.O. Stratford, W. Walker, Cecil Wilson, tutti di Sheffield; del Sig. W.L. Spiers del Sir John Soane's Museum; del Sig. L. Crichton., del Dott. W. Jobson Horne, dei Sigg. George Lambert, A.M. Parsons, W.H. Rickatson, Frank C. Wheeler, G.N. Withers, Waldeck, tutti di Londra; dei Sigg. Hiatt Baker di Almondsbury, presso Gloucester; H. Hamilton di Belfast; del Dott. J. Torrey Junior di Blundellsands; dei Sigg. Joseph Spiridion di Cardiff; S. Barnett di Chester; H.S. Benzie di Cowes; della Sezione Artistica e Industriale dell'Irish National Museum; dei Sigg. Hamilton Blake e E.J. Inches di Edinburgo; dell'ex-Assessore Comunale Sorley di Glasgow; dei Sigg. Francis Mallett di Bath; G.H. Clapham di Manchester; F.A. Hawley di Hampstead; dei Sigg. J. e H. Barraclough di Leeds; dei Sigg. J.W. Usher di Lincoln; Alfred Bethell di Newton Kyme, presso Tadcaster; J. Taylor di Northfield, presso Birmingham; Alfred T. Johnstone di Rednal, e A.F. de Navarro di Broadway, nel Worcestershire; dei Sigg. W.T. Freemantle di Barbot Hall, presso Rotherham; J. Tearoe, Giudice di Pace di Sanderstead; E. Plimmer di Shrewsbury; del Dott. A.M. Roberts di Southport; del Sig. C.A. Head di Hartburn Hall, vicino a Stockton-on-Tees; del Sig. Norman Haggie di Sunderland; del Dott. George Porter di Surbiton; dei Sigg. H.S. Hare di Taunton; F. Ross di Winchester;  W.T. Sears di Normanhurst, presso Northhampton; Ernest Hill di Woking; Percy W.L. Adams di Wolstanton, nello Staffordshire; W.J. Fieldhouse di Wooten Waven, e T.P. Barker di Four Oaks, nel Warwickshire; dei Sigg. W. Base di Birmingham; Felix Alfermann di Berlino; Henri Boulhet, Pinton, e Christofle di Parigi;del Sig. Holbrook di New York.

Tra i membri del mestiere, i miei ringraziamenti per la gentile concessione di esemplari vanno alla Birch & Gaydon, Chapple & Mantell, Dobson & Son, Elkington & Co., Heming & Co., Holmes & Maplesden, Spink & Son Ltd., M. & S. Lyon, Mappin & Webb, F. B. Thomas & Co., Vander & Hedges, e Lambert, tutte aziende londinesi; a W. Dickinson e E. J. Vokes di Bath; S. D. Neill di Belfast; alla D. & M. Davis, e a I. S. Greenbergh di Birmingham; a J. H. George, J. H. Mogg e F. S. Smith di Bristol; a T. Worthington, di Burton-on-Trent; a H. Winston di Cardiff; alla A. Jack & Co., Martin & Co., e a A. Paget di Cheltenham; alla Butt & Co. Ltd. e alla Lowe & Sons di Chester; a H. C. Galton di Christchurch; a H. E. Norris di Cirencester; a E. Johnson, J. E. Ledbetter, L. Wine e B. Wine di Dublino; alla Wilson & Sharp di Edinburgo; alla Bruford & Son, e alla J. E. Lake & Son di Exeter; alla R. & W. Sorley di Glasgow; alla C. Basker & Son di Grantham; alla Oswin & Co. di Hereford; alla B. Mallinson & Son di Huddersfield; alla Green & Hatfield di Ipswich; a S. Leighton di Lancaster; alla Curtis & Horspool, e a William Withers di Leicester; a E. E. Dunthorne, alla Robert Jones & Sons, e alla R. H. Reed & Son di Liverpool; a L. Hall di Louth; a Sidney Blackford di Lynton; a E. T. Biggs di Maidenhead; a M. Beaver, D. F. Davis, e alla John Hall & Co. di Manchester; a H. T. Simmonds di Monmouth; alla Ford & Son di Newark; a C. Ince di Newport; alla Robinson & Co. di Northampton; a George Wood di Nottingham; a F. Cambray di Oxford; a E. Emanuel di Portsea; alla Page, Keen & Page di Plymouth; a J. Cockburn e J. H. Harvis di Richmond; alla R. Smith & Son di Scarborough.

 

FREDK. BRADBURY

SHEFFIELD,

           OTTOBRE 1912

 

 

LA STORIA DELL’OLD SHEFFIELD PLATE

 

INTRODUZIONE

 

Old Sheffield Plate è il termine usato per descrivere articoli di flat-ware [7] o hollow-ware [8], da tavola o per uso domestico, fabbricati in rame ricoperto d'argento mediante fusione; il periodo di produzione data dal 1743 circa e durò all'incirca per 100 anni; fu poi gradualmente soppiantato dagli oggetti argentati elettroliticamente. Nel vasellame placcato di Sheffield, si stende l'argento sul rame e si uniscono i metalli mediante fusione, induriti e rafforzati per mezzo di una pressione tra i rulli. Sfortunatamente, di regola, la conoscenza dei collezionisti medi non va oltre il sapere che l'Old Sheffield Plate consiste in rame argentato, ed essi sono indotti talvolta a comprare articoli argentati elettroliticamente su rame quando vedono il rame esposto in vista. Tali articoli non raramente sono descritti come “Real Sheffield7 e “Sheffield Plate”, omettendo la parola “Old”. La nostra città non è come spesso si è immaginato un Eldorado in cui trovare magnifici esemplari in eccedenza degli antichi articoli placcati, pur essendovi prodotta nei tempi passati la quasi totalità del vasellame, periodo che oggi è descritto familiarmente come “Old Sheffield”. Nella città v’è un detto consacrato dal tempo – non privo di elementi di verità – secondo il quale la buona posateria può essere acquistata quasi ovunque tranne che a Sheffield, e tanto il coltellinaio quanto il placcatore, cercava mercati per le proprie merci al di fuori dei confini della città. Ma indubbiamente a Sheffield vi è ancora una grande quantità di Old Sheffield Plate, soprattutto in mano a privati, e conservata con cura dai discendenti di coloro che in origine lo fabbricarono ad uso personale.

Alla chiesa parrocchiale di Sheffield si troverà un piatto o tagliere liscio Old Sheffield eccezionalmente grande, usato regolarmente per portare l’acqua alla fonte in occasione dei battesimi. E’ finemente conservato e dev’essere stato utilizzato per un numero considerevole di anni. Reca il marchio di T. & J. Creswick. La chiesa contiene inoltre – tra altri esemplari anteriori – alcune patene e boccali, i secondi di dimensione molto grande, due dei quali prodotti durante il regno della Regina Anna, e in ottimo stato di conservazione. Il vasellame è ben degno d’ispezione da parte degli interessati all’argento antico.

Presso la Regia Infermeria di Sheffield si trova un servizio comune da comunione in Sheffield Plate omaggiato dalla Thomas Law & Co. nel 1800, comprendente una patena, un calice e un bricco, recante tale marchio (il vaso schiacciato).

Che Sheffield sia una località molto antica da un punto di vista industriale, è confermato da un riferimento nel “Racconto di Reves” di Chaucer, dove il fattore è così descritto:

 

                                      “Un thwytel 8 di Sheffield porta egli nella canna,

                                               rotonda era la sua faccia e camuso il suo naso”.

 

Si narra di una visita di caccia di Edoardo III a Sheffield, quindi sei secoli fa la città non era sconosciuta alla corte. La popolazione di Sheffield nel 1615 ammontava a 2.207 abitanti, di cui 1.222 erano servi e bambini, e 725 “tutti poveri mendicanti”. Ciò però porterebbe fuori strada, salvo ricordarsi che l’informazione si applica alla sola città di Sheffield, non alla diocesi, e che gli abitanti più benestanti vivevano nei sobborghi. Un confronto più utile si fa prendendo le cifre dell’intera diocesi. Esse indicano una popolazione nel 1736 di 14.105 abitanti; nel 1801, di 45.578; nel 1841, di 110.891; nel 1871, di 239.941. Nel 1905, quando si era avuta un’estensione dei confini, era di 440.414, e nel 1911 di 454.653.

Maria, Regina di Scozia, trascorse circa 14 anni della sua prigionia a Sheffield, tra il 1571 e il 1584, a carico del Conte di Shrewsbury. Presso il Maniero di Sheffield, oggi in completa rovina, esiste ancora un piccolo edificio distaccato, restaurato con cura alcuni anni fa. Una sua stanza, presumibilmente riservata apposta ad uso della Regina, presenta una bella decorazione interna, incluso uno stemma della famiglia Shrewsbury, finemente eseguito, sopra il caminetto. Si afferma che questa parte del Maniero fosse stata costruita apposta per lei dal Conte per impedirne la fuga.

Un interessante ritratto di Sheffield nel primo periodo dell’Old Plate si trova in una lettera di Horace Walpole al Sig. Montagu, datata 1 settembre 1760. Lo scrittore dice:

 

   “Mentre andavo da Lord Strafford sono passato per Sheffield, che è una delle città più sporche d’Inghilterra, nella condizione più affascinante, dove vi sono 22.000 abitanti che fabbricano coltelli e forbici. Essi versano a Londra 11.000 sterline la settimana. Un uomo del posto ha scoperto l’arte di placcare il rame con l’argento. Ho comprato un paio di candelieri per due ghinee che sono molto carini”.

 

Tra gli antichi istituti di beneficenza della città almeno uno fu fondato a vantaggio del commercio locale in argento e Sheffield Plate. Nel 1815, Mary Parsons, sorella di John Parsons della J. Parsons & Co., produttori estensivi di Old Sheffield Plate ed argento, principalmente candelieri, “con affezionato riguardo per la memoria del fratello”, lasciò in legato una somma di 1.500 £ a credito per un investimento, il cui ricavato sarebbe stato distribuito in parti eguali tra 46 fabbri di Sheffield vecchi e infermi, in quote di 1 £ ciascuno, con un dono di 2 £ al Vicario perché recitasse un sermone annuale il giorno di San Giovanni. Accresciuta dalla somma di 175 £, raccolta nel 1879 dai produttori e fabbri di Sheffield in attività, la dotazione di quest’istituto di beneficenza ammonta ora a 1.709 £, 17 scellini e 7 pence. Abitualmente circa 50 uomini ricevevano la quota annuale di 1 £, e i candidati erano selezionati in una riunione annua dei fabbri in attività. I benefici sono limitati agli ottonai, ai cottimisti e ai fabbricanti di candelabri che hanno svolto l’apprendistato a Sheffield e lavorato regolarmente nel mestiere. I beneficiari solitamente si recano in processione in chiesa ad ascoltare il sermone, dopo di che si distribuisce la quota nella sagrestia.

 

 

 

PARTE I

L’INVENZIONE

 

I METODI DI PLACCATURA PIÙ ANTICHI

 

Non sono molto chiari i metodi grazie ai quali i primissimi placcatori compivano il loro lavoro sugli articoli più grandi usati a scopi decorativi.

Il fatto dominante da tenere sempre in mente è che, come nel caso degli oggetti oggi argentati elettroliticamente, il rivestimento d’argento era steso dopo che gli articoli erano stati forgiati. Il metodo “francese” di placcatura, anteriore alla scoperta del processo di placcatura a fusione, consisteva nel brunire una lamina sottile d’argento battuta a bassa temperatura sul metallo prima che avvenisse l’ossidazione, e benché si potessero aggiungere altre lamine, non si otteneva mai un’unione perfetta. Si era provato un involucro avvolto sui bordi di metalli più vili, ma aveva un aspetto simile al lamé ed era pressoché inutilizzabile.

Che da tempi remoti i coltellinai utilizzassero un processo di placcatura di metalli più vili con argento e oro per l’ornamento dei coltelli, è evidente. Fin dal 1379 i Coltellinai di Londra avevano stabilito che l’argento utilizzato a questo scopo – “rifinire i manici di coltello” – dovesse essere di buona lega; mentre ancor prima, cioè nel 1327, la Società degli Orafi di Londra concedeva lettere brevettate lamentandosi che “i coltellinai nei loro laboratori ricoprono lo stagno d’argento con tale minuziosità e abilità che lo stesso non può essere distinto e separato dallo stagno, e grazie a ciò essi vendono lo stagno così ricoperto come argento pregiato, a gran danno e inganno di noi e del popolo”.[9]

Nei regni di Enrico IV ed Enrico V furono approvate varie leggi parlamentari proibenti la doratura di qualunque metallo al di fuori dell’argento, e l’argentatura di qualunque articolo, salvo gli speroni dei cavalieri o gli articoli dell’armamento nobiliare. Probabilmente allo stesso metodo, tramandato per molti secoli, si fa riferimento in due dei regolamenti nel primo codice di leggi locali promulgate nel 1625 dalla Società dei Coltellinai di Sheffield. Una di queste proibiva l’uso d’oro o argento su lame, mensole o manici di coltelli di valore inferiore a 5 scellini per dozzina; l’altra stabiliva che per la damaschinatura, l’intarsiatura e la borchiatura dei coltelli di qualità superiore, non si dovesse usare materiale di qualità inferiore ad argento od oro di buona lega.

L’inosservanza di queste leggi portò a contese ed arbitrati; e in una sentenza d’arbitrato (1628) abbiamo un quadro chiaro delle violazioni causate da “materiale contraffatto, per mezzo del quale un ignorante qualsiasi o altra persona può essere indotto a prendere lo stesso per argento od oro”. La legge locale è descritta come “relativa alla mescolanza di oro e ottone, o d’argento con stagno o peltro da utilizzare o impiegare nell’ombreggiatura, damaschinatura, doratura, argentatura o altr’ornamento di manici, mensole e lame di coltelli, o di qualsiasi loro parte, o in qualsivoglia altro articolo di posateria”.

E’ istruttivo notare come la difesa allestita dai trasgressori contro queste Ordinanze consisteva in parte nel fatto che essi contravvenivano a una delle leggi prima menzionate, quella di Enrico V, cap.3, (1420), e si vedrà in seguito come (con tutta probabilità) l’aver intrapreso delle riparazioni per un solo coltello della specie cui si faceva riferimento in questa contesa contribuì a rivelare a Thomas Boulsover le possibilità della placcatura a fusione – in altre parole, a portare all’invenzione dello Sheffield Plate.

I riferimenti di cui sopra all’uso più antico d’argento e oro per la placcatura e a scopi ornamentali in Inghilterra, ci portano naturalmente alla domanda: in precedenza, questi manici di coltelli e lame com’erano placcati? Certamente non mediante un processo di scarsa durata, o incapace di sopportare l’utilizzo di articoli sottoposti a consumo costante e giornaliero. Come risposta alla nostra domanda, dobbiamo guardare a ciò che è chiamato “close plating”, in una forma o nell’altra. Questo è l’unico sistema per mezzo del quale l’acciaio o il ferro, persino oggi, in qualunque maniera stabilita e con esito pienamente soddisfacente, possono essere ricoperti d’argento. Il close plating è stato così insistentemente associato, e costantemente confuso, con la placcatura a fusione, che in questa sede non sarà fuori luogo spiegare il primo in dettaglio.

In pratica qualsiasi metallo suscettibile di saldatura può essere sottoposto anche a close plating. Il processo è però laborioso, ed è abitualmente applicato solo agli articoli più piccoli d’uso quotidiano che richiedono una forza di resistenza maggiore dell’hollow-ware ordinario, o il possesso di un bordo tagliente, ad esempio lame di coltelli e smoccolatoi; oppure estremità appuntite o aguzze, come forchette, spiedi, palette per formaggio, o attrezzi a punta per aragosta; o forza, come nel caso di morsi di briglie, speroni, accessori per finimenti e maniglie di porte di carrozze.

Benché il close plating, così come realizzato e in passato e oggi, sia assolutamente semplice nei suoi aspetti principali, solo con la massima pazienza si può raggiungere, e con la pratica costante mantenere, un’abilità manipolativa da esperto. Il processo può essere descritto come segue: - Dopo essere stato per prima cosa lisciato e pulito perfettamente, l’articolo da placcare, per assicurare un’aderenza completa della sostanza da depositare, è immerso nel cloruro d’ammonio, che agisce da fondente, e in seguito nello stagno fuso. Una lamina d’argento, assottigliata mediante battitura e tagliata alla dimensione richiesta, è posta a quel punto sull’articolo e adattata il più regolarmente e perfettamente possibile. Dopo aver sovrapposto la lamina d’argento all’acciaio in ogni parte mediante pressione, si passa delicatamente sull’intera superficie un ferro da saldatura scaldato. Per mezzo di quest’operazione lo stagno è fuso e forma una saldatura tra l’acciaio e l’argento che lo ricopre. Si liscia poi con cura la superficie lungo tutta la sua estensione con un ferro da saldatura scaldato; rimossi con cura i frammenti abrasivi e le particelle metalliche e appiattiti i bordi mediante brunitura, la superficie è dunque pronta per la finitura a mano o con l’aiuto di una macchina levigatrice, com’è solito con tutti gli articoli, siano essi placcati o d’argento.

Questo metodo di close plating, che dobbiamo considerare come l’antesignano del processo di placcatura a fusione, ugualmente prestabilito, ha resistito a stento dopo che quest’ultimo è entrato nell’uso comune. Questo perché non poteva impedire al nuovo concorrente di monopolizzare gradualmente il processo di produzione del vasellame comune di carattere ricettivo e ornamentale. Il metodo di close plating sembra essere stato soppiantato così efficacemente dal suo più formidabile rivale, la placcatura a fusione, che dobbiamo attendere fino alla prima parte del XIX sec. prima che, dopo alcuni anni di sforzi, esso torni ad essere apprezzato. Nel XVIII sec. si erano prodotti almeno due brevetti avanzati per il close-plating, uno da Samuel Roberts, adattato per ricavare cucchiai e forchette da ferro o “qualsiasi composto o white metal”, e anche per fabbricare candelieri con gli stessi materiali. Il suo brevetto suona proprio come un deciso tentativo di resuscitare il close plating testando le sue possibilità in quegli articoli che richiedevano giornalmente un carattere sia d’utilità e di decoro. Questi prodotti non ebbero però successo, essendo troppo pesanti nell’uso. Erano inoltre soggetti ad arrugginimento. Nell’anno 1779, dieci anni prima del brevetto avanzato di Roberts, un altro brevetto era stato prodotto da un gioielliere di Londra, Richard Ellis, che menziona significativamente il proprio metodo come un “nuovo modo” (ossia presumibilmente una miglioria nel close plating). Un esame attento della descrizione del suo brevetto ci porta alla conclusione che essa si riferisce agli elementi della lega per saldatura utilizzati durante la realizzazione del metodo di close plating. Qui però, come nel caso di Roberts, l’oscurità dell’espressione suggerisce quasi che, per quanto comprensibile possa essere stato il processo per gli inventori stessi, il desiderio era di confondere il lettore piuttosto che di chiarire ciò che era indubbiamente il risultato di molti ragionamenti e di un’attenta ricerca. Di entrambi si seppe poco in seguito, e lungo tutto il periodo dell’industria dello Sheffield Plate, gli unici mezzi grazie ai quali fu evitata la completa estinzione a questo più antico processo, furono il suo adattamento alle lame da taglio e alle maniglie degli smoccolatoi, all’ornamento di fibbie d’acciaio, e il suo impiego da parte dei coltellinai per le lame dei coltelli. La durata degli articoli ottenuti mediante close plating dipende dal fatto che essi non erano esposti a calore o umidità eccessivi. La lama di un coltello o di una forchetta placcata con questo metodo, se tenuta per un momento nella fiamma, perde rapidamente il suo rivestimento in argento, mentre in un ambiente umido il metallo dello strato inferiore tende ad arrugginirsi, e di conseguenza l’argento forma delle bolle.

Sir Edward Thomason (di Birmingham), nelle sue “Memorie di mezzo secolo”, vol. I, p.36, fa luce in maniera interessante sul soggetto del close plating e sulla sua rinascita agli inizi del XIX sec. Le sue osservazioni sono le seguenti:-

 

    All’inizio di gennaio del 1810, ingrandii gli ambienti di produzione per aggiungere una nuova attività - la placcatura su acciaio di coltelli, forchette, cucchiai, ecc. Poiché in questo periodo prevaleva l’idea che non vi fosse alcun’affinità tra acciaio ed argento, e che si dovesse trovare uno strumento che unisse o presentasse un’affinità per entrambi. Questo strumento era lo stagno, oggetto precedentemente conosciuto ma su cui non si era agito così scientificamente come si sarebbe dovuto. Ci riuscii, e le mie manifatture in questa nuova serie furono apprezzate dal pubblico, come proverà la seguente lettera datata 26 febbraio 1810, Northumberland House, e firmata “Percy”:-

                                                                                                         Northumberland House, 26 febbraio 1810.

“Signore,

avendo menzionato i suoi coltelli e forchette in acciaio placcato, i cucchiai e i piatti in finto argento, ad un gentleman in prossima partenza per un paese dove vi è grande difficoltà nel procurarsi delle terrecotte, questi è assai desideroso di portarne alcuni con sé. Le sarò perciò molto obbligato, se mi manderà il prima possibile una dozzina d’esemplari di ciascun articolo, con il relativo conto, poiché devo sperare che lei nel frattempo sia riuscito a fabbricare dei piatti. Tuttavia, dovesse esserci un qualsiasi negozio in città cui lei invia le sue merci, sarebbe forse meglio indirizzarmi a quel negozio, anziché far arrivare gli oggetti da Birmingham, di modo che potrei vedere una maggiore varietà tra cui scegliere. Sono ansioso, Signore, di sapere se lei ultimamente ha prodotto una qualche nuova invenzione e, inoltre, se è stato in grado di convertire il cuoio giapponese in qualche uso. Dovesse il Club da lei menzionatomi quand’ero a Birmingham pubblicare le sue dissertazioni o conferenze, desidererei molto vederle.                          

                                                                                                                        “Resto,

                                                                                                “Suo servo obbediente

                                                                                                                            “PERCY”.

“Egr. E. Thomason, Church Street, Birmingham.

 

Posso dire che la nuova produzione ha occupato gran parte del mio tempo libero quest’anno, per vedere quali classi d’articoli potessero rispondere alle mie attese; e sembrava che questo metodo di placcatura fosse limitato ai piccoli articoli, e che i piatti da tavola ai quali allude il nobile Conte Percy, non potessero essere realizzati adeguatamente”.

 

 

LA SCOPERTA DI BOULSOVER DELLA PLACCATURA A FUSIONE

 

Desolatamente vaghi e insoddisfacenti sono i resoconti tramandatici sul modo in cui Thomas Boulsover 10 pose le fondamenta dell’Old Sheffield Plate, puntando su affinità tra metalli fino a quel momento ignorate,. La tradizione vuole che nel 1743, mentre seguiva la sua attività di coltellinaio ed era impegnato nella banale riparazione di un manico di coltello, il comportamento dell’argento e del rame utilizzati nella decorazione attirò la sua attenzione. Cosa vide? I cronisti forniscono differenti risposte a questa domanda. Hunter 11, evitando i dettagli, dice semplicemente che, essendo il manico del coltello composto in parte d’argento ed in parte di rame, Boulsover fu “colpito” dalla possibilità di unire i due metalli. Altri, più precisi, asseriscono che questa combinazione avvenne in realtà sotto gli occhi di Boulsover, essendo stata causata (1) dalla fusione, a causa di un surriscaldamento accidentale, dell’argento e del rame nel manico; oppure (2) dal fatto che l’argento così fuso aderì strettamente al rame di un penny che egli per caso aveva infilato nella morsa come cuneo. Un’altra versione indugia piuttosto su un evento successivo – la scoperta che i metalli, dopo essersi uniti, in combinazione sotto pressione conservavano la loro duttilità separatamente, mentre si comportavano come un unico oggetto se manipolati. Fu questo, prosegue l’affermazione, a sorprendere Boulsover quando, desiderando stendere l’argento così da coprire un punto scoperto, egli mise il manico del coltello “attraverso i rulli”, e scoprì che anziché espandersi l’argento da solo, questo e il rame si allungavano insieme completamente all’unisono.12

Che sia stata questa, e non l’aderenza mediante fusione, la scoperta vitale, sembra una conclusione irresistibile. Sottoponendo un vecchio penny di rame e una moneta da sei penny alla fiamma di un cannello, chiunque può facilmente dimostrare in modo rudimentale il ruolo svolto dalla fusione nella produzione dell’Old Sheffield Plate. E troverà impossibile credere che, nonostante il comune utilizzo della saldatura, fosse toccato a Boulsover essere nel 1743 il primo a far sì che un cannello entrasse in relazione con argento e rame. Può tuttavia essere, com’è stato suggerito, che l’importanza commerciale di ciò non avesse “colpito” nessuno prima di lui, e che essa divenne istruttiva soltanto combinata alla scoperta che i metalli uniti erano completamente omogenei e lavorabili. Nonostante la presenza fortuita di rulli adeguati, accessori insoliti per un negozio di coltellinai, desti dei sospetti, sembra possibile sia stata questa la vera scoperta.

E’ quantomeno molto improbabile che Boulsover possa aver avuto la fortuna di essere favorito da due “incidenti” simultanei, uno che rivelava la fattibilità della placcatura a fusione, l’altro che i metalli uniti potevano essere allungati indefinitamente sotto pressione. Mancando però di una qualsiasi spiegazione da parte di Boulsover stesso, e di una qualunque narrazione strettamente coeva, si deve ammettere che sono tutte congetture. Soppesare le probabilità è di scarso aiuto nella risoluzione del mistero di ciò che realmente avvenne nella soffitta di Boulsover. Forse, dopotutto, ci fu una certa combinazione di ricerca intelligente, buona sorte, e ciò che, con un’espressione familiare, viene chiamato il potere di fare due più due quattro.13

Altre attività di cui egli gettò le basi negli anni successivi, quali la creazione di laminatoi rotanti, la produzione di seghe (per mezzo del nuovo processo di laminatura), vanghe, pale, ecc., ne avrebbero, si deve credere, tramandato il ricordo fino a noi oggi, come uno dei più grandi pionieri delle industrie commerciali del XVIII sec.

Si racconta che il vecchio processo di fabbricazione della sega comportava il laborioso metodo di ottenere la lama dalla battitura di una barra d’acciaio. Boulsover è accreditato del merito di aver sostituito a tale metodo quello più semplice della laminatura, con i cui vantaggi la sua esperienza di placcatura dell’argento l’aveva reso familiare. Egli introdusse pure l’ingegnoso ma allora innovativo metodo di regolare i denti delle seghe così da dare “passo” senza la scomoda preoccupazione principale di mantenere il lato tagliente della lama più spesso del dorso. Fu per quest’industria che egli costruì delle officine sul ruscello sotto casa sua a Whiteley Hood – cominciando, com’egli raccontò, con un borsellino che non aveva collo e finendo con uno che era solo collo. A Bowser (cioè Boulsover) Bottom si possono ancora vedere i capannoni per gli operai. I resti dei mulini, chiaramente visibili non molto tempo fa, sono ora però quasi interamente distrutti. Resta tuttavia lo sbarramento che forniva energia idraulica. Poco dopo la morte di Boulsover, sua figlia, la Sig.a Hutton, fece costruire una piccola cappella per gli operai tra i mulini e la Hall. E’ ancora in piedi, adibita a granaio, come parte della fattoria dei Mason (vedi illustrazioni, p.3).

 

 

DESCRIZIONE DEL METODO

 

Il metodo di Boulsover della placcatura a fusione è compiuto ancor oggi, e la cosa migliore che possiamo fare è raccontare punto per punto la descrizione fatta dal Sig. William Adcock Ellis, la cui ditta è stata costantemente impegnata in questo metodo per oltre un secolo. Il Sig. Ellis ha inoltre gentilmente fornito i lingotti qui illustrati. Si deve rimarcare come la moderna procedura differisca solo in certi minimi dettagli dai metodi adottati nei primissimi anni dell’industria.

“Circa un secolo fa, quando il Commercio nell’Old Sheffield Plate era ai massimi, si scoprì che il metallo più affidabile su cui placcare, e maggiormente adatto alla laminatura in fogli, era il rame legato leggermente con zinco e piombo, mescolanza scoperta grazie ad un esperimento per produrre un metallo facilmente lavorabile, né troppo duro né troppo poroso, mentre il rivestimento in argento era leggermente legato con rame nella stessa proporzione dell’argento comune (ossia 925 parti d’argento puro contro 75 parti di lega).

Si prendeva un lingotto del metallo di cui sopra, che variava da uno spessore di 1½” ad uno di 1¾”, e di 2½” di larghezza per 8” di lunghezza, oppure di dimensioni maggiori, secondo il peso e la dimensione della lastra placcata richiesta per la produzione, e si piallava la superficie (o entrambe le superfici durante la placcatura su entrambi i lati del lingotto) per rimuovere le irregolarità di colata, grazie alla qual cosa si otteneva una superficie solida. Quindi si limava il lingotto e lo si raschiava fino a far sparire tutte le imperfezioni sulla faccia. Si tagliava allora la lastra d’argento quasi alla dimensione della faccia del lingotto di rame, e con uno spessore della qualità del vasellame richiesto14; ciò dopo aver trattato la lastra in maniera analoga al lingotto di rame. Quindi si mettevano insieme le due superfici preparate, facendo molta attenzione a non consentire a sporcizia o umidità di rimanere sulle superfici; poi si pressavano insieme con forza tali superfici in modo da far combaciare le due facce in modo assolutamente regolare. Oggi questo processo di stampaggio alla pressa per espellere tutte le particelle d’aria, prima della fusione, è eseguito per mezzo di una potente pressa idraulica; in precedenza era compiuto da un uomo, chiamato “bedder15, che reggeva un pezzo di ferro di circa 20 libbre di peso, mentre un secondo uomo lo colpiva con un pesante martello. Ciò appiattiva le due superfici, incastrando l’argento nel rame.

Per proteggere l’argento dal fuoco gli si stendeva quindi sopra una lastra di rame, ricoperta di una soluzione di gesso per impedirle d’aderire all’argento. Si legavano insieme con filo di ferro i tre pezzi di metallo (o i cinque pezzi nel caso del metallo a doppia placcatura, quello cioè in cui si erano argentati entrambi i lati), poi si ricoprivano con una soluzione di borace i bordi dove l’argento e il rame venivano a contatto. Il lingotto era quindi pronto per il processo di fusione e depositato in una fornace riscaldata con fuoco di coke, dove veniva sistemato, e sorvegliato con la massima cura attraverso un buchetto nella porta della fornace, fino a quando la lastra d’argento del lingotto di rame non cominciava a “piangere” (è questo il termine tecnico), cioè cominciasse a gocciolare lungo i lati del lingotto. Era venuto allora il momento di estrarre il lingotto dal forno, e nello spostarlo si doveva prestare molta attenzione. Si usavano pinze appropriate per afferrare saldamente il lingotto per i lati e tenerlo fermo durante lo spostamento. Infine, il lingotto, trascorso abbastanza tempo perché si raffreddasse, e prima di mandarlo ai laminatoi rotanti, era attentamente pulito in profondità immergendolo in acidi e strofinandolo successivamente con sabbia e acqua.

Nel caso in cui sulla lastra apparisse una qualche imperfezione dopo il metodo della laminatura, si poteva tagliare ed eliminare una sezione della lastra, oppure ci si poteva rivolgere al metodo della “Placcatura francese”, descritto a p.96, in alternativa; ma poiché il tempo occupato da questo processo pesava maggiormente della piccola sezione di materiale eliminata, vi erano pochi stimoli ad utilizzarlo”.

In merito alla questione se in precedenza non si fosse mai intrapresa la placcatura sui quattro lati del lingotto, un esperimento ha provato che, ricoprendo tutti e quattro i lati di un lingotto di lastre di rame rivestite d’argento e gesso, non si poteva condurre all’interno una quantità di calore sufficiente a portare il rame alla temperatura di fusione necessaria.

Quando si placcano solo due facce del lingotto, venendo esposti alla fornace due lati delle superfici in rame, si raggiunge prontamente il calore richiesto.

 

 

A QUALI SCOPI FU APPLICATA IN UN PRIMO TEMPO L’INVENZIONE DEL VASELLAME FUSO E COME I DUE PIONIERI FECERO SEGUIRE ALTRE INIZIATIVE INDUSTRIALI

 

Alcune informazioni aggiuntive estremamente interessanti sull’industria dell’Old Sheffield Plate sono date da alcuni manoscritti lasciati da Charles Dixon, un fabbricante di candelieri, che nacque a Sheffield nel 1776 e morì nel 1852. Per alcuni anni prima della morte egli impiegò moltissima diligenza nella compilazione di un registro di eventi, aneddoti e tendenze dei tempi in cui viveva, e poiché frequentava liberamente uomini allora impegnati nella manifattura dell’Old Sheffield Plate, i suoi ricordi su questo soggetto sono d’importanza tale da meritarne la riproduzione nella fraseologia pittoresca propria dello scrittore;-   

 

“Una persona di nome Thomas Boulsover fu lo scopritore dell’arte di placcare il rame con l’argento. Egli era di professione coltellinaio. Nell’anno 1743 ebbe in mano un lavoro nel quale il dorso del coltello era ricoperto d’argento saldatoci sopra. Accorgendosi di essere rimasto a corto d’argento, lo mise tutto quanto, proprio com’era, in mezzo ai rulli a caso, e scoprì che il duro e il morbido si allungavano insieme, cosa che lo fece riflettere su causa ed effetto.

Boulsover cominciò allora a fare degli esperimenti. Scoprì che l’argento fondeva prima del rame, e giaceva sulla superficie del rame allo stato fluido, cosicché quando il calore era stato applicato sufficientemente a lungo per fondere l’argento, questo e il rame diventavano un unico corpo solido 16, che poteva essere laminato a qualsiasi dimensione o spessore.

Il primo uso che il Sig. Boulsover fece della propria scoperta fu la fabbricazione di bottoni placcati, che sembravano rispondere molto bene alle aspettative. Essendo sua la scoperta della placcatura, la mantenne segreta, e per molto tempo non ebbe alcun’opposizione in quest’attività.

Egli ritagliava i bottoni “al volo” con un bancale e un punteruolo, saldati alla base, e successivamente li bruniva e levigava. La maggior difficoltà incontrata fu la necessità di denaro per estendere grazie a questo la propria attività. Egli non aveva capitale o ne aveva poco, e fin allora ciò che guadagnava proveniva dal risultato del suo lavoro a mano.

Il Sig. Pegge, di Beauchief 17, che conosceva un po’ il Sig. Boulsover e la sua famiglia, fu la persona cui questi si decise a ricorrere in aiuto. Ricevutolo con cortesia, Boulsover gli spiegò la natura delle proprie difficoltà, mostrandogli i modelli e fornendogli particolari sulle prospettive di vendita dei bottoni. Il Sig. Pegge comprese la fattibilità della speculazione e gli prestò 70 £, augurandogli successo. A capo di 12 mesi Il Sig. Boulsover fece nuovamente visita al Sig. Pegge. Il Sig. Pegge dice: “Beh, Thomas, come sta? Come, è venuto a chiedere in prestito dell’altro denaro ?” “No, signore”, fu la risposta. “Sono venuto per pagarle il denaro che le ho preso in prestito con i relativi interessi.” “Davvero, Thomas ?” “Sì, signore”. “Beh, Thomas, non voglio che tu faccia offesa alla tua attività per pagarmi. Non voglio il denaro se esso ti sarà utile ancora per un po’; pagami solo se sei in grado di risparmiarlo convenientemente”. “Oh, sì signore, posso risparmiarlo; e ho inoltre molto denaro per portarmici avanti il commercio”. “Ebbene, Thomas, il tuo commercio dev’essere redditizio quanto il far soldi”. “Sì signore; ma è un affare migliore del far soldi, poiché sono in grado di vendere comodamente i miei bottoni per una ghinea ogni dodici pezzi, e l’argento non costa più di tre scellini ogni dodici pezzi; pertanto far soldi costa più di quanto mi costino quelli”.

Egli pagò il Sig. Pegge e lo ringraziò. Ebbe molto successo con i suoi bottoni, e decorandoli ottenne una grande varietà di modelli. Nel commercio da alcuni anni, mandò le sue formature a sagoma, di cui si era preso gran cura, al Sig. Read, raffinatore, a Green Lane, e in poco tempo quegli gli mandò indietro dell’argento per un valore di 100 £ - tanto valevano le formature a sagoma da bottega.

 

Quanto narrato sopra mostra come, dopo alcune sperimentazioni, Boulsover avesse applicato la sua invenzione alla manifattura dei bottoni, e ad altri piccoli articoli che in precedenza erano stati fabbricati in solo argento. Fu Joseph Hancock (di cui si parlerà più diffusamente in seguito) a comprendere le più ampie possibilità commerciali del nuovo processo, che applicò ad una gamma di beni più numerosa, fabbricando in un primo tempo casseruole, quindi caffettiere, brocche per acqua calda e candelieri, ecc.

Il defunto Thomas Nicholson narra un aneddoto secondo il quale Boulsover fu trattato molto male da un rappresentante da lui impiegato nei primi tempi della sua invenzione. Assunto per far visita ai clienti di Boulsover, quest’individuo passava molte delle commesse ricevute ad un complice di Sheffield, mentre faceva presente al suo datore di lavoro che non era in grado di condurre affari per suo conto, poiché nessuno credeva nel nuovo metodo. Comunque sia, Boulsover si dedicò soprattutto ad altre iniziative, nelle quali spese una consistente somma di capitale non redditizio, mentre in seguito la ricchezza fu costruita da coloro che si erano limitati alla produzione di vasellame placcato. Dopo aver spesi circa quindici anni nella produzione, Joseph Hancock abbandonò la fabbricazione di prodotti finiti e si dedicò al commercio del metallo ottenuto tramite laminatura per i produttori. Possiamo fissare la data di questa svolta tra gli anni 1762-65, all’incirca nello stesso periodo in cui Boulsover si diede alla fabbricazione di seghe, ecc. In origine i metalli erano trasformati in lastre mediante battitura grazie al lavoro manuale nei locali, dove erano stati per prima cosa fusi. In seguito furono laminati con la forza manuale e, all’incirca nello stesso periodo in cui Joseph Hancock cominciò a laminare il metallo per il commercio, seguirono il cavallo vapore e l’energia idraulica. Infine per far funzionare i laminatoi fu impiegato il vapore.

Quanto è stato detto sopra spiega per quale motivo, nella citazione dai vecchi Elenchi forniti nelle pagine seguenti, Boulsover e Hancock non sono inclusi né nel 1774 né nel 1787 nella categoria delle lastre d’argento. Nel primo elenco Boulsover appare sotto questa dicitura, “Boulsover, Tho. & Co., Produttori di Seghe, Parafuochi, Utensili Affilati, in Sycamore Street”; il solo Joseph Hancock menzionato è “Hancock Joseph, Coltellinaio, in Norfolk Street”. Boulsover non è menzionato nell’Elenco del 1787, in cui Joseph Hancock è descritto come “laminatore di metallo placcato, in Union Street”. C’è ragione di credere che in precedenza (nel 1771 circa) egli fosse stato impegnato nella stessa industria in High Street, nel luogo, o nelle sue vicinanze, in seguito occupato dalle attività di produzione di metallo in placcato argento della William Hutton & Sons, oggi sede dello stabile di Newsome, chimico. Egli stabilì l’Old Park Silver Mill, ancora esistente, in Club Mill Road, a Hill Foot, sostituendovi l’acqua al cavallo vapore per il metallo placcato mediante laminatura.

I libri della Thomas Bradbury & Sons mostrano come Hancock laminasse vasellame per i suoi predecessori negli anni 1783-1787 –

 

 

DOTT.

 

SIG. JOSEPH HANCOCK, SHEFFIELD -CONTRO-

CR.

1783

In cassa

£

Scellini

Penny

1783

£

Sc.

P.

9    Ago

 

5

5

0

24 Giu

 

 

 

13  Sett

 

5

5

0

Per saldo da O.L., p.244

176

15

4

1    Nov

 

5

5

0

Per laminatura come prec. Fattura nel 1783

73

10

6

20  Dic

 

5

5

0

                                                             1784

65

12

6

1784

 

 

 

 

                                                             1785

58

12

17  Feb

 

5

5

0

                                                             1786

56

6

7

29  Mag

 

5

5

0

                                                             1787

30

14

21  Ago

 

5

5

0

 

 

 

Vi sono inoltre negli stessi libri mastri alcune voci relative a Boulsover, come acquirente di beni dalla stessa ditta (M. Fenton & Co.) negli anni 1778-79-80-81-82.

 

 

LA NUOVA INDUSTRIA E LE SUE POSSIBILITÀ

 

Come risultato delle scoperte di Boulsover, integrate da quelle di Hancock, sull’industria della posateria già esistente s’innestò rapidamente un nuovo e importante ramo. Vi fu naturalmente un breve stadio iniziale o sperimentale durante il quale, nelle mani dell’inventore, il nuovo processo fu in prova, giacché le sue potenzialità andavano motivate. Il Sig. Leader, nella sua “Storia della Società dei Coltellinai”, non sposa la versione che spiega il limitarsi di Boulsover alla manifattura in placcato argento di bottoni, tabacchiere ed articoli leggeri e piccoli, col fatto che questi non comprese immediatamente le possibilità della sua scoperta. Leader propende per l’opinione che Boulsover cercò saggiamente, all’inizio, di dimostrare il valore del metodo mediante la sua applicazione pratica agli articoli in cui l’industria di Sheffield era principalmente attiva. E tra questi non vi erano solo articoli di posateria, la cui ingegnosità si comprende dal gran numero di “produttori di posate in argento” che utilizzarono rapidamente il nuovo materiale; erano pronte e disponibili, mirabilmente adattate ad esperimenti, pure manifatture minori che si può dire fossero quasi indigene del luogo, e tali prodotti avevano pronto un mercato. La produzione di bottoni, ad esempio, nel XVIII sec. divenne importante abbastanza in fretta da giustificare l’unirsi della Società dei Coltellinai nella difesa di quest’attività, benché fosse al di fuori della giurisdizione della corporazione. La contesa in questione era nell’interesse dei produttori di bottoni non ricoperti, e il risultato li lasciò liberi di proseguire la loro attività secondaria senza noie derivanti dai vecchi statuti approvati nell’interesse dei fabbricatori di bottoni ricoperti di materiale tessile. Questa vittoria precedette di poco la scoperta di Boulsover, che così spiccò in un’attività locale in piena espansione. Producendo non solo bottoni di corno, ma bottoni forse d’argento e certamente di metalli più vili, quali ottone e un amalgama noto come “alcomy” (di cui si diceva assomigliasse all’oro), l’adeguatezza del nuovo metodo ad ingrandire un commercio già esistente sarebbe risultata subito evidente in molti laboratori di Sheffield. Il suo adattamento non eliminò i bottoni più a buon mercato derivati dagli abiti degli umili, né il vasellame placcato soppiantò i bottoni in argento. Provvide tuttavia ai bisogni di una classe intermedia pronta a fingere di avere un metallo prezioso che in realtà non possedeva.

E’ degno di nota il fatto che il bottone placcato, il primissimo articolo prodotto da Boulsover, avrebbe conservato il posto tra le molte produzioni ottenute dal metallo fuso placcato con più tenacia di qualsiasi altro articolo sperimentale.

Per gentile concessione dei Sigg. Firmin & Sons, di Londra, l’autore è in grado d’illustrare nella pagina seguente esemplari di bottoni ricavati da una lastra di rame fusa, alcuni dei quali ottenuti da stampi esistenti dal Regno della Regina Anna (utilizzati probabilmente a quei tempi per punzonare bottoni in argento).

I Sigg. Firmin sono forse la più antica ditta di produttori di bottoni esistente nel paese; la loro attività può essere fatta risalire al 1702 ed esisteva indubbiamente prima di allora. Il metodo di produzione di questi bottoni non è cambiato in maniera rilevante nelle sue principali caratteristiche dai giorni in cui Boulsover li manipolava con l’aiuto di un bancale e di un punteruolo. I Sigg. Firmin affermano che i bottoni in rame placcato per uniformi e livree sono oggi fabbricati in metallo fuso placcato nella stessa misura di prima, e che, dalla scoperta del nuovo processo, nella loro fabbrica questo metodo è stato portato avanti continuamente e sistematicamente. I bottoni placcati mediante galvanostegia non sono in grado di sopportare il forte logorio e consumo dell’utilizzo attuale.

      (Un’interessante inserzione pubblicitaria in un giornale di Dublino, il “Faulkener’s Journal” del 24 Febbraio 1747, suona così: “John Roche, Usher’s Quay, Dublino, produce oro, bottoni argentati e placcati”.)

 

SCATOLE

 

La produzione di scatole era anch’essa una vecchia industria di Sheffield troppo redditizia perché fosse disprezzata, e matura per un ampliamento come quello prodotto dalla scoperta di Boulsover. Nel 1680 la Società dei Coltellinai, costituendosi come tramite tra il produttore e il consumatore, istituì un magazzino nel quale riceveva le merci e intraprendendone la distribuzione per conto dei produttori, e le registrazioni delle transazioni mostrano che (oltre alla posateria) si depositavano presso la Società e si vendevano in quantità considerevoli ai mercanti, tabacchiere e cassette salvadanaio, prodotte dagli Uomini Liberi della Società (compreso tale Isaac Hancock).18 Il commercio apparve così redditizio che quando in seguito la Società dei Coltellinai si fece tradire da uno zelo manifatturiero malconsigliato di per se stesso, tra le proprie attività stava mettendo in piedi un commercio di scatole. Quest’episodio non è interessante solo in quanto tale, ma si collega alla storia dell’Old Sheffield Plate, poiché Thomas Law, uno dei primissimi placcatori, ebbe un ruolo attivo nella direzione, procurando i materiali necessari per, e forse persino fabbricando, le scatole. Questa speculazione era tuttavia destinata a vita assai breve, e Law alla fine acquistò parte degli attrezzi e degli utensili, mentre la scorta che aveva accumulato fu spedita a Londra per essere venduta. Sfortunatamente non vi è nulla che indichi se questo lanciarsi nell’industria sottolinei un’impazienza da parte della Società dei Coltellinai di partecipare ai benefici dell’invenzione di Boulsover, allora vecchia di sei o sette anni, oppure se le scatole fossero del tipo fabbricato nel 1860 – di ferro e forse ottone, i cui coperchi erano incisi o “scritti” con disegni o lettering.19

Tra i primissimi oggetti cui i vecchi placcatori rivolsero l’attenzione vi furono tabacchiere di ogni dimensione. Boulsover e Hancock fabbricarono entrambi queste scatolette, solitamente con coperchi rimovibili e non fissati a dei cardini. Man mano che l’industria della placcatura si sviluppava, i produttori di Sheffield concentrarono i loro sforzi su articoli più grandi, e benché la fabbricazione di scatole fosse ancora portata avanti nella città quando fu pubblicato l’elenco di Sketchley del 1774, l’attività scivolò gradualmente in un ramo della gioielleria di Birmingham. Alcuni piccoli esemplari sopravvissuti furono ovviamente usati come scatolette per nei posticci; altri si dà il caso siano grandi abbastanza giusto da contenere quattro scellini di Giorgio III.

Nelle due pagine seguenti sono fornite alcune illustrazioni di esemplari di primissima qualità, con coperchi e basi decorati in bassorilievo. I coperchi non raramente mostrano di essere stati incisi a mano; altri sono stati ricavati da stampi di acciaio finemente tagliati. La fonte d’origine delle scatole qui raffigurate è incerta; la data di fabbricazione risale agli anni 1750-1765 circa. I coperchi, fabbricati a parte, sono stati uniti e fissati alla superficie superiore delle scatole sovrapponendo i lati per fissarli rigidamente, e per renderli più pratici, sotto i coperchi è assicurata una lastra sciolta di rame non placcato. Le basi sono fissate con gli stessi metodi, i lati stampati a caldo mediante bollitura e saldati insieme, rimanendo chiaramente visibili le giunzioni. Gli interni delle scatole non sono ricoperti di stagno com’era abituale con gli articoli fabbricati a Sheffield, e rivelano il rame nudo una volta rimossi i coperchi. Alcuni collezionisti attribuiscono la fabbricazione di queste scatole ai Francesi. Può essere che i coperchi, che spesso ritraggono soggetti classici, siano stati importati dai produttori di Sheffield e quindi finiti. Tuttavia, poiché queste scatole recano talvolta caratteri inglesi tipici e lettering in Inglese, sono molto probabilmente di produzione locale, benché a prima vista sembrino per quanto poco stranieri. Inoltre, essendo normalmente fabbricati con coperchi rimovibili, è probabile che siano tra i primi esempi dell’industria del vasellame fuso di Sheffield.

 

 

FIBBIE

 

È impossibile condividere l’opinione di molti scrittori sull’Old Sheffield Plate che, tra gli articoli alla cui produzione s’interessarono i pionieri della placcatura a fusione, le fibbie per scarpe avessero la loro importanza. Le fibbie in parti placcate erano note dal 1659 circa, quando divennero di moda. Esemplari se ne possono trovare oggi in alcune collezioni, ma il loro metodo di placcatura è troppo oscuro per giustificare un’affermazione fiduciosa qualsiasi sulla sua precisa natura. E’ evidente tuttavia che l’operaio in grado di fabbricare e decorare manici di coltello con argento poteva trattare con la stessa facilità le fibbie in maniera analoga. E quando ci volgiamo ad esempi di fibbie del periodo Boulsover, le troviamo realizzate per la maggior parte mediante close plating 20, benché ve ne siano altre d’argento massiccio, acciaio o ferro comune, ottone dorato, similoro ed altre varietà economiche di metalli combinati. Le fibbie placcate a fusione brillano però per la loro assenza, spiegata dal fatto che la loro manifattura presentava tre difficoltà. Primo, la base in rame sarebbe stata troppo molle e pieghevole per sopportare un utilizzo rude; secondo, per ottenere lo spessore necessario sul ponte e la conicità verso le estremità, sarebbe stato necessario un martellamento infinito ed attento; e terzo, il processo di ritaglio avrebbe esposto ampi tratti non lavorati di rame nudo alle difficoltà intrinseche della manipolazione, ai fini della placcatura dei lati. E oltre a ciò, va pure ricordato che la saldatura a stagno di molte decorazioni delicate su tali articoli di piccole dimensioni, non poteva essere realizzata in maniera tale da assicurare una durata adeguata. Molto raramente ci s’imbatte in fibbie in oro placcato con una base di rame, ma la loro fabbricazione, comportante un trattamento estremamente delicato, dev’essere stata costosa. Il Sig. S. Mitchell, fornendo nel 1840 una lista d’articoli fabbricati da Thomas Boulsover, non fa alcun riferimento alle fibbie placcate attribuite così spesso da altri al loro antenato.

 

 

 

 

 

 

PARTE II

 

COSA E’ NOTO DEI PRIMISSIMI PRODUTTORI DI SHEFFIELD PLATE

 

THOMAS BOULSOVER

 

Boulsover nacque nell’anno 1704, e morì a Whiteley Hood Hall, nel settembre del 1788 (venendo interrato nella Chiesa di San Paolo, a Sheffield, il 12 settembre). Era generoso e scevro da diffidenza in una misura che forse permise ad altri di ottenere dalla sua invenzione la fortuna che gli spettava di diritto. Per gentile concessione del pronipote di quest’uomo eminente, il Sig. J.B. Mitchell-Withers di Beauchief, presso Sheffield, l’autore è in grado di riprodurre un ritratto del suo antenato. Un vassoio placcato Old Sheffield regalato da Boulsover alla figlia, la trisavola del Sig. Mitchell-Withers, in occasione del suo matrimonio con Joseph Mitchell nel 1760, è illustrata sotto.

 

JOSEPH HANCOCK

 

La diffusa ricorrenza del cognome Hancock a Sheffield, e il fatto che vi fossero numerosi Joseph Hancock coevi durante il XVIII sec., rendono difficoltosa l’identificazione delle loro numerose personalità. Il risultato di un’attenta ricerca obbliga a riconoscere che mentre la nostra conoscenza del placcatore in argento Joseph Hancock è spiacevolmente scarna, gli scarsi resoconti solitamente accettati su di lui sono pure non esenti da forti dubbi. Eyam sostiene che egli discendesse da una famiglia il cui destino costituisce una delle tragedie più strazianti della Peste in quel villaggio nel 1666. La tradizione può contenere alcuni elementi di verità, benché si siano ricercati invano come prova i Registri della Chiesa di Eyam, né è possibile trovare nei registri della Società dei Coltellinai alcuna conferma dell’affermazione che il suo antenato fu assunto come apprendista presso una persona ad Alsop-Fields, presso Sheffield; salvo che fosse un Isaac Hancock menzionato nel 1680come distributore di tabacchiere destinate alla vendita presso la Società dei Coltellinai. In tale data fu assegnato un marchio a questo Isaac, prova che egli aveva superato l’apprendistato di qualifica e ottenuto la Libertà, ma non essendosi trovati i documenti del suo contratto d’apprendista e della sua ammissione, non vi sono indizi della sua parentela. Neppure l’asserzione, così spesso ripetuta, che Joseph Hancock servì come apprendista da Thomas Boulsover stesso, regge alla prova dei fatti. Egli nacque nel, o attorno al, 1711, pertanto in condizioni normali sarebbe stato messo sotto contratto nel 1725, e avrebbe avuto diritto alla Libertà una volta diventato maggiorenne nel 1732. La lista degli apprendistati di quel periodo contiene due voci: (1) Joseph, figlio di Benjamin Hancock, assunto come apprendista nel 1728 per 3 anni e ¾ presso Thomas Mitchell, coltellinaio; (2) Joseph, figlio di Simon Hancock, di Barlow, fabbricante di chiodi, defunto, assunto come apprendista nel 1732, per 1 anno e 8 mesi, presso John Green, coltellinaio, ammesso alla Libertà nel 1734. Di questi il primo risponde meglio ai criteri della nostra ricerca. Si presume che l’apprendista, essendo stato, com’era usuale a quel tempo, istruito dal padre, fu mandato a completare la formazione sotto un altro padrone. Benché non sia registrata alcun’ammissione alla Libertà, il suo periodo come discente sarebbe terminato nel 1732, l’anno in cui Joseph Hancock, il futuro placcatore in argento, raggiunse la maggiore età. E considerato il collegamento di Boulsover con la famiglia Mitchell, l’apprendistato presso Thomas Mitchell non è privo di significato, poiché suggerisce come potesse facilmente sorgere nel corso del tempo una qualche confusione, tra questo nome e quello di Boulsover come padrone di Hancock. Ciò sarebbe possibile specialmente se, come probabile, Boulsover e il suo parente, Mitchell, lavorarono negli stessi stabili. Costatiamo infatti che nel 1774 l’Ufficio dell’Assaggio stabilì la propria residenza in una “dimora recentemente occupata dal Sig. Thomas Boulsover, situata in capo ad una corte in Norfolk Street”, di proprietà del Sig. Joseph Mitchell 21. Si può notare pure che Boulsover stesso non ottenne la Libertà fino al 1726, se questa voce si riferisce a lui: “Thomas, figlio di Samuel Boulsover, assunto come apprendista presso Joseph Fletcher, coltellinaio, Libertà nel 1726”. Si deve ammettere tuttavia che per quanto tale Samuel sia nativo di, e apprendista presso, la Parrocchia di Ecclesfield, in quel registro non è stata trovata alcuna traccia della nascita di Thomas Boulsover.

Queste speculazioni sarebbero inutili se si potesse provare un’affermazione spesso fatta, secondo cui Joseph Hancock era di professione ottonaio, poiché in quel caso egli sarebbe stato ineleggibile come socio della Società dei Coltellinai. Tale tesi si può subito respingere, perché non vi è ombra di dubbio che lo Joseph Hancock con cui abbiamo a che fare era lo Joseph Hancock Maestro Coltellinaio nel 1763-4. Ciò è dimostrato da prove inconfutabili. In una descrizione di Sheffield, pubblicata nel 1764 sul “Gentleman’s Magazine”, il Rev. Edward Goodwin, autorità attenta e bene informata su ogni cosa riguardante la città, parla di questo Joseph Hancock come del “Maestro Coltellinaio attuale”. Gli annunci sul giornale della sua morte nel 1791 ripetono l’asserzione; e il Sig. Hunter 22, che scrisse mentre il ricordo di Hancock era ancora vivo, e che probabilmente ne conosceva la vedova, che morì solo nel 1802, non ebbe alcun’esitazione nel parlare di Hancock come membro della Corporazione dei Coltellinai, “padre della manifattura in placcato argento”, e Maestro Coltellinaio nel 1763. Nominato Assistente nel 1757, questo Maestro Coltellinaio ricoprì in successione le cariche che lo portarono alla presidenza, e quindi servì, com’era costume, per altri dodici mesi come Ricercatore, lasciando la carica nell’agosto 1765. Nello stesso anno in cui fu Maestro Coltellinaio, Joseph Hancock fu eletto Fiduciario della città. Era uno dei trenta Custodi originari dell’Ufficio dell’Assaggio nominati in base alla legge del 1773, e continuò a ricoprire entrambi gli incarichi fino alla morte avvenuta il 25 novembre 1791, all’età di 80 anni.

L’anno 1761, in alcuni registri, è stato fornito come data d’avvio da parte di Joseph Hancock della produzione di articoli placcati. Si vedrà in seguito che Charles Dixon, citato precedentemente, la colloca nel 1751.

Nella sua introduzione storica all’Elenco del 1797, il Rev. Edward Goodwin dà come data “il 1758 circa”. Egli dice (p.21):-

 

           Bottoni d’ottone e rame placcati in argento erano fabbricati dal Sig. Thomas Boulsover circa 50 anni fa. Ma verso il 1758 una produzione con questa composizione fu avviata dal Sig. Joseph Hancock, un ingegnoso meccanico, su scala più estesa, comprendente una grande varietà di articoli, quali teiere, caffettiere, boccali da birra, tazze, candelieri, ecc. ecc. Da allora questo ramo è stata continuato da varie società con grande profitto, il che ha grandemente contribuito alla ricchezza e al popolamento della città”.

 

E dalla stessa penna abbiamo, nella comunicazione al “Gentleman’s Magazine” summenzionato (1764), un’ulteriore indicazione delle varie attività di Hancock. Dopo aver parlato delle manifatture in placcato argento, Goodwin afferma: “Vi è analoga ragione di credere che qui per primi fossero fabbricati tabacchiere, candelieri, ecc., di una qualità di carbone chiamata kennel, o carbone bituminoso a fiamma lunga (in passato ricavato vicino a questa località), per opera del Sig. Joseph Hancock, l’attuale Maestro Coltellinaio”. Il ricordo di questi articoli in carbone bituminoso 23 è andato perduto, ma si trova un riferimento precedente nel resoconto di una visita fatta a Sheffield dalla Contessa di Oxford nel 1745, quando la sua signoria “fu così generosa da far dono” al suo seguito “di articoli in carbone”. Per il nostro presente scopo la cosa è importante, poiché enfatizza quanto detto dopo in merito alla facilità con cui gli artigiani di Sheffield sostituivano il vasellame appena inventato ai materiali solitamente usati nella manifattura di molti articoli.

Passando in rassegna riferimenti anteriori all’industria della placcatura non si può che essere colpiti dalla misura in cui, agli occhi dei contemporanei e degli immediati successori, Hancock eclissò la fama appartenente di diritto a Boulsover. E’ chiaro che nella considerazione locale il primo più del secondo fu, per impiegare un termine spesso applicatogli, “il Padre” della manifattura. Abbiamo notato in precedenza una persistente determinazione nel considerare la scoperta di Boulsover come accidentale, e nello sminuire l’uso che egli ne fece; questa tendenza s’accrebbe nel momento in cui gli sforzi di Boulsover presero altre direzioni e Hancock mostrò una maggiore intraprendenza. Un articolo di giornale sulla morte di Hancock (1791) recita: “Questo gentiluomo si sarebbe potuto chiamare a buon diritto “Il fondatore del commercio placcato” a Sheffield, poiché fu la prima persona che avviò una produzione di tali articoli”. E quando la vedova morì, nel 1802, l’affermazione fu ripetuta in termini analoghi. Nel “Peak Scenery”, pubblicato nel 1818, Ebenezer Rhodes, Maestro Coltellinaio nel 1808, e probabile conoscente diretto sia di Boulsover che di Hancock (aveva 26 anni quando Boulsover morì) rincarò la dose, ignorando completamente Boulsover. Parlando degli Hancock di Eyam (parte I, p.42), scrisse:-

 

Intorno all’anno 1750 un certo Sig. Joseph Hancock, discendente di questa famiglia, scoprì, o meglio recuperò, l’arte del ricoprire con argento placcato i lingotti di rame, successivamente appiattiti sotto dei rulli, e lavorati in un assortimento di articoli ad imitazione dell’argento placcato lavorato. Egli introdusse quest’attività nella città di Sheffield, in cui da allora essa è diventata una delle imprese più importanti e lucrative. Birmingham ha tentato di sfidare quest’elegante manifattura, ma, ad eccezione dello stabilimento Soho, non può pretendere a molto”.

 

La prima impressione che ci si fa leggendo ciò, è che per “recuperò” Rhodes intendeva che l’arte della placcatura a fusione, di cui ignorava fosse stato Boulsover lo scopritore, era già esistita ed andata perduta. Da quanto segue è chiaro però che lo scrittore non si rendeva conto delle differenze essenziali nei processi di manifattura. La placcatura in argento significava per lui placcatura in argento e nient’altro, ed egli non s’interessava ai metodi di fabbricazione. Infatti va avanti a spiegare:-

 

          “Non ho esitato ad utilizzare il termine “recuperò” come applicabile all’arte di cui il Sig. Joseph Hancock è stato considerato il fondatore, perché sono ben conscio che la pratica del ricoprire un metallo con un altro più prezioso è molto antica. Il fatto che articoli placcati in argento, in particolare candelieri, fossero in uso durante il regno di Enrico VII, non ammette quasi controversia. Un esemplare degli oggetti lavorati di quel periodo fu recuperato di recente dal monumento a Lady Idonea Percy nella Cattedrale di Beverley; una circostanza sufficiente di per sé a provare la correttezza dell’opinione qui espressa. Alcuni anni fa, quando le restrizioni imposte alle attività commerciali erano meno, quasi 50.000 degli abitanti della città di Sheffield derivavano occupazione e sostegno da una manifattura recentemente introdotta da un ramo della sfortunata famiglia la cui rapida e quasi totale estinzione è malinconicamente rammentata dalle lapidi funerarie di Riley”.

 

L’oscurità che circonda gli antenati di Joseph Hancock ne circonda pure i discendenti. Un certo William Hancock, registrato in precedenza come fabbro alla London Goldsmiths’ Hall, testimoniò davanti ad un comitato della Camera dei Comuni nel 1773, lamentandosi del trattamento delle sue merci da parte degli Assaggiatori di Londra 24. E l’Elenco di Sheffield fatto da White per il 1833 (p.44 nota), affermando erroneamente che “i primi produttori del Britannia metal furono i Sigg. Ebenezer Hancock e Richard Jessop”, aggiunge, “Il primo era figlio del già citato Joseph Hancock, il famoso placcatore in argento”. Tuttavia, eccettuando che nel 1793 vi era un fabbricatore di tabacchiere di nome William Hancock, il William Hancock del 1773, e il più tardo Ebenezer Hancock, hanno analogamente eluso ricerche ulteriori.

Avendo fornito le opinioni di Dixon sulla scoperta del processo di placcatura a fusione e il suo successivo adattamento da parte di Boulsover, è interessante apprendere ciò che egli ha da dirci in merito a Joseph Hancock e agli usi cui questi applicò l’invenzione di Boulsover.

 

“Il Sig. Joseph Hancock, nel 1751, essendo persona fornita di un piccolo capitale, e uomo di genio e mente intraprendente, fu il primo a realizzare una miglioria pratica qualsiasi nell’uso del metallo in placcato argento. Fu lui a passare da un bottone al candeliere, al vassoio, al centrotavola ornamentale, alla splendida coppa, ecc. Si vede così come da umili inizi ebbe origine uno dei mestieri più popolari della città e del regno, e i graduali progressi ottenuti nell’attività sono stupefacenti.

I primi articoli fabbricati da Hancock furono casseruole placcate internamente 25. Tra gli articoli fabbricati vi erano cucchiai e forchette da verdura placcate, unite in due parti e riempite di lega per la saldatura a stagno. I produttori fabbricarono quindi delle saliere che generalmente contenevano vetro blu per tenere il sale. Vennero poi realizzati dei candelieri, e uno, il Corinzio, era di ottimo gusto: nella costruzione si prestava attenzione a preservare l’Ordine. I fabbricanti erano soliti stampare e unire in due parti il becco del candelabro reggente la candela, non sapendo a quel tempo come placcare il metallo su ambo i lati, e chiamavano le due parti mucca e vitello. Inoltre solevano unire nella stessa maniera qualsiasi articolo o parte d’articolo per il metallo a placcatura doppia.

Alcuni anni dopo la scoperta della placcatura, fu scoperta l’arte della placcatura su ambo i lati, o metallo a placcatura doppia. La cosa creò un ampio spazio per l’esibizione del genio. Allora i placcatori avviarono la produzione di piatti e coperchi, zuppiere, cestini per pane, salsiere per burro, teiere, scodelle per zucchero, caraffe per crema, ecc. ecc., e quando fu perfezionata l’arte del filo metallico placcato per la trafilatura 26, sorsero nuove idee e cominciò allora la produzione di supporti per ampolliere e per liquoriere, porta toast, smoccolatoi, candelabri, ecc. ecc.

Mentre cresceva nel settore degli articoli placcati, il commercio si ampliò pure nel settore dell’argenteria e fu il viatico per grandi progressi in tal campo. Gli argentieri affrontarono un inconveniente notevole, poiché furono obbligati ad inviare i manufatti a Londra, York, Newcastle o Chester affinché fossero assaggiati, non essendovi a quel tempo a Sheffield alcun ufficio dell’assaggio. Il trasporto delle merci fin lì e quindi di nuovo a Sheffield si accompagnò a ritardi e spese notevoli. Fu solo nel 1773 che venne approvata una legge parlamentare per l’Ufficio dell’Assaggio di Sheffield, sottoposto allora a pesanti restrizioni. Ai produttori non era consentito utilizzare la stessa quantità o allegare in base allo standard di Sheffield come era permesso in qualsiasi altro Ufficio dell’Assaggio del regno: la lega di Sheffield era pari a 3 once e 5 pennyweight di rame per 50 once d’argento (pregiato), cosicché a quel tempo se per errore o altra ragione un qualsiasi articolo non fosse stato approvato dall’Ufficio dell’Assaggio di Sheffield, avrebbe potuto esserlo in ogni altro ufficio. Nel 1775 vi erano 3.070 libbre di merci prodotte assaggiate a Sheffield, il che prova l’incremento del commercio in argenteria, e il commercio in articoli placcati crebbe in proporzione maggiore.

Accrescendosi ulteriormente, il commercio incoraggiò sia il datore di lavoro e il dipendente, e nelle numerose manifatture che avevano avviato allora, crebbe rapidamente lo studio di modelli e mode, e la costruzione ornamentale di stampi fu notevolmente incoraggiata.

Il commercio doveva alquanto ai Wegwood e ad altri produttori di porcellane fini per molti dei modelli più belli. Lo studio d’antichi disegni ornamentali costituì un’altra fonte di modelli. Mentre ero a Londra ho saputo di una persona che andava di proposito all’Abbazia di Westminster per scoprire qualcosa che potesse attirare l’attenzione dei clienti, se utilizzato per la fabbricazione di teiere, vasi, secchielli per ghiaccio, ecc.

Quando Hancock era nel commercio da un po’ di tempo, ci rese rapidamente conto di quanto ampie fossero le possibilità di speculazione nell’impiego di capitale. Numerose aziende avviarono il commercio, formate principalmente da uomini rispettabili, integerrimi e perseveranti. I Sigg. Winter & Parsons, Tudor & Leader, Ashfort, Ellis & Co., Matthew Fenton & Co., i Sigg. Roberts, Young, Mortons, ecc. ecc., facevano parte di quella che possiamo chiamare la vecchia scuola; tuttavia è a queste persone che dobbiamo la formazione professionale nel mestiere dalla sua infanzia. Vi era gran competizione tra loro su quale ditta fosse capace di produrre gli articoli migliori e più a buon mercato.

Quando il commercio era ai primi passi, dai negozi dei fabbri di Londra si ottennero operai con il grado di capi-officina o direttori, e s’impiegò un gran numero di ottonai per sbalzare e martellare le parti di alcuni articoli. Tutte le parti dei candelieri erano ricavate dagli stampi sotto il martello di pressa, quindi unite a formare il piedestallo o stelo, ed erano immancabilmente sottoposte a brasatura forte (o saldate in argento). Ciò costituiva una spesa considerevole: se da un lato s’impiegava più tempo per eseguire l’opera, dall’altro lasciare gli articoli in uno stato molle o più malleabile rispetto ad oggi che sono saldati a stagno, li rende molto più convenienti per l’acquirente, e più resistenti. Un’altra fonte cui i padroni in cerca di operai facevano ricorso erano quegli uomini abili nella produzione di posate o in qualsiasi altra attività, di cui essi erano venuti a sapere, e che se possibile assumevano alle proprie dipendenze; da qui si ebbero alcuni tra i migliori manovali della città, e al tempo stesso gli operai validi erano considerati assai preziosi. Vi sono stati esempi di uomini che dovevano ai loro padroni 100 £ in una sola volta, e ne porterò un esempio.

Henry Sephton, che risiedeva in Cross Burgess Street, e lavorava per Roberts il Vecchio (essendovi un Roberts il giovane a quel tempo – l’attuale Sig. Samuel Roberts), manteneva un cavallo da caccia, chiamato “Fido”. Egli si recò in magazzino e disse a Roberts, “Bene, Signore, ho esaminato il mio conto e ho scoperto che le devo 95 £; sia così buono da farmi avere le altre 5 £ e fare 100 £ di debito. Comincerò allora a lavorare con sommo zelo e presto sarò in grado di sdebitarmi della cifra”. Roberts gli prestò il denaro per stimolarlo a prestare la sua opera e a riceverne il compenso. I placcatori in argento sono stati in generale un gruppo d’uomini molto rispettabile, e raramente ho sentito di qualche cattivo comportamento avuto da qualcuno del mestiere. I loro guadagni tutti in una volta erano notevoli, variando in media da 30 a 45 scellini la settimana, ed alcuni eccellenti operai guadagnavano molto di più. A quell’epoca i padroni avevano l’abitudine di conservare grandi scorte di merci a portata di mano, a mo’ di speculazione, il che costituiva un grosso svantaggio per loro, e causa i capricci della moda mutevole le merci erano spesso vendute ad un prezzo inferiore. Così essi persero una parte di quello che sarebbe stato il profitto, ciò manteneva tuttavia gli uomini occupati.

 

L’affermazione di Dixon sulla domanda di lavoro e l’arruolamento di ottonai nella nuova industria trova una significativa conferma nella seguente inserzione pubblicitaria, apparsa nel “Sheffield Public Advertiser” di Ward, il 26 giugno del 1764:- “Cercansi due o tre bravi ottonai per lavorare nella placcatura. Chiunque desideri servire in questo ramo, facendo domanda al tipografo di questo giornale può trovare un’ottima spinta”. Intorno al 1772, la Società dei Coltellinai lamentava che “numerosi membri avessero abbandonato l’attività di coltellinai per divenire produttori di articoli d’argenteria e placcati, e che tuttavia tali Uomini Liberi continuassero ad allogare apprendisti alla Cutlers’Hall, e il contratto chiarisse che tali apprendisti così allogati sarebbero stati istruiti nel lavoro, mestiere o occupazione di coltellinaio; ciò nondimeno, gli apprendisti erano sostanzialmente impiegati nel commercio d’argenteria e Silver Plate, e nient’affatto nel commercio della posateria, e non imparavano mai l’attività adeguatamente”. La Società di conseguenza ammoniva che tali condizioni privavano gli apprendisti, così scarsamente istruiti, del diritto alla Libertà come coltellinai, e che si sarebbe potuta rifiutarne l’ammissione una volta scaduti i contratti. 27

Alcuni dei primissimi esemplari dell’industria sotto forma d’articoli ad usi domestici sono qui illustrati. Si faccia caso all’illustrazione della Zuppiera di p.32, poiché è il primissimo articolo autentico attribuibile con certezza a Joseph Hancock.

 

 

THOMAS LAW

 

Oltre a quanto scritto su Boulsover e Hancock, sono interessanti i particolari seguenti su altri produttori agli inizi del commercio in Old Sheffield Plate. La maggioranza di costoro, come Boulsover e Hancock, erano in origine coltellinai. Thomas Law, già menzionato in merito alle tabacchiere (p.19), nacque nel 1719, entrò come apprendista nei libri della Società dei Coltellinai nel 1730, ottenne la Libertà nel 1738, e divenne Maestro Coltellinaio nel 1753. Morì nel 1775. I suoi successori nell’attività registrarono un marchio, il vaso tozzo [marchio], nel 1784 (l’8 settembre), presso l’Ufficio dell’Assaggio di Sheffield.

Alcuni anni dopo la morte, nel 1819, di John Law, figlio del primo Thomas Law, ebbe termine il lungo legame della famiglia con le industrie di Sheffield, benché il nome sia stato conservato fino al 1828 nello studio legale Atkin & Oxley, “successori dei defunti John Law & Sons”. Attraverso vari cambiamenti di società, e di genere d’attività, la ditta originaria è oggi – alquanto indirettamente, rappresentata dai F.lli Atkin di Truro Works, a Sheffield.

 

 

HENRY TUDOR E THOMAS LEADER

 

La primissima fabbrica di cui si può rintracciare un nesso con l’industria, fu quella stabilita da Tudor e Leader. Thomas Leader, membro di un’antica famiglia stabilitasi nel nord-ovest, nell’Essex, avendo servito come apprendista presso un fabbro di Londra, arrivò a Sheffield e cominciò a commerciare in società con Henry Tudor, discendente di una famiglia di conciatori a Welshpool, nel Montgomeryshire. Il capitale iniziale fu fornito principalmente da un certo Dott. Sherburn, che aveva compreso come fosse importante assicurarsi la cooperazione di un valente fabbro londinese nello sviluppo dell’industria. Il successo della saggia politica del Dott. Sherburn divenne presto evidente. Eccezionali nella loro natura di fabbri puri e semplici in mezzo a concorrenti la cui abilità si evidenziava nell’adattare ad altri metalli la conoscenza acquisita nei laboratori dei coltellinai, Tudor e Leader conquistarono la prima piazza come i più grandi e notevoli produttori di Old Sheffield Plate. Non si sa quale fu l’apprendistato di Tudor, ma dalla sua importanza nella ditta e nell’attività, è chiaro che egli possedeva qualifiche speciali giustificanti la scelta del Dott. Sherburn. Venne a Sheffield molto giovane, poiché sposò una sorella, o forse una nipote, della moglie di Boulsover a soli 20 anni d’età, e tre anni più tardi l’attività era già ben affermata.

Henry Tudor fu uno dei sette fabbri di Sheffield che prima della creazione del nostro Ufficio dell’Assaggio registrò il suo punzone e inviò ad assaggiare l’argenteria alla Goldsmiths’ Hall di Londra. In seguito fu custode dell’Ufficio dell’Assaggio a Sheffield.

Nel 1761 l’azienda ricevette un ulteriore aiuto da Daniel Leader (fratello minore di Thomas, anche lui nativo dell’Essex), e il fatto che questi fosse assunto come apprendista presso un fabbricante di scatole indica l’importanza ancora attribuita a quel ramo del commercio. Molti dei disegni caratteristici dei prodotti della ditta erano, secondo una tradizione viva tra i vecchi fabbri, attribuibili all’abilità artistica di Harry Hirst, nipote di Tudor. Non ci si è ancora imbattuti in esemplari di vasellame pregiato della Tudor & Leader, realizzati intorno agli anni 1760-65. Sui becchi dei candelieri si possono trovare occasionalmente le iniziali [iniziali] e vi sono altri articoli recanti il marchio [marchio]. Nel 1783 fu preso come partner Samuel Nicholson, e il nome della ditta mutò in Tudor, Leader & Nicholson. Nel 1784 essi registrarono un marchio per vasellame [marchio].

Thomas Leader fece fortuna in tempo debito, e intorno al 1797 si ritirò a vivere a Broxted, nell’Essex, lasciando nell’attività il fratello Daniel, e il figlio Thomas Leader Junior.

Pare che, al ritiro del vecchio Thomas Leader, la ditta si fosse sciolta, e troviamo i due Leader, Thomas Jr e Daniel, a registrare un punzone all’Ufficio dell’Assaggio [marchio], mentre Henry Tudor assieme a Samuel Nicholson in qualità di partner registrò il marchio [marchio] nel 1797. Tudor morì nel 1803, quando l’azienda sembra fu sciolta. Thomas e Daniel Leader portarono avanti l’attività fino al 1816, quando, condividendo il destino che aveva colto, o avrebbe colto nei 30 anni successivi quasi tutte le manifatture in Old Sheffield Plate, gli edifici della fabbrica, gli stampi e i ferri del mestiere andarono interamente dispersi. I laboratori erano su ambo i lati di Tudor Street, allora chiamata Sycamore Hill, o Sycamore Street, e in una parte di essi un commercio in placcato argento è portato ancora avanti dalla John Round & Sons Limited. I soci vivevano in abitazioni nei paraggi. La tradizione secondo cui una stanza negli stabili della Tudor & Leader era quella in cui Boulsover fu assunto quando escogitò l’idea di produrre vasellame per mezzo del metodo di fusione, non ha in realtà alcun fondamento, giacché allora le officine non erano ancora costruite.

 

 

THOMAS BRADBURY

 

E’ indubbiamente corretto affermare che la famiglia di Bradbury è l’unica ad essere stata attivamente collegata all’industria degli articoli placcati dal principio ad oggi. Joseph Bradbury divenne apprendista nel giugno del 1750, venendo ammesso come uomo libero della Società dei Coltellinai dieci anni più tardi. Thomas Bradbury, figlio di Joseph, in precedenza residente ad Abney, nel Derbyshire, nato nel 1763, fu apparentemente assunto come apprendista presso la ditta Matthew Fenton & Co. intorno al 1777: era nipote di Joseph e pronipote di Nicholas Bradbury, che sotto il regno di Carlo II possedeva delle proprietà che ancor oggi portano il nome di famiglia a “Rushop Edge”, a Peak Forest nel Derbyshire. La famiglia era un ramo dei Bradbury di Ollerset Hall, vicino Chapel-en-le-Frith, di cui si può rintracciare un membro impegnato in attività commerciali fin dal XVI sec. – Sir Thomas Bradbury –, che fu Sindaco di Londra nell’anno dell’ascesa al trono di Enrico VIII (morì mentre era in carica). Il 12 ottobre 1785, all’età allora di 22 anni, mentre ancora alle dipendenze di Matthew Fenton, il succitato Thomas Bradbury sottoscrisse un accordo che prevedeva l’assunzione e l’insegnamento ad un apprendista (John Fenton). Matthew Fenton morì nel 1795, al che la sua attività fu liquidata a Thomas Watson, della famiglia Shirecliffe Hall, cui Thomas Bradbury si unì come socio (17 maggio 1795), cosicché presto la ragione sociale dell’azienda mutò da T. Watson & Co. a Watson & Bradbury.28 Thomas Bradbury morì nel 1838. Thomas Bradbury il giovane, nato nel 1786 e morto nel 1855, fu assunto come apprendista dal padre nel 1800, e nel 1807 designato ufficialmente a portastendardo nel Reggimento di Fanteria Volontaria di Sheffield. Joseph Bradbury, suo figlio, nato nel 1825, non sembra abbia firmato contratti d’apprendista nella vecchia forma giuridica. Morì nel 1877.

Così la ditta Thomas Bradbury & Sons, in Arundel Street, è, come già indicato, la discendente diretta della Matthew Fenton & Co. La fabbrica fu situata nel 1773 in Mulberry Street. Nel 1795 se ne è menzionata l’ubicazione nel cortile del Convegno Metodista. Da lì fu trasferita prima del 1832 all’edificio all’angolo di Arundel Street e Surrey Street, dove rimane oggigiorno. La partecipazione della ditta Watson, dopo che Thomas Watson fu rimpiazzato dal nipote William nel 1825, venne meno al tempo del trasloco. Per quanto registrati come fabbri a Sheffield 22 anni prima, non sembra che quest’azienda abbia registrato un marchio per gli articoli placcati, ossia - pare - una barca [marchio], da loro tuttavia poco utilizzato, prima del 1795. Il fatto che tale azienda, dalla così antica reputazione, non avesse registrato un marchio per gli articoli placcati in 11 anni dalla creazione della Legge, può forse essere spiegato ipotizzando che essi in un primo tempo fossero stati maggiormente interessati alla produzione d’argenteria che a quella di articoli placcati. I loro primissimi marchi in argento registrati a Sheffield [marchi] s’incontrano ancora di frequente sui candelieri modello Adam, sui cestini per dolce in argento traforato, sulle saliere, sulle mostardiere, sulle montature delle oliere, ecc. ecc., fabbricate intorno al 1775; mentre il loro marchio londinese [marchio] si può trovare oggi su dell’argenteria marchiata London Hall, fabbricata 10 anni prima. Essendo più comunemente nota al tempo come “Fenton Creswick & Co.”, la ditta è stata spesso confusa con la T. & J. Creswick, azienda di placcatori più tarda che registrò il marchio con le frecce incrociate nel 1811. Tra queste aziende non è mai esistito alcun collegamento. In un periodo compreso tra il 1795 e il 1790 fu accolto un socio di nome Oakes, cosicché per un certo tempo la ditta fu descritta come “Fenton, Creswick, Oakes & Co.”.

La famiglia Roberts era collegata ai Beldon e ai Morton, probabilmente pure agli Hoyland; mentre i cognati di Jacob e Samuel Roberts, John e Dennis Sykes, ci hanno tramandato alcuni dei migliori esemplari di posateria con manici in argento.

Si ritiene che, essendo Jacob Roberts morto nel 1781, e suo fratello Samuel nel 1799, l’attività in Union Street sia stata continuata da Jacob Roberts Junior fino alla sua morte nel 1820.

I seguenti estratti da una lettera scritta da Samuel Roberts ad un giornale locale nel 1843, sono di notevole interesse per quanto riguarda le prime attività e difficoltà del commercio in Old Sheffield Plate:-

 

Quest’anno, credo, sono giusto cent’anni da quando fu fatto il primo tentativo di placcatura, ad opera di un fabbricatore di coltelli chiamato Thomas Boulsover, che l’applicò alla fabbricazione dei manici di coltelli. Credo che a lui si fosse unito il Sig. Wilson (che in seguito avviò il commercio di tabacco da fiuto a Sharrow Mill), ed essi, insieme, portarono avanti l’attività per qualche tempo a Highfield, ma non la continuarono a lungo – benché avessero tentato la fabbricazione di vari altri articoli dello stesso materiale. Nel frattempo, tuttavia, il Sig. Joseph Hancock aveva intrapreso l’attività su scala più estesa. Egli riuscì a fabbricare molti articoli in quella che è chiamata la serie dell’ottoneria, come boccali, tazze, caffettiere, ecc. ecc., su vasta scala, e alla fine costruì un laminatoio azionato dall’acqua per laminare il metallo placcato, laminatoio – dopo aver egli stesso abbandonato la parte produttiva – che utilizzò laminando il metallo per altri produttori che avevano intrapreso l’attività. Il metallo in un primo tempo era laminato a mano, finché i Sigg. Tudor e Leader, e in seguito il Sig. Winter, applicarono il cavallo vapore. Posso ricordare il piccolo e attivo anziano gentleman intento a lume di candela alle suppers 29, come venivano chiamate– che a quei tempi ogni azienda regalava annualmente ai propri operai. In questo come in quasi tutti i nuovi mestieri, gli iniziatori non riuscirono ad avere successo. Essi tuttavia aprirono, appianarono e prepararono la strada per altri.

La fabbricazione d’argenteria e manici placcati per coltelli e forchette divenne presto estensiva. Il Sig. Law (nonno del defunto scultore), a Baker’s-hill, fu il primo. Presso di lui svolsero l’apprendistato mio padre e il Sig. John Winter. Winter in seguito cominciò a fabbricare candelieri e placcati e d’argento (ma nient’altro). La sua attività prosperava. Egli non tollerava minimamente l’utilizzo della saldatura a stagno, ma soltanto della saldatura ad argento. Per questo motivo i suoi operai erano soliti, come divertimento, chiamare gli altri fabbri “soft-gob” 30. I candelieri allora erano nella quasi totalità dei casi colonne di uno dei cinque ordini. Forse, in seguito, di più semplici non ne sono stati fabbricati.

Intorno al 1765, Winter e mio padre si unirono al Sig. Morton, e ad altri quattro, per fabbricare tutte le varietà di articoli placcati eccezion fatta per i candelabri – la cui produzione Winter avrebbe conservato per sé. Il commercio in articoli placcati era diventato allora notevole. Vi erano all’incirca sei aziende impegnatevi, e quasi tutte le varietà fabbricate prima in argento lo erano oramai in metallo placcato. Siccome l’attività era completamente nuova a Sheffield – dove non era stato prodotto alcun articolo del genere, d’alcun metallo -, per fabbricare tali oggetti si dovettero cercare operai pienamente qualificati a Londra, York, Newcastle, Birmingham, ecc. Coloro che sceglievano di venire erano, certo, soggetti generalmente mediocri – molti di loro assai cattivi; perciò durante i primi 40 anni i placcatori qualificati furono, come corporazione, la più indisciplinata, depravata ed oziosa tra tutti i lavoratori. Non solo erano depravati loro, ma erano fonte di depravazione in altri. Erano infatti, sotto molto punti di vista, una peste per la città. I padroni non potevano né fare a meno di loro, né ottenere di meglio. Erano perciò costretti a dar loro paghe elevate, e a passar sopra alle loro irregolarità. Per questo motivo i padroni si rubavano gli operai continuamente, l’una all’altra azienda, per mezzo d’allettamenti, fornendo a quelli una specie di sicurezza. Vi erano di conseguenza continue dispute tra padroni e operai, e tra padroni e padroni riguardo agli operai.

In generale, tali erano gli operai dei produttori d’articoli placcati di quei giorni in cui, nel 1784, assieme ad un giovanotto disciplinato e molto rispettabile che aveva risparmiato quattro o cinquecento sterline, cominciai l’attività come apprendista e lavoratore qualificato nell’azienda di mio padre. Egli fu il primo ad applicare bordi d’argento su articoli placcati.

Impostosi un giorno un severo stop alla grande e crescente depravazione degli operai nella produzione d’articoli placcati, molte circostanze concorsero ad innalzare quest’ultimi al di sopra degli operai di, forse, ogni altro settore. Gli stipendi che potevano percepire erano (in proporzione agli altri) elevati. Non si potevano impiegare bambini. Per questo motivo crebbe molto il desiderio di mettervi dei ragazzi. Quattordici anni era in genere l’età dei neo-assunti apprendisti, i quali si aspettavano in linea generale venti sterline, o due anni di vitto. Ciò fece sì che i ragazzi assunti fossero educati onestamente. Questo è stato un gran vantaggio. Un altro è stato che fluttuazioni nei prezzi della produzione d’articoli placcati non se ne sono quasi conosciute. Che il commercio fosse cattivo o buono, i prezzi pagati per la produzione rimanevano gli stessi. Stessa cosa per il prezzo degli articoli venduti. Per quanto l’argento o il rame, lo stagno o altri articoli, potessero salire o scendere, il prezzo lordo degli articoli placcati rimaneva lo stesso. Le dispute tra padroni e operai sono perciò state molto poche di recente.

Menzionerò un altro vantaggio concernente gli operai di Sheffield nella produzione d’articoli placcati, poiché temo che tale superiorità si limiti a loro. Tra i primi produttori d’articoli placcati a Sheffield è prevalsa la convinzione generale che sia nel loro interesse mantenere la qualità degli articoli. Vi sono state eccezioni, ma solo alcuni esempi privi d’importanza. Questo, tuttavia, non è stato il caso di Birmingham, dove sono fabbricati comunemente per il mercato estero articoli di qualità assai inferiore. La cosa ha rappresentato un mezzo per purificare la nostra classe operaia di placcatori a Sheffield, inducendo i nostri operai cattivi e i soggetti depravati a lasciarci e ad andare a cercare impiego lì. Se ciò da un lato ha elevato lo status della classe operaia, dall’altro ha accresciuto pure il prestigio dei nostri articoli, ed è servito a mantenerne alti i prezzi. In confronto, il numero di operai nella produzione d’articoli placcati è scarso. E’ richiesta grande abilità, e quindi l’attività non può permettersi un gran surplus di manodopera, poiché ora i padroni assumono solo pochi apprendisti, mentre i soggetti depravati provenienti da altre attività non possono ottenere l’ammissione.

 

Quanto affermato da Samuel Roberts nel precedente estratto, consente di illustrare in maniera eccellente le complicazioni incontrate da chiunque cercasse di venire a capo delle partnerships nel settore. Uno sguardo agli elenchi delle pagine seguenti evidenzia la difficoltà di scindere nei singoli elementi delle combinazioni che cambiavano di frequente, e che comprendevano non solo membri della stessa famiglia o persone che portavano lo stesso cognome pur non essendo parenti, ma anche individui che in alcuni casi erano a capo di due o tre fabbriche diverse.

La più antica registrazione che possediamo di coloro che si unirono a Morton e ad altri è molto più tarda del “1765 circa”, perché si trova nel Registro dell’Ufficio dell’Assaggio del 1773. In quell’anno fu registrato un marchio [marchio] per l’argenteria da Richard Morton, John Winter, Samuel Roberts, Thomas Warris, John Elam, Thomas Settle, John Eyre e Nathaniel Smith. La presenza di Winter in questa ditta spiega il fatto che, nel 1779, presentando alla Società dei Coltellinai “un’elegante” coppa in argento dorato recante lo stampo “R. Morton & Co. fecerunt”, egli la descrisse come “di sua personale manifattura”. La lettera dataria è il 1776.

Oltre ad essere membro di quest’azienda e impegnato nella fabbrica di candelieri dei Parsons, Winter aveva una terza freccia al proprio arco e Roberts una seconda, poiché nello stesso giorno della registrazione del marchio precedente, fu registrato pure un altro [marchio] da parte di Samuel Roberts, John Elam, Thomas Settle e Nathaniel Smith. L’indirizzo dato in entrambi i casi era Brinsworth Orchard, o come viene altrove descritto, “vicino a Fargate”. Così vi erano due aziende contigue, una operativa sotto il nome di Richard Morton & Co., l’altra di Roberts, Elam, Winter & Co., e mentre Morton era il partner principale in una, Roberts dominava l’altra. Nel 1780 Settle (con Warris) e Morton registrarono marchi separati, [marchio] e [marchio], al vecchio indirizzo.

Nel 1793 vi fu una nuova risistemazione, comportante nuovi arrivi, allorquando Joseph Wilson, che è stato menzionato (p.40), assunse la guida, cosicché il marchio registrato diventò [marchio marchio]. La morte però pose presto fine all’iniziativa, e i sopravvissuti si dispersero. Nel 1781 Roberts si era spostato con John Eyre a Union Street, per fondare la ditta Roberts, Eyre, Beldon & Co. Nel 1787 erano sparite entrambe le ditte di Fargate – la Richard Morton & Co. e la Roberts, Elam, Winter & Co. -, succedendo alla seconda la Roberts, Eyre, Beldon & Co.

Per quanto riguarda l’azienda del Mercato produttrice di candelieri, nel 1783 era stata mutata da “Winter, Parsons & Hall” in “John Parsons & Co.”, essendosi apparentemente ritirato John Winter, giacché nel 1787 egli è descritto come “possidente” domiciliato in “Church Yard”. I “Co.” in società con John Parsons, come sappiamo da certi documenti legali relativi al testamento di John Winter, morto nel 1792, erano William Ashfort (Ashfort è un nome che si incontra pure nella Ashfort, Ellis & Co.), John Roberts, Samuel Mosley e John Green. John Roberts (di una famiglia completamente distinta da quella di Samuel Roberts) e Ashforth erano parenti di John Winter. Ashfort attorno a quel periodo si recò a Londra, venendo descritto come “uno della City di Londra, fabbro e placcatore”. Nel 1793 Parsons (che morì solo nel 1814) si era ritirato dall’azienda, diventata “Green, Roberts e Mosley”, quindi (1799) “John Green & Co.”. La fabbrica era sul lato sud del Mercato, su parte di quella che era stata la Rose and Crown Inn, e i proprietari possedevano un laminatoio rotante nella Cappella Metodista in disuso di Mulberry Street. Nel 1808 erano ancora al Mercato. E’ l’ultima volta che ne sentiamo parlare. La data esatta della cessazione dell’attività non è stata accertata, ma è anteriore al 1814.

L’influenza esercitata nel commercio in argenteria di Sheffield da parte di Samuel Roberts II (il cui ritratto appare a p.39) fu profonda. Avendo servito come apprendista presso la Roberts, Eyre, Beldon & Co., suo padre decise di avviarlo in una nuova impresa, e costruì per lui la fabbrica al n°9 di Eyre Street. Questa fu completata nel maggio del 1784, all’avviamento. Così stabilitosi, S. Roberts Jr, grazie alla sua prima formazione professionale, all’attitudine per il commercio e al suo gusto culturale, finì con l’eclissare i suoi meno intraprendenti avversari. Tra tutti i produttori del periodo intermedio egli spicca come il più capace di Sheffield. Le sue invenzioni (assieme a quelle del socio George Cadman) comprendevano l’introduzione di bordi in argento, piedini ricoperti d’argento ottenuti a stampo, manici e montature, e pure incisioni profonde su montature e bordi. Fu il primo ad applicare nella pratica il processo, inventato da “Wilks”, del rubbing-in dei silver shield, ecc.31 Roberts stesso era un artista intelligente, e fosse stato cresciuto in quella professione si sarebbe indubbiamente creato una reputazione. Il solo studio delle illustrazioni finemente abbozzate nel catalogo dell’azienda è sufficiente per apprezzare la più che ordinaria ispirazione che egli fornì a molti disegni originali.

Per non meno di 25 anni, tra il 1785 e il 1810, influenzò chiaramente la maggior parte dei disegni e modelli generalmente adottati, e il suo marchio di fabbrica, la campana [marchio], si trova in questo periodo soltanto sui migliori esemplari di Old Sheffield Plate, essendo a quel tempo lui e Matthew Boulton di Birmingham ugualmente preminenti nell’eccellenza della fattura. Roberts nel 1790 ricavò un brevetto per la placcatura sul white metal. Nel 1798 tirò fuori pure un brevetto per candelieri telescopici, e questi oggi li troviamo, dopo esser stati usati comunemente per ben più di 100 anni, in condizioni perfette quasi quanto al tempo della loro originaria fabbricazione.  Nel 1798 produsse un brevetto per fabbricare becchi di candelieri; nel 1807 per avvolgere i portatoast; nel 1812, (per) rubinetti di galleria in bacini metalliferi alluvionali (non collegato alla sua particolare attività); nel 1824 un brevetto per l’eliminazione dei bordi d’argento negli articoli placcati; e il suo ultimo brevetto fu nel tardo 1830, per la placcatura sul german silver 32, allora recentemente scoperto.

Un produttore contemporaneo di silver plate, che conosceva bene Roberts, scrisse quanto segue in merito ai suoi inizi come produttore, nel 1784, assieme a George Cadman;-

 

               Genio infaticabile, con un collaboratore dall’operosità sperimentale, che contemplava l’idea di promuovere il prestigio dello Sheffield Plate, egli riuscì sempre ad essere in anticipo su tutti i suoi concorrenti, nessuno dei quali aveva un genio comparabile al suo. I suoi rivali sembrava aspettassero le sue produzioni prima di decidere le linee dei loro articoli. La qualità dei suoi articoli placcati e la correttezza del loro contorno non erano superati da alcuno ed eguagliati da pochi, e Matthew Boulton era uno dei rivali tra i produttori degni di nota a quel tempo”.

“L’indefessa energia che Roberts manifestava nel disegno gli valse presto una notevole preminenza nella produzione di articoli placcati, ed egli assunse la guida nelle mode come pure nella qualità, al punto che per i primi 20 anni (1784-1804) ebbe pochi rivali. I 20 anni successivi, tuttavia, 1804-1824, lo lasciarono un po’ indietro rispetto ai concorrenti, e negli ultimi 20 anni, essendosi un po’ oscurate le sue doti d’immaginazione a causa dell’età, egli ricorse all’acquisto, ad un prezzo elevato, di disegni altrui che negli anni precedenti gli sarebbero venuti spontaneamente”.

 

Sfortunatamente, le sue memorie fanno registrare poche cose interessanti sulla sua particolare attività. Ciò costituisce motivo di gran rimpianto, poiché egli ebbe un magistrale intuito in ogni soggetto che studiasse a fondo, e pare non vi siano mai stati piccoli dettagli o incidenti, per quanto apparentemente trascurabili e insignificanti, che siano sfuggiti alla sua attenzione.

Nonostante le esigenze di una vasta attività, Samuel Roberts fu capace di dedicare molto tempo ad attività di beneficenza e a questioni pubbliche. La sua penna riempì le colonne dei giornali con pronunciamenti su ogni tipo d’argomenti locali o nazionali correnti, ed egli pubblicò numerosi libri. Ciò che la posterità apprezza maggiormente, e rimpiange in quanto troppo esile, è il suo schizzo autobiografico.

I dettagli dell’azienda fondata da Roberts, cortesemente forniti all’autore dal Sig. Walter Sissons e provenienti da documenti autentici, sono quanto segue:-

Nel 1786, a due anni dall’avviamento, la Roberts & Cadman ebbe il vantaggio di essere rifornita di capitale dal Rev. Benjamin Naylor, di Upper Chapel, come socio accomandante; e un altro contributo al capitale aziendale provenne dal Sig. George Ingall, cosicché la ragione sociale diventò allora Roberts, Cadman & Co. Naylor, che in seguito si ritirò per unirsi a Montgomery nella proprietà della “Sheffield Iris”, lasciò la città nel 1805 per imbarcarsi in un’industria cotoniera di Manchester. Ingall morì nel 1822; Cadman nel 1823. Nel 1823 Roberts assunse come partner il nipote, Evan Smith, figlio del Rev. George Smith, di Ecclesall, assieme a Sidney Roberts (nipote del primo Jacob Roberts e di Richard Morton) e William Sissons, tutti formati in fabbrica, per cui la ditta divenne Roberts, Smith & Co. Al ritiro di Roberts nel 1834, suo figlio Samuel Roberts III si associò a loro, ma alla morte di suo padre, nel 1848, abbandonò il commercio, continuato come Smith, Sissons & Co. Nel 1858 Smith (che aveva rappresentato l’azienda a Londra) si ritirò, mentre Sissons fu raggiunto dai due figli, William e George – “W. & G. Sissons”. Il Sig. Sissons Senior morì nel 1878; i figli si ritirarono nel 1885, lasciando l’attività nelle mani dei nipoti, Charles e Walter. Dal 1903 Walter Sissons è stato partner individuale, benché la ragione sociale dell’azienda, non più in Eyre Street ma in St. Mary’s Road, resti “W. & G. Sissons”.

 

 

THOMAS NICHOLSON

 

Thomas Nicholson, il cui ritratto da una miniatura gentilmente prestata dal nipote, il Sig. Alfred Nicholson, è dato nella pagina seguente, è una personalità che ha esercitato un’influenza perdurante sul settore dell’Old Sheffield Plate. Il figlio di Samuel Nicholson, che fu probabilmente in relazione con i Sigg. Tudor & Leader nell’ultima parte del XVIII sec., nacque il 20 febbraio 1779. Essendo vissuto fino al 1860, i suoi interessi furono in pratica legati per 75 anni alle complessità sia dei vecchi e dei nuovi processi di placcatura. Per gli ultimi 20 anni circa della vita fu associato ai Sigg. James Dixon & Sons, forse i più celebrati e di maggior successo tra i produttori di vasellame versatili che abbiamo oggi a Sheffield.

Egli narra che alla tenera età di sei anni gli fu consentita la direzione della fabbrica cui fu associato Samuel Roberts Senior. Iniziato all’uso del martello, non si stancò mai di notare i progressi e registrare le proprie osservazioni. A questa tenera età, inoltre, cominciò a fare disegni nel suo quaderno, di uno dei quali (una teiera), Roberts fu così compiaciuto che lo fece per davvero fabbricare in Sheffield Plate partendo dagli schizzi di Nicholson.

Nicholson continua affermando che intorno al periodo (poco dopo il 1800) in cui tutti si stavano stancando dei disegni banali sia nell’argenteria che negli articoli placcati, fu lui a introdurre le conchiglie e i delfini nelle godronature, seguiti da altre decorazioni. Quest’innovazione rivoluzionò completamente i disegni allora stereotipati e crebbe in complessità e proporzione in misura straordinaria. La nuova moda entrò in voga improvvisamente e in maniera così pervasiva che i fabbri londinesi del periodo furono costretti a seguirla per potersi procurare i mezzi per vivere. Le difficoltà affrontate nella competizione, dovute alle differenze nei loro metodi di manifattura del periodo, debbono essere state grandissime; in quanto loro dovevano modellare e colare i bordi delle proprie produzioni decorate con motivi floreali, mentre i produttori di Sheffield contavano sull’uso dei loro stampi. Ciò è evidenziato dalle molte zuppiere, cestini per dolce, ecc. ecc., con marchi London Hall, fabbricati intorno al 1812 e in seguito, le cui montature non sono sottosquadrate ed affilate così perfettamente come quelle di produzione locale. Nicholson sembra avere conservato il genio per il disegno durante tutta la vita; e fu lui in seguito, quando il pubblico fu nuovamente maturo per un ulteriore cambiamento, ad introdurre i disegni ad arabeschi e lunghe volute semplici ricurve, con l’aggiunta saltuaria di una foglia o fiore, giunco e nastro, ecc. Egli narra che mentre era in vita il commercio in vasellame antico attraversò periodi fluttuanti di successo e depressione alternati. A suo parere, dopo il 1810 si crearono degli ottimi presupposti per vendere l’Old Sheffield Plate sul continente, ma il Ministero degli Esteri rimase sordo alle richieste sottopostegli.

Abbastanza curiosamente, il 1816 e il 1817 sembrano essere stati i peggiori anni che egli ricordi a causa di una congiuntura economica sfavorevole, il che ci ricorda con forza della recessione in questo paese che seguì la conclusione della pace dopo la guerra del Transvaal. Dal 1812 al 1825 il commercio di Nicholson calò gradualmente al ritmo di 1.500 £ l’anno, nonostante la rinnovata energia e l’incremento delle spese durante il periodo, nel cui ultimo anno il fatturato dell’azienda (Gainsford & Nicholson) era stato di 9.500 £; ma nel 1826 esso era nuovamente balzato a 12.000 £. Nel 1832 lo stato del commercio in articoli placcati era di nuovo così negativo che fu istituita un’inchiesta governativa per indagarne le cause.

La sua partnership con Gainsford ebbe termine intorno al 1833, ed egli fu preso da un interesse accanitissimo per l’introduzione del nuovo processo di galvanostegia; quando già nel 1830 placcava sul german silver a mo’ d’esperimento. Il marchio di quest’azienda era una testa di elefante, registrato nel 1808 [marchio].

Fu uno degli otto uomini di scienza presenti attorno al 1840 alla grande esposizione del Dott. Smee della placcatura con l’aiuto della batteria galvanica, che per convincimento allora comune avrebbe dovuto alla fine soppiantare il vecchio processo di placcatura a fusione (vedi p.140).

 

 

MATTHEW BOULTON

 

Matthew Boulton il giovane ottenne una rinomanza pubblica maggiore di qualsiasi altro produttore di vasellame antico, diventando membro sia della Royal Society che della Society of Arts. Fu associato al grande James Watt e, come si vedrà dalla lista di produzioni esaminate in dettaglio sotto l’illustrazione della sua fabbrica, dev’essere stato un uomo dalle risorse infinite. Il numero d’articoli in Sheffield Plate fabbricati dalla sua azienda ancor oggi esistenti, è probabilmente pari a quello di qualsiasi altro produttore. A Birmingham si distinse in solitario come rivale di successo dei migliori produttori di Sheffield Plate.

Citando da “Samuel Smiles”, egli nacque il 3 settembre 1728, e fu educato a Birmingham; poiché suo padre, Matthew, apparteneva ad una buona, antica e benestante famiglia del Northamptonshire residente a Linchfield, che si presume fosse improvvisamente caduta in disgrazia, i genitori mandarono il figlio Matthew a farsi una carriera d’affari a Birmingham.

Sembra che nella sua carriera Matthew Boulton Junior avesse introdotto molto presto nella fabbrica paterna numerose importanti migliorie nella manifattura di bottoni, catenelle d’orologio ed altri gingilli, e fu proprio lui ad inventare le fibbie in acciaio intarsiato. La grande fabbrica illustrata a p.49 costava più di 20.000 £ ed era in grado di contenere un migliaio di operai. Fu completata intorno al 1764 circa. E’ facile immaginare come un uomo dal talento del giovane Boulton si fosse indirizzato al processo di placcatura di nuova invenzione, e lo troviamo in questo periodo ad introdurre nella sua fabbrica la produzione di candelieri placcati, recipienti, ecc. In appunti scritti da T. Nicholson tra il 1840 e il 1850 si racconta che Matthew Boulton lasciò Sheffield nel 1764 (essendosi presumibilmente recato qui per acquisire i dettagli dell’attività). Fu sempre tenuto nella più grande considerazione, a quanto si afferma, e prima della sua partenza si parlò di una sua possibile partnership con Richard Morton di Sheffield. Probabilmente vi è qui una discrepanza di date, poiché, ammesso che Boulton abbia mai risieduto a Sheffield, non si può scordare che secondo Smiles egli fu preso in società con il padre a Birmingham poco tempo dopo il raggiungimento della maggiore età nel 1749, mentre nel 1759, quando suo padre era oramai morto, assunse il controllo completo dell’attività e cominciò immediatamente a costruire la famosa fabbrica Soho. Boulton coniò e presentò, a proprie spese, medaglie commemorative della battaglia di Trafalgar, per gli ufficiali e gli uomini che vi avevano preso parte ed erano sopravvissuti. Sua moglie era figlia dell’Egr. Luke Robinson, di Linchfield; il matrimonio fu celebrato nel 1749. Il marchio usato dalla sua azienda prima del 1773 era [marchio] e nel 1784 il marchio, coniato in duplicato, [marchio] il sole, fu registrato presso l’Ufficio dell’Assaggio di Sheffield.

Egli decise assolutamente di farla finita con la vergogna di “Brummagem” 33, e agli inizi della carriera scrive da Londra al suo partner affermando, “Il pregiudizio che Birmingham si è così giustamente attirato contro rende appariscente ogni errore in tutti gli articoli aventi le minori pretese di gusto; come posso aspettarmi che il pubblico approvi la spazzatura proveniente da Soho quando può procurarsi da ogni altra regione oggetti lavorati in buono stato e perfetti?”

Quale successo ebbero i suoi sforzi in questa direzione è oggi pienamente esemplificato.

Egli si recava frequentemente in città allo scopo dichiarato di leggere e fare disegni di opere rare al British Museum, e quand’erano offerti in vendita oggetti d’arte preziosi si prodigava per assicurarseli. Tuttavia non limitò le ricerche alla sola Inghilterra, e si narra che egli fece sì che si effettuasse sul continente una ricerca dei migliori esemplari d’artigianato come modelli da imitare.

Uno dei suoi più ferventi ammiratori era l’Onorevole Sig.a Montagu, che gli scrisse “Provo piacere più grande per le nostre vittorie sui Francesi nel campo delle arti che in quello delle armi; i successi di Soho, anziché produrre vedove e orfani, producono matrimoni e battesimi. La sua nobile industria, mentre eleva il pubblico gusto, fornisce ai poveri nuove occupazioni, e consente loro di crescere in tranquillità le proprie famiglie” – un complimento molto bello al genio di Boulton.

Sembra egli avesse lunghi incontri con il Re e la Regina, e che sia stato famoso in tutt’Europa: quando degli stranieri distinti venivano in Inghilterra, visitavano abitualmente Soho come uno dei monumenti nazionali. Per molti anni a Soho House, la residenza di Boulton, i visitatori furono così numerosi e arrivarono in successione così costante che essa assomigliava più ad un hotel che ad un’abitazione privata. Tra i suoi tanti amici andava annoverato il grande ceramista Josiah Wegwood, per il quale, come per altri ceramisti, Boulton creò un ampio commercio montandone gli articoli con argento e Sheffield Plate.

Pare quasi incredibile che un alveare industriale qual era la fabbrica di Boulton, possa essere sparito così completamente; oggi resta in piedi solo la sua residenza privata. L’attività fu liquidata nel 1848, quando al tempo era nota come “The Soho Plate Co.”, ex-“Matthew Boulton and Plate Co.”

Boulton morì il 17 agosto 1809, all’età di 81 anni, e fu sepolto in Handsworth Church. Fu seguito nella tomba da 600 dei suoi operai, ed è descritto come uomo di natura assai nobile, generoso, di sentimenti elevati ed amante di verità, onore e rettitudine.

Gli uomini di cui è ricordata l’importanza in tale sede, rappresentano molti altri i cui nomi si troveranno riportati, in relazione a vari argomenti, nelle pagine di questo libro. A loro come classe dev’essere accordato un grande elogio per gli eccellenti disegni e l’abilità manuale caratteristica dei loro articoli. Sfortunatamente erano meno dotati nell’uso della penna che in quello del martello, e mancando di diari le immagini che possediamo delle loro vite e lavori sono vaghe e difficili da mettere a fuoco.

Sarà perciò motivo di gratificazione se la pubblicazione di questo libro costituirà un mezzo per fare maggior luce, non solo sulla storia iniziale dell’antico commercio, ma anche dei suoi pionieri.

Sia vero o no il detto che “il lavoro duro non uccide nessuno”, è da notare che dei sette pionieri industriali nominati più espressamente, Thomas Boulsover visse 84 anni, Joseph Hancock 80, Thomas Leader e Samuel Roberts 85 ciascuno, Thomas Nicholson e Matthew Boulton 81 ciascuno e Thomas Bradbury 75; ma forse questa longevità può spiegarsi in parte con le condizioni climatiche in cui essi lavorarono. Sicuramente nessuna città inglese è più tonificante di Sheffield; mentre pure Birmingham, essendo costruita su un altopiano alla stessa altitudine di Sheffield, si trova in un distretto notevolmente salubre per un’attività produttiva.

Nel 1773 fu formata a Sheffield la prima associazione locale di fabbri, i cui membri erano –

 

                        Winter, Parsons & Co.                                  J. Hoyland & Co.

                        Hancock, Rowbotham & Co.                        Richard Morton & Co.

                        Tudor & Leader                                             Thomas Law & Co.

                        Fenton, Creswick & Co.

 

Lo scopo di quest’Associazione era formare una lega di produttori che si accordassero per certi prezzi di vendita fissi per i propri articoli, riducendo inoltre lo sconto da applicare su tali prezzi al 20% per il prezzo di cassa e al 15% per il credito.

Nel 1777 ci si accordò per concedere uno sconto del 10% a persone esterne all’attività che presentassero dei clienti, e nel risolvere la questione del credito il Regno d’Irlanda fu considerato paese straniero.

Gli incontri di quest’Associazione si tenevano con discreta regolarità e facevano registrare una buona frequenza. I posti scelti per l’assemblea erano le varie locande della città, e i membri coglievano l’occasione per indulgere alle giovialità della buona cena all’antica.

La pena per la mancata partecipazione a questi incontri era il costo di una cena, 8 penny, ed un’ulteriore multa di 2 scellini e 6 penny, per un totale di 3 scellini e 2 penny. Queste multe erano rigorosamente imposte e pagate. L’Associazione pare esserci sciolta nel 1784.

 

 

 

 

PARTE III

LA STORIA DEL COMMERCIO

 

SU LAVORAZIONE E APPRENDISTI

 

Questo lavoro non vuole inculcare al pubblico una stima esagerata del valore pecuniario o artistico dell’Old Sheffield Plate, ma si è tentati di affermare che nell’eccellenza della fattura questo vasellame varia molto meno di qualunque arte contemporanea. La maggioranza dell’argenteria antica collezionata è, di regola, stata richiesta più in ragione della sua storia ed antichità passate che per il merito artistico e l’abilità nella produzione, mentre nel caso delle collezioni di Old Sheffield Plate i primissimi esemplari sono sempre, assolutamente, i più pregiati o più bramosamente ricercati dagli esperti. I vari pezzi hanno finora poggiato sui propri meriti. Confrontando il placcatore con il fabbro, non vi è quasi dubbio che, all’apice del successo, il primo arrivasse ad un livello più elevato d’abilità scientifica del secondo. Il miglior lavoratore nel vasellame placcato a fusione era anche fabbro, e aveva perciò il doppio vantaggio dell’intuizione e dell’esperienza in ambo i rami dell’industria. Si può concedere che in molti degli esempi di vasellame antico che hanno attratto l’attenzione, disegno e stile siano stati spesso imperfetti, ma l’operaio di solito eseguiva bene il proprio compito. Alcuni dei pezzi più antichi – quando l’attività era agli stadi sperimentali e si faceva fronte alla difficoltà di trovare operai capaci – palesano eccezioni a questa regola, e lasciano un po’ a desiderare; ma in seguito, grazie alle finezze della manipolazione, nessun’azienda sarebbe potuta rimanere a metà strada nel cammino verso la perfezione. In generale un articolo doveva essere o buono abbastanza da finire intero, o distrutto completamente. La trasformazione, mettiamo, di un pezzo di rame placcato in teiera richiedeva una grande abilità da parte del lavoratore così da evitare di rompere il metallo o tagliarlo lungo la ricopertura d’argento, sprecando così l’articolo. Ora però, tutti i tipi di materiale grezzo possono essere saldati e ricoperti in seguito nella vasca di placcatura, e di conseguenza l’operaio non deve prestare la stessa attenzione e gli stessi sforzi nella produzione di un articolo com’era necessario al tempo dell’Old Sheffield Plate. Non si esagera per niente affermando che dall’introduzione della galvanostegia la fattura nel settore dell’argenteria e del Silver Plate ha mostrato segni di un complessivo scadimento. Oggi alcuni produttori immergono persino articoli in argento a 925/1000 nel bagno di placcatura per nascondere l’appannamento verificatosi durante il processo di saldatura, tecnicamente noto come “marchi a fuoco”, ma la pratica è alquanto insoddisfacente dal punto di vista dei clienti.

Per quanto concerne le produzioni in Sheffield Plate nei tempi antichi, non si può trovare alcuno scadimento nella loro manifattura. Dall’avvio dell’industria agli ultimissimi giorni, migliorie ed invenzioni furono sempre all’ordine del giorno. I migliori esempi sono caratterizzati da una fattura eccellente; e la durata permanente era assicurata dall’infinita dose di laminature e successivi martellamenti cui i vari pezzi erano sottoposti durante il metodo di preparazione. Queste operazioni producevano la chiusura della fibra del metallo allo stesso modo in cui l’acciaio è indurito sotto il martello forgiante o la pressa idraulica.

La formazione dei vari recipienti, l’unione delle parti, il martellamento e la montatura, la finitura e la decorazione rappresentano tutti un certo livello di abilità e un paziente, coscienzioso sforzo da parte degli operai, quali sfortunatamente non sono così evidenti nel vasellame odierno di Sheffield.

Un importantissimo elemento essenziale nella produzione dell’Old Sheffield Plate era l’assoluta pulizia. Particelle di polvere, la minima traccia di grasso e persino una goccia di sudore dalla mano che veniva a contatto con l’oggetto lavorato, sarebbero stati fatali allo standard di finitura richiesto nel periodo in esame. Un artigiano dalla mano secca aveva maggiori possibilità di successo rispetto ad uno le cui mani erano inclini a sudare.

 

 

 

 

 

1 Silver shield è il termine tecnico utilizzato per      (N.d.T.).

2 Il rubbing-in è una tecnica che consiste nel far penetrare l’argento mediante sfregamento interno (N.d.T.).

3 Il close-plating è una tecnica che consiste nell’applicare una lamina di metallo prezioso sull’acciaio, ed era utilizzata per i coltelli (N.d.T.).

4 Il Britannia Metal (chiamato anche Lega Britannia) è una lega di stagno, antimonio e una piccola quantità di rame, surrogato del peltro molto popolare nel XIX sec., usata come base per la galvanostegia (N.d.T.).

5 Nome collettivo indicante tutte le suppellettili piane da tavola, i piatti, i vassoi e anche le posate, esclusi i coltelli (N.d.T.).

6 Termine indicante il vasellame “cavo”, vale a dire vasi, coppe, zuppiere ecc., per distinguerlo dal flatware (N.d.T.).

7 “Vero Sheffield” (N.d.T.).

8 Non si è stati in grado di recuperare il significato dell’antico vocabolo (N.d.T.).

[9] Herbert, “Storia delle Corporazioni”, Vol. II, p.288.

10  Dobbiamo concludere che la versione fin qui accettata dell’ortografia del nome, “Bolsover”, sia scorretta. Il Sig. J.B. Mitchell-Withers dice, “In base alle prove di cui sono a conoscenza, il nome in origine era scritto con la “u”, e nel libro che possiedo, la firma, che sembra essere stata apposta da Boulsover, è “Thomas Boulsover”. E’ scritta così pure nella lettera pubblicata nello “Sheffield Mercury”, nel 1840, e anche nell’albero genealogico illustrante le pretese di Benjamin Blonk Silcock, e credo di aver visto il nome di sua figlia scritto con la “u”. Senza moltiplicare oltre misura le conferme, possono essere citate: la registrazione della sepoltura nel 1788 come “Thomas Boulsover”; la voce nell’Ecclesall Bierlow Rate Book del 1786 (“Thomas Boulsover”); infine nei vecchi libri mastri della Thomas Bradbury & Sons, le registrazioni del nome dell’azienda di Boulsover negli anni dal 1778 al 1782, sono “Thomas Boulsover & Co.”.

11 Hunter, Storia dell’Hallamshire”, Edizione del 1819, p.124.

12  Un esperimento ha provato che quando una striscia d’argento è sottoposta a close plating (o saldata) su un pezzo di rame di dimensione simile, i due metalli si comportano sotto la pressione dei rulli nello stesso identico modo del vasellame fuso, vale a dire si allungano indefinitamente in congiunzione; gli stessi risultati si ottengono nel caso di stagno placcato con argento.

13  È un fatto rilevante, a dispetto di alcuni tentativi in certi ambienti di rappresentare ciò come una “ri-scoperta”, che in Inghilterra non solo è riconosciuto a Boulsover il merito della scoperta del metodo della placcatura a fusione, ma egli è comunemente accettato come il creatore di questo metodo per mezzo del quale in tutto il mondo si utilizzano metalli placcati.

14  Gli spessori variavano in maniera considerevole in periodi diversi, tenendosi a mente i vari scopi per i quali si desiderava utilizzare le lastre d’argento; una qualità molto buona di metallo aveva un ottavo di pollice d’argento depositato su di un lingotto così come descritto sopra.

15  Letteralmente, “colui che assesta” (N.d.T.).

16 L’Autore si è spinto qui ad alterare leggermente la sequenza degli appunti del Sig. Dixon, altrimenti sembrerebbe che questi in uno o due piccoli dettagli avesse inavvertitamente messo il carro avanti ai buoi. Il nome è scritto Bolsover.

17 Strelley Pegge di Beauchief Hall, Cavaliere, antenato dei Pegge-Burnells, di Beauchief-Hall, Derbyshire, proprietario di Whiteley Wood, dove Boulsover dimorò in seguito.

18 Nel 1671 un certo Maurice Brownhill, assumendo Jack Hancock come apprendista, s’impegnò ad insegnargli a fabbricare tabacchiere.

19 Esecuzione manuale o stampa di caratteri o parole, per formare una dicitura, un’iscrizione, o un titolo (N.d.T.).

20 Vedi p.93.

21 L’“Ufficio dell’Assaggio di Sheffield” di Watson.

22Hunter’s Hallamshire” di Gatty, Ed. 1869, p.168.

23 Il Cannel (corruzione di candle=candela) è un minerale, carbone bituminoso, capace di assumere un’elevata brillantezza come l’ambra nera, cui assomiglia un po’. Si trova principalmente in Scozia e nel Lancashire, ma non è sconosciuto nel distretto dello Yorkshire. E’ usato soprattutto nella produzione d’oli. La sua natura infiammabile ne suggerirebbe la pericolosità nell’utilizzo per candelabri. Gli articoli fatti di questa sostanza sono ora oggetti rari più che articoli commerciali, benché si possa notare che un refrigeratore per vini, e alcuni ornamenti più piccoli, furono esibiti alla Grande Esposizione del 1851.

24L’Ufficio dell’Assaggio di Sheffield” di Arnold T. Watson, pp.10-11. In quell’anno (1773) troviamo William Hancock associato a John Rowbotham.

25  Vedi illustrazione, p.32.

26  Vedi illustrazioni, p.336.

27Storia di Leader della Società dei Coltellinai”, vol. 1, p.78.

28 Un certo James Fenton fu in un primo tempo loro socio, ma presto lasciò per mettersi in società con William Tucker, ex-dipendente dell’azienda.

29 Ossia “zuppiere” (N.d.T.).

30  Letteralmente “bava dolce”, infatti la saldatura a stagno viene anche definita saldatura “dolce” (N.d.T.).

31  Vedi p.93.

32 Chiamato anche argentone, è una lega metallica composta di zinco, rame e nichel, in diverse percentuali (N.d.T.).

33 “Birmingham” nel dialetto locale (N.d.T.).

Il flat-hammering 34 era uno dei processi più importanti e difficili nella fabbricazione del vasellame, e una consistente percentuale di apprendisti non riuscì mai a raggiungere un elevato grado d’abilità. Martellatori di successo si nasceva e non si diventava. In quei tempi di produzione rapida si è sorpresi nell’apprendere la straordinaria quantità di tempo e di cure profuse nel flat-hammering di un articolo di vasellame, al fine di produrre una superficie perfetta su di esso.

Gli apprendisti più portati per il mestiere di placcatore, prestavano inesorabilmente servizio per sette anni fatti di lunghe giornate di lavoro e poche ferie, e prima di essere riconosciuti come lavoratori a cottimo, dovevano fungere per diversi anni da apprendisti. Alla pagina successiva è illustrata una copia del contratto d’apprendistato, debitamente sottoscritto, sigillato e consegnato nel 1800, tra Thomas Bradbury Junior, T. Bradbury Senior e Thomas Watson, in rappresentanza questi ultimi della ditta Watson & Bradbury. Ciò ci dà un’idea del grande zelo profuso più di un secolo fa per il benessere economico-sociale e la formazione di un apprendista al mestiere.

 

 

I LOCANDIERI E L’OLD SHEFFIELD PLATE

 

Poco dopo la loro introduzione, gli articoli in Old Sheffield Plate furono oggetto di grande richiesta tra i proprietari di taverne e locande, in special modo i boccali e le misure, a tal punto che alcune aziende concentrarono la loro attenzione nella fornitura di materiale per soddisfare tali richieste. Sembra che le misure avessero soppiantato in larga misura quelle di peltro prodotte nel passato. Prima dell’introduzione dello Sheffield Plate, tutti i migliori hotel utilizzavano grosse quantità di argento massiccio, in particolare il Wood’s hotel di Holborn a Londra; 35 il Castle hotel di Bath; il Cross Keys hotel di Hull; il Fleur-de-Lis di Canterbury; il White Horse di Ipswich; il Clinton Arms di Newark, e se ne possono ben ricordare molti altri che abbiano avuto una notevole quantità di silver plate massiccio. Inoltre, molte antiche locande possiedono servizi Old Sheffield Plate ancora utilizzati quotidianamente; sfortunatamente però, il pesante logorio sopportato nell’ultimo secolo a causa dell’utilizzo quotidiano negli hotel, ha causato danni ingenti anche agli esemplari migliori e più solidi di questo vasellame. La maggior quantità di Old Sheffield Plate impiegata oggi costantemente si trova forse al London hotel di Exeter; le sue condizioni tuttavia lasciano molto a desiderare.

All’Harker hotel di York vi è ancora una discreta quantità di Old Sheffield Plate – nonché addirittura di argento antico – in condizioni più che decorose. Al Castle hotel di Bath, fino a tempi recenti erano usati quasi esclusivamente articoli sia in argento massiccio e in Sheffield Plate; per contro, si possono ancora trovare quantità minori del secondo negli hotel londinesi “Saracen’s Head e “Spread Eagle”; al Hop Market hotel di Worcester; al King’s Head di Cirencester; al Royal hotel di Cheltenham; al Castle hotel di Lynton; al Castle hotel di Taunton; al Castle hotel di Dartmouth; al Lion hotel di Guildford; al George hotel di Aylesbury; al Beaufort Arms hotel di Monmouth; al Fortescue and Royal hotel di Barnstaple; al Red Lion hotel di Salisbury; 36 allo Swan hotel di Bedford; al White Hart hotel di Windsor, e in molti altri. In tutti questi ostelli però gli articoli attualmente sono molto pochi di numero in confronto a 20 anni fa.

 

 

AUMENTO E DIMINUZIONE DELLA DOMANDA DI SHEFFIELD PLATE

 

Gli sforzi compiuti dai primi argentieri per scoraggiare la placcatura di metalli inferiori con argento a 925/1000, cercando di persuadere il legislatore e il pubblico che siffatti articoli erano spuri e il processo immorale, non evitarono in alcun modo l’adozione dell’Old Sheffield Plate da parte delle classi sociali più elevate. La rapida crescita del settore fu fenomenale, tuttavia al di fuori dei ranghi della nobiltà e della gentry 37 vi erano pochi acquirenti potenziali. La presenza di cimieri particolarmente elaborati e di blasoni sulla maggior parte degli articoli ancor oggi esistenti prova ampiamente che le famiglie nobili della fine del XVIII sec. non si vergognavano minimamente di sfruttare la nuova invenzione e di acquistare Old Sheffield Plate per risparmiare. All’industria, quarant’anni dopo la nascita, fu dato un enorme impulso dall’imposizione del diritto doganale sull’argento a 925/1000, nel 1784. La cosa naturalmente fece nettamente aumentare il costo degli articoli in argento finiti, e da allora si può affermare che esso sia continuamente cresciuto per più di cinque anni; al tempo stesso aumentava la quantità di articoli prodotti e il numero di nuove aziende avvianti l’attività. Tale diritto doganale fu una questione seria da affrontare, e finì per ammontare al 25% circa del costo originario di ciascun articolo fabbricato. Una teiera d’argento costata fino allora 6 o 7£, una volta addebitato il diritto doganale, non poteva aversi per molto meno di 9£; un vassoio d’argento il cui costo originario era intorno alle 20£, sarebbe costato 25£, ecc. ecc. A questo diritto doganale specifico gli argentieri fecero fronte riducendo lo spessore dei calibri d’argento utilizzati, ovunque fosse possibile, ed è risaputo che pure gli artigiani di Sheffield imitarono questa nuova tendenza. Nei casi in cui tali articoli Sheffield Plate di peso inferiore siano trovati in buono stato di conservazione, spesso non è possibile distinguerli dai contemporanei esempi di vasellame in argento a 925/1000, se non per mezzo di un attento esame.

Alcuni anni più tardi prese avvio l’uso di stampi per stampare le parti intere dei vari articoli (in precedenza i corpi degli articoli Sheffield Plate erano solitamente sbalzati a mano). Ciò rese possibile vendere riproduzioni fedeli di una parte del vasellame in argento allora in voga, e tali riproduzioni erano sotto molti aspetti di miglior fattura, nonché al tempo stesso molto più a buon prezzo in ragione del gran risparmio nei costi derivante dall’utilizzo dei suddetti stampi d’acciaio. Nei primi anni del XIX sec. gli acquirenti del vasellame crebbero di numero grazie alla nuova classe di mercanti e produttori che arricchirono rapidamente, e che oggi costituiscono la classe media.

Nel 1789 la Rivoluzione Francese condizionò a tal punto l’industria dello Sheffield Plate, che l’attività giunse quasi ad un punto morto. Il commercio con la Francia, prima di allora e in seguito, fu notevole; i placcatori stranieri nel loro complesso non eguagliarono mai il livello d’eccellenza nella fattura raggiunto dai colleghi di Sheffield. Molti dei migliori articoli Sheffield Plate presenti nei cataloghi illustrati, erano descritti sia in Inglese, sia in Francese, e gli articoli erano di fatto disegnati per soddisfare le richieste di quel mercato. Questo la dice lunga sugli sforzi compiuti dai produttori sia nella creazione, che nella distribuzione dei propri articoli. La Roberts & Cadman, che aveva un’ampia attività in Francia, intratteneva pure un notevole legame commerciale con la Spagna.

Dal 1795 fino al 1815, l’instabile congiuntura economica in Europa impedì in larga misura il commercio d’esportazione verso il continente. Stavano tuttavia sorgendo in quel periodo nuovi mercati nelle colonie britanniche, mentre dal 1816 fino alla scomparsa dell’industria, pur non essendovi guerre ad interferire nel progresso ininterrotto del settore, per certi motivi tale commercio d’esportazione venne meno. Non si può affermare con alcuna certezza se ciò fosse dipeso o meno dalla progressiva creazione di barriere doganali all’estero; in ogni modo, nelle ultime fasi dell’industria si ebbe una cessazione quasi completa del commercio d’esportazione verso l’Europa e gli Stati Uniti d’America. 38

 

DISTRUZIONE DEL VASELLAME; DISPERSIONE DEGLI STAMPI; FORTUNA DEI PRODUTTORI E DEGLI STABILIMENTI

 

E’ quasi inconcepibile come appena 25 anni fa la stima dei pezzi “Old Sheffield” fosse irrisoria, e i migliori esemplari potessero essere acquistati per tanti scellini quante sono le sterline che oggi essi costerebbero.

E’ inoltre singolare che, sebbene l’introduzione della galvanostegia sia stata in confronto recente, siano rimaste così poche aziende produttrici di vasellame, tra quelle un tempo legate alla più antica industria. Gli stabilimenti per la maggior parte sono stati dismessi, e gli impianti e i materiali dispersi. Miriadi di stampi, che devono essere costati centinaia di migliaia di sterline per il solo ritaglio (e oggi come articoli d’uso non avrebbero prezzo per via del trend di distacco dai modelli stilistici vittoriani), furono fusi per il mero valore del metallo, e le poche aziende che sono sopravvissute e possiedono una qualche partita d’antichi stampi di Sheffield, si trovano pressoché sempre ad averle incomplete.

In base a delle ricerche, sembrerebbe che il periodo compreso tra il 1852 e il 1858 debba essere fissato come data approssimativa della distruzione e dispersione degli stampi da parte dei produttori di Old Sheffield Plate superstiti. Gli stili vittoriani degli articoli prodotti mediante galvanostegia erano allora divenuti di moda, mentre l’adozione del metodo di colare in German silver da modelli stava gradualmente sostituendo nel processo produttivo l’utilizzo degli stampaggi da stampi in acciaio.

Gli stabilimenti di Sheffield avevano un’estensione limitata, e i nuovi metodi applicazioni e modelli correlati al processo di galvanostegia richiedevano molto più spazio. Sembra che i produttori avessero pensato che gli stampi ritagliati tra il 1810 e il 1850 potessero un giorno ritornare di moda, ma per quanto riguarda quelli dei periodi precedenti, le possibilità di reintrodurli fossero remote. Pertanto notiamo come lo stampo modello “Adam” e quelli successivi, più semplici, fossero più degli altri condannati alla distruzione.

Vecchi operai allo stabilimento dell’autore possono rammentare lo sfregio e la dispersione di grandi quantità di stampi, intorno al 1855. Allo stabilimento dei Sigg. Hawksworth Eyre (successori della Blagden, Hodgson & Co.), furono eliminati 1.000 stampi all’incirca nello stesso periodo.

Con la scomparsa dello Sheffield Plate molti dei soci nelle vecchie aziende, impegnati allora nella sua produzione, l’abbandonarono per altre professioni. Numerosi membri delle famiglie Creswick, Mappin, Roberts, Leader, Cadman, Watson, Gainsford, ecc. ecc., hanno occupato le posizioni più elevate in altri rami d’industrie e professioni. Il defunto Sir F. T. Mappin, Baronetto, e il Sig. Samuel Roberts, Deputato, hanno distintamente esercitato il loro mandato alla Camera dei Comuni, mentre i Leader sono in relazione da quasi un secolo con l’ambiente letterario e politico della città. Il defunto Sir Henry Watson, il cui zio Thomas Watson era in società con Thomas Bradbury nel 1795 (si veda p.37), fu per molti anni solicitor 39, e presidente di una delle maggiori industrie di produzione dell’acciaio che hanno reso così famoso nel mondo il nome della nostra città, in quest’importante settore. Il Sig. Robert Robinson, socio della Daniel Holy & Co. (si veda p.433), era trisavolo del Sig. Sidney Jessop Robinson, amministratore gestionale della William Jessop & Sons Ltd. di Brightside Works a Sheffield. Esiste un contratto di associazione, in data 1783, firmato da George Woodhead, Daniel Holy, Robert Frederick Wilkinson, Joseph Drabble e Robert Robinson.

Il Sig. W. Sissons, della W. & G. Sissons, che ha rilevato l’attività della Roberts & Cadman, pensa che i suoi stampi siano praticamente intatti; la sua azienda però, avviata soltanto nel 1784, non ebbe al tempo grandi riserve di stampi di proprietà, fino, diciamo, al 1794, il che ci porta ad un periodo tra i 40 e i 50 anni successivo a quello in cui nacque l’industria. Inoltre, da un attento esame dei cataloghi più vecchi dell’azienda, è abbastanza chiaro che per quanto i suoi fondatori imponessero le mode nel settore a quel tempo, e per quanto eccellenti fossero i loro disegni, gran parte del lavoro svolto era eseguito stampando a caldo, modellando e sbalzando a mano, processo produttivo che richiedeva all’operaio molta più abilità rispetto all’unire gli stampaggi degli articoli ricavati dagli stampi.40  Gli stampi di Matthew Boulton furono anch’essi interamente dispersi nel 1848. La W. & G. Sissons di Sheffield ne possiede alcuni; non v’è traccia degli altri ancora in uso presso i molti produttori di Birmingham che oggi rappresentano l’attività della placcatura, un tempo portata avanti allo Stabilimento Soho.

Alla liquidazione della ditta Gainsford & Nicholson, nel 1834, gli stampi offerti per pubblica asta ammontavano a 1.072, senza tener conto di quelli venduti privatamente; il peso del solo metallo negli stampi e negli utensili era di 20 tonnellate. Furono aggiudicati poi 248 morse e 462 utensili di operai.

 

 

IL RITAGLIO DEGLI STAMPI

 

Nel libro di Leader “Sheffield nel Diciottesimo secolo”, è citato l’esempio di un coltellinaio in attività “che si stava specializzando nel ritaglio di presse per bilance di corno e stampi, e il cui gusto artistico lo portava a disegnare modelli e ornamenti per gli argentieri”. Costui era Samuel Ellis, il cui successo gli consentì di entrare, forse in qualità di fondatore, nella ditta Ashforth, Ellis & Co., che fu attiva a Hawley Croft, in Angel Street, e a Red Hill, dal 1770 circa al 1811. Tale testimonianza è stata fornita dal pronipote di Ellis, e benché non escluda la possibilità che fossero stati chiamati da altri posti dei disegnatori, e forse dei costruttori di stampi, essa appare molto verosimilmente tipica di quanto avveniva nelle fabbriche di Sheffield, se a ciò si aggiungono le informazioni in nostro possesso su uomini quali Samuel Roberts e il partner George Cadman. Nel 1774 Samuel Roberts è descritto (e anche Isaac Ellis, probabilmente suo figlio) come “coltellinaio, marchio, punzonatore e disegnatore”, a Holy (o Hawley) Croft” – apparentemente in relazione con le officine per la produzione di articoli placcati della Ashforth, Ellis & Co.; altri uomini erano pure in quello stesso periodo “coltellinai e costruttori di stampi”, “costruttori di stampi e incisori”; per contro, nel 1787 c’imbattiamo in “William Lambert, fabbricatore di posate in argento e decoratore”.

L’unica prova certa in merito al ritaglio degli stampi fa leva sulla supposizione che in questo, come in altri dettagli, i produttori d’argenteria dipendessero almeno in parte dall’ingegnosità e dal gusto locale, sviluppati dalle esigenze della nuova industria. Sono qui forniti alcuni particolari di stampi e utensili posseduti dalla T. Bradbury & Sons (di cui è allegata una lista completa, con i relativi costi) nel 1771: tali particolari sono stati ricavati da un vecchio libro dell’azienda.

 

 

PRIMI PREZZI IN COMMERCIO DI UTENSILI E MATERIALI, RICAVATI DAI LIBRI DI UNA FABBRICA DI OLD SHEFFIELD PLATE

 

Il 22 gennaio 1771, “Thomas Webster” acquistò 27 libbre di stampi, in tutto 10, per 11 scellini e 3 penny, mentre per la loro tornitura versò 8 scellini. Egli acquistò inoltre utensili generici: 12 martelli, a 1 scellino ciascuno; 1 “Mondril”, a 1 scellino e 6 penny; 6 pinze a 1 scellino e 6 penny il tutto; 1 “Handlestake”, a 5 scellini; 1 tassetto da lattoniere a forma tubolare, a 5 scellini; 1 tassetto a forma panciuta di 2 libbre e 6 ½ once, a 17 scellini e 3 penny. I martelli spianatori furono addebitati per 1 scellino e 10 penny ciascuno. Il 22 gennaio 1771, “Samuel Ellis” fu pagato 15 scellini per il ritaglio di uno stampo per piedino gotico di candela di cera; il 12 febbraio, 16 scellini per il ritaglio di uno stampo per capitello di candela di cera; il 15 febbraio, 13 scellini per il ritaglio di uno stampo per beccuccio di candela di cera. “Joseph Bright” fu pagato lo stesso giorno 9£, 17 scellini e 4 penny per 15 settimane di lavoro su stampi. Il 12 settembre, “William Oxley” incassò 30£, 1 scellino e 7 penny per 37 settimane di lavoro sulla costruzione di stampi. Il 15 settembre 1772, “Joseph Bright” fu pagato 9£, 17 scellini e 4 penny per 15 settimane di lavoro. Il 4 dicembre 1772 lo stabilimento ricevette un apporto sotto forma di “un grande martello di stampo e accessori”, compresi degli stampi avuti da “William Fenton”, del costo di 31£, 19 scellini e 10 ½ penny.

Il libro precedentemente citato contiene anche una lista completa di stampi, 175 in tutto, che erano in uso nel 1775, con tanto di descrizione. Alcuni di questi sono abbastanza interessanti da riprodurre in dettaglio:-

 

 

£

Scellini

Penny

1 Stampo “in metallo” per waiter da 6”

1

16

0

2 stampi per manico di tureen 41, stampo “in metallo”

1

0

0

Stampo per capitello ionico

0

18

0

Stampo per capitello di vaso

0

18

0

3 stampi per piedini di butter boat 42

1

10

0

Stampo per piedino quadrato di caffettiera, “in metallo”

0

2

6

Stampo per coperchio e orlo di caffettiera, “in metallo”

0

5

0

Stampo per piedino di vaso e drappeggi per candeliere

3

10

0

2 stampi per mestolo da punch

1

11

0

Stampo per mestolo da crema

0

5

0

Stampo per cucchiaio da sale

0

5

0

2 stampi per parti superiori di ampolliere

0

10

0

Stampo per piedino di coppa da pinta

1

0

0

Stampo per piedino di coppa da ½ pinta

0

12

0

Stampo per piedino di coppa ovale

0

5

0

Stampo per coperchio di boccale 43

0

18

0

Stampo per piedino di boccale

1

0

0

Stampo per giunzione di boccale

0

2

6

Stampo per coperchio di boccale da senape

0

12

0

Stampo per giunzione di boccale da senape

0

2

6

Stampo per manico di oliera

0

18

0

Stampo per sezione di oliera

0

18

0

Stampo per piedino di oliera

0

5

0

Stampo per lampada da piatto a forma di croce

0

10

0

Stampo di coperchio per lampada da piatto a forma di croce

0

12

0

Stampo di piccolo coperchio per lampada da piatto a forma di croce

0

9

0

Stampo di fusto per lampada da piatto a forma di croce

1

0

0

Stampo d’involucro superiore per lampada da piatto a forma di croce

0

14

0

Stampo di piedino per lampada da piatto a forma di croce

0

10

0

Stampo per supporto di lampada da piatto a forma di croce

0

15

0

Stampo per estremità di spalla per lampada da piatto a forma di croce

0

2

6

Stampo per piedino di caffettiera

2

10

0

Stampo per coperchio grande di caffettiera

2

4

6

Stampo per coperchio piccolo di caffettiera

1

13

0

Stampo per cavità inferiore di caffettiera

0

16

0

Stampo per cavità superiore di caffettiera

1

0

0

Stampo per giunzione di caffettiera

0

10

0

Stampo per manopola a forma d’ananas

0

12

0

Stampo per beccuccio di caffettiera

3

0

0

Stampo per piedino di bollitore per il tè (tea kitchen)

3

1

0

Stampo per coda di rondine di bollitore per il tè

1

14

0

Stampo per manico di bollitore per il tè

1

10

0

Stampo di guscio per bollitore

0

10

0

[Stampo di] foglia grande d’ananas

0

10

0

[Stampo di] foglia piccola d’ananas

0

12

0

Stampo di ananas per bollitore

0

16

0

Stampo di coperchio per bollitore

0

15

0

Stampo per bordo di bollitore

2

2

0

Stampo di galletto per bollitore

5

5

0

 

Il Sig. Dudley Westropp ha trovato questi “Tea kitchens” descritti in tal modo nelle liste degli articoli spediti per l’assaggio all’Ufficio dell’Assaggio di Dublino nello stesso periodo; forse la definizione “Tea kitchens” corrisponde a quanto fu in seguito descritto come “Tea kettles”. 44

Si noterà come nel caso di caffettiere, boccali da senape, boccali con coperchi, ecc., non sia menzionato l’utilizzo d’alcuno stampo per i corpi di tali articoli, il che dimostra in modo decisivo che quest’ultimi, nei primi tempi, erano in ogni caso o sbalzati a martellate, oppure rivoltati da lamine di metallo. Un altro fatto interessante è che gli stampi erano usati massicciamente per le giunzioni o i cardini dei vari articoli, il che indica chiaramente come sotto quest’aspetto il lavoro manuale fosse evitato il più possibile.

In questa lista di 175 stampi non è menzionato alcunché di applicabile alla produzione delle teiere, sebbene siano descritti in dettaglio gli stampi utilizzati per lo stampaggio delle varie parti di numerosi modelli: ciò dimostra che a quel tempo le teiere non abbondavano di numero come avvenne in seguito. Quelle prodotte nel 1775 erano eseguite quasi interamente a mano.

Su un valore totale di 568£, 3 scellini e 8 penny per attrezzi e utensili, il costo degli stampi incide consistentemente su di esso, ossia per 247£ , 11 scellini e 8 penny. La cosa è interessante, poiché indica quanto maggiore fosse, persino nelle fasi iniziali, la fiducia del silver plater nell’uso di stampi per la lavorazione, rispetto agli argentieri.

                                                                                                                                 

I nomi “Room, Chamber e Garrett” dovevano senza dubbio l’origine al fatto che, di norma, per la produzione dell’Old Sheffield Plate non erano costruiti stabilimenti appositi. Era aperta la caccia alle case non abitate, tanto meglio se spaziose, e i più antichi produttori le adattavano ai fini della produzione di vasellame.

 

Nel commentare le dimensioni ridotte di una fabbrica siffatta, si deve tenere a mente che se fosse confrontata con le botteghe degli argentieri e dei coltellinai dell’epoca, avrebbe costituito al tempo “un grande stabilimento”. L’armamentario necessario ad un argentiere non includeva grandi quantità di stampi, inoltre non vi era alcun reparto placcatori di bit o reparto stampi, né vi era la necessità di un reparto apposito per il ritaglio; per contro, l’armamentario nelle officine di un coltellinaio dell’epoca consisteva in alcuni letti di fusione all’aperto, vari materiali per la produzione di manici di coltello, diverse barre d’acciaio e ferro per forgiare le lame, e attrezzi da operaio.

 

 

DESCRIZIONE DELLE VECCHIE FORNACI

 

Nei primi stabilimenti di produzione degli articoli placcati a fusione, ogni cosa era prodotta negli stabili, salvo i materiali più grezzi. La fornace di colata era certamente un ambiente molto piccolo se confrontato con quelli in uso oggi.

 

 

 

LO STRIPPING PLACE 46

 

Nei tempi passati vi erano sempre degli accessori a portata di mano per separare piombo e stagno dall’argento e dai materiali della lamina, noti come “scrap46, che si accumulavano durante il processo di produzione. Lo “stripping place” conteneva una miscela i cui ingredienti principali consistevano in acido solforico e zolfo. Tale soluzione, una volta riscaldata, causava la disintegrazione completa dell’argento, lasciando il rame nudo. L’aggiunta di sale comune alla soluzione faceva sì che l’argento si depositasse alla base del tino sotto forma di cloruro d’argento. Nel diagramma si possono vedere due bagni riscaldabili, e un tubo che metteva in collegamento il bagno superiore con quello inferiore. L’articolo cui andava tolto il deposito era posto in soluzione bollente nel bagno superiore, e questo, una volta completata la rimozione del deposito, non essendo più utilizzato, era risucchiato in quello inferiore. L’acido solforico assorbiva l’acqua, e così diluito fluiva dal bagno superiore a quello inferiore, dove diventava concentrato e ancora una volta si rendeva disponibile all’uso.

 

 

DOVE SI PROCURAVANO IL VETRO I PRODUTTORI DI OLD SHEFFIELD PLATE

 

L’argomento è finora rimasto avvolto nel più fitto mistero, e l’annosa questione dell’eventuale dipendenza dall’Irlanda da parte dei placcatori di Sheffield, per quanto concerne il vetro, trova una risposta definitiva, in senso negativo, nella  lista di produttori, dai quali la M. Fenton & Co. (e in seguito la Watson & Bradbury) acquistò il vetro.

 

A livello locale è molto interessante sapere che già nel 1779 il piccolo villaggio di Whittington, ad alcune miglia da Sheffield, produceva vetro per un valore di 236£ l’anno, soddisfacendo le richieste di almeno un’azienda del settore dell’Old Sheffield Plate. Vi sono buoni motivi per credere che anche gli altri produttori di Sheffield fossero clienti della stessa vetreria. Quest’industria del Derbyshire, probabilmente di grandi dimensioni, pare avesse chiuso i battenti nel 1808, poiché nella misura in cui disponiamo dei libri dell’azienda summenzionata, sappiamo che all’incirca da quella data, i produttori di Dudley e Birmingham monopolizzarono per bene l’intera produzione del vetro. Gli estratti illustrati coprono soltanto il periodo 1779-1812, essendo forse questo il più interessante. Esso abbraccia la maggioranza dei brevetti, delle migliorie e delle invenzioni, nonché il culmine del disegno artistico nello Sheffield Plate.

Il Sig. R. E. Leader afferma: “A Bolsterstone, vicino Sheffield (ubicazione curiosa per un’industria del genere), vi era una vetreria i cui prodotti verso la fine del XVII sec. avevano guadagnato un’elevata reputazione. Un nativo del Worcestershire, Richard Dixon, che vi era stato impiegato, si ritrasferì a Whittington nel 1704, e lì mise in piedi una fabbrica per la produzione del vetro, la cui attività fu continuata dai discendenti lungo tre generazioni. Lo John Dixon che fornì il vetro agli argentieri di Sheffield dal 1779 al 1807, era nipote del fondatore. 47 Nel 1740 altri ex-membri della società di Bolsterstone costruirono delle officine per la produzione del vetro a Catcliffe; inoltre, nel registro parrocchiale di Attercliffe è spesso menzionata una vetreria”.

I Beatson di Rotherham, citati nei conti di cui sopra (1801-3), erano “famosi per la bellezza degli articoli in vetro flint di loro produzione”. 48 E’ probabile che George Nicholls e John Withey di Sheffield non fossero produttori. L’Elenco del 1817 dà George Nicholls ed Esther Withey come intagliatori di vetro, entrambi in Norfolk Street.

Le ricerche condotte in Irlanda dal Sig. Dudley hanno esaurientemente dimostrato che il produttore di Sheffield non utilizzò mai – com’è stato spesso creduto – il cosiddetto “vetro in cristallo di Waterford”. “In linea generale”, afferma il Sig. Westropp, “ si può dare per buono che nel periodo di cui lei sta scrivendo gli Irlandesi importassero una buona quantità di vetro dall’Inghilterra, e che per contro i prodotti da loro fabbricati, per una ragione abbastanza strana, fossero in larga misura venduti in America, 49 e non risulta che i produttori irlandesi abbiano mai fatto concorrenza ai colleghi di Birmingham e Dudley nella fornitura di vetro per gli articoli Old Sheffield Plate”.

Il metodo più scientifico di trattare i materiali utilizzati nella produzione del vetro, si è risolto oggigiorno nella fabbricazione degli articoli di uso comune, dalla notevole lucentezza e brillantezza degna di un prisma. Le sfumature che si possono notare esaminando degli esemplari di vetro antico sono dovute alle impurità contenute nella sabbia e negli alcali. Il motivo principale per il quale il vetro moderno è privo di colore risiede nell’elevata qualità degli ingredienti utilizzati nel produrlo.

I collezionisti preferiscono un pezzo di Old Sheffield Plate con gli antichi cristalli intatti. Gli articoli – in particolare gli Epergnes – privi dei vetri originali non sono apprezzati dagli intenditori. Pur divenendo sempre più rari ogni giorno, si trovano ancora alcune serie complete per centrotavola e dish rings di cristalli antichi, molto ricercate in ragione delle varie forme e del ricco intaglio. La produzione di questi vetri era molto costosa, ammontando da 5 a 6£ la serie. I vetri delle saliere e zuccheriere, di cui sono illustrati degli esempi in questo volume, erano pure molto cari, e così anche una serie completa di bottiglie per l’oliera da tavola.

 

 

 

PARTE IV

PROCESSI, PRATICHE E INVENZIONI

 

L’APPLICAZIONE DELL’ORO NELLA PRODUZIONE DELL’OLD SHEFFIELD PLATE

 

Alla luce delle ricerche svolte, non è sostenibile l’affermazione secondo la quale all’epoca dell’Old Sheffield Plate esisteva un’attività produttiva su scala generale consistente nella fabbricazione di articoli in oro placcato a fusione. Un processo del genere, considerando il gran valore dell’oro e il maggior calore necessario per portare il metallo alla temperatura di fusione, era un metodo decisamente troppo rischioso e costoso perché potesse riscuotere consensi diffusi tra i produttori, salvo in casi isolati e per esigenze specifiche. Ad un attento esame, si noterà talvolta che alcuni degli articoli Old Sheffield placcati in oro sono stati sottoposti al processo noto con il nome di mercurial o fire-gilding 50, dopo esser stati ricavati dall’argento placcato a fusione e finiti secondo il procedimento ortodosso. Gli articoli dorati che oggi s’incontrano più comunemente sono abitualmente i supporti per dessert e gli épergnes, e come tali devono necessariamente essere stati sottoposti al processo di fire-gilding.

Per dorare le parti interne dei pitchers, delle zuccheriere e delle coppe, i produttori dello Sheffield Plate adottarono il metodo seguente:- Facendo bollire l’oro in circa cinque volte il suo peso di mercurio in un mestolo di ferro, ricoperto di biacca ed acqua e quindi asciugato, si ricavava un amalgama. Il quale, versato in acqua fredda e portato ad uno stato semi-fluido, era messo in un sacco di cuoio e premuto per eliminare il mercurio. Tale operazione costringeva il mercurio a passare attraverso i pori del cuoio e lasciava l’oro nel sacco. La consistenza propria dell’oro era all’incirca quella dell’argilla dura, ed esso era diviso in parti sufficienti a ricoprire l’articolo destinato alla doratura. Non essendovi alcun’affinità chimica tra l’oro e l’oggetto da ricoprire, era necessario utilizzare una soluzione di nitrato di mercurio, ottenuta mescolando ¼ di acido nitrico con una cucchiaiata di mercurio. Posto il nitrato di mercurio sul rame, la sua superficie si amalgamava immediatamente, e a tale superficie aderiva strettamente l’altro amalgama di oro e mercurio, per mezzo della reciproca attrazione molecolare dei metalli fluidi. L’amalgama era applicato in seguito alla ricopertura col nitrato delle parti interne dei recipienti; questi, con il lato dorato rivolto verso l’alto, erano quindi posti in tegami aperti e sistemati su fuoco di carbonella, il cui calore faceva evaporare il mercurio lasciando il solo oro. Tale processo era conosciuto col nome di fire-gilding, ed è in pratica analogo a quello descritto nel trattato di Benvenuto Cellini sull’oreficeria. E’ maggiormente costoso ma molto più duraturo del moderno metodo consistente nel depositare l’oro mediante l’elettricità.

 

 

IL PROCESSO DI CESELLATURA

 

In tutti i differenti periodi e stili per i quali passò la manifattura dell’Old Sheffield Plate, la decorazione a cesellatura fu continuamente sfruttata dagli operatori del settore.

Che fosse realizzata con l’aiuto di stampi, bancali e punteruoli, dell’incisione, della cesellatura in alto o bassorilievo, la decorazione in qualche forma sembra sia sempre stata in passato una caratteristica essenziale nella produzione degli articoli placcati. Dai primissimi giorni dell’industria fino al momento in cui l’incisione fu introdotta come decorazione nel 1789, ciò che viene tecnicamente definito, per usare una definizione del settore, “cesellatura in altorilievo”, fu la forma decorativa più comune. Da quella data prevalse la cesellatura in bassorilievo – molto simile nel dettaglio alla decorazione ad incisione. In seguito all’introduzione dei bordi e supporti maggiormente decorati – che al 1820 avevano raggiunto dimensioni enormi -, rileviamo il boom della cesellatura decorativa sotto forma di disegni molto carichi a fiori, volute e fogliame, i quali sotto quest’aspetto superavano notevolmente ogni tentativo effettuato in precedenza nell’intero corso dell’industria. Gli articoli prodotti in quest’ultimo periodo si trovano ad essere molto simili nel disegno, ma non nell’esecuzione, a quelli in voga quando i modelli a cesellatura profonda divennero per la prima volta d’uso comune, ai primi tempi dell’industria.

Quest’appariscente decorazione si può notare sulle caffettiere, sulle scodelle per porridge e sulle coppe prodotte prima del 1770. I grandi trays e salvers prodotti tra il 1815 e il 1830, a montatura pesante e interamente cesellati in bassorilievo, sono articoli forse più ricercati di ogni altro nell’Old Plate. Gli esemplari di fine fattura e in perfette condizioni fruttano consistenti somme di denaro. Nessuna collezione è veramente completa senza uno o due di questi esemplari.

L’illustrazione spiega meglio il processo. Sottoposto per prima cosa ad un attento flat-hammering, l’articolo da cesellare – in questo caso un tray – è immerso nella pece bollente, lasciata poi raffreddare finché l’articolo non s’indurisce a dovere. Nella preparazione di questa pece andava prestata molta attenzione, per acquisire la durezza e la solidità della cesellatura. Il calco dentellato del modello desiderato, punzonato su carta, viene quindi cosparso con cura di gesso e in seguito sfregato lentamente sulla superficie dell’articolo. Dopodiché, i contorni del modello, ora chiaramente delineati, sono tracciati all’interno con l’aiuto dello “steel pointer”. L’operaio a quel punto sceglie i punzoni e incide il contorno sulla superficie del tray definendo le varie linee e curve che costituiscono le caratteristiche principali del disegno da riprodurre, dopo aver opacizzato con punzoni appositi i dettagli più sottili del modello, quali le venature delle foglie, i petali dei fiori, ecc. ecc. La ragione dell’immersione degli articoli nella pece durante la cesellatura è l’esigenza di mantenere quelli nella forma corretta lungo il processo, senza il quale espediente la forza utilizzata nella martellatura avrebbe l’effetto di far uscire l’articolo dalla linea ideale.

Nel caso della cesellatura in altorilievo, era necessario che gli articoli in Sheffield Plate avessero un deposito aggiuntivo d’argento, in modo da impedire all’argento di spezzarsi esponendo pertanto la base di rame. Questa cesellatura in alto rilievo era però eseguita regolarmente nei primi tempi della placcatura, nonostante il rischio costante di un allungamento e rottura dell’argento, nel caso in cui la definizione fosse diventata troppo marcata.

 

 

LA PLACCATURA SU AMBO I LATI DEL LINGOTTO

 

Uno dei grandi enigmi con cui han dovuto cimentarsi sia gli operatori del mestiere, sia il pubblico, è stato causato dalla teoria, troppo facilmente accettata, che la possibilità di placcare su ambo i lati del lingotto fu scoperta appena 60 anni dopo la nascita del processo. L’esame degli appunti originali (scritti nel 1850), da cui sembra fosse derivata tale idea, e l’analisi dettagliata degli esemplari più antichi, porta a concludere che l’affermazione è scorretta. Per quanto preziosi siano tali documenti, l’autore morì prima di averli debitamente rivisti o corretti. Sono stati scovati altri esempi di errori di trascrizione negli appunti, errori che il cronista avrebbe senza dubbio corretto alla fine, se fosse vissuto abbastanza da pubblicare le proprie memorie sotto forma di libro. Fissare per congettura l’invenzione della placcatura doppia tra il 1763 e il 1770, significherebbe già postdatarla.

Forse il fatto che dopo la scoperta della possibilità di placcare su ambo i lati del lingotto, questo metodo non fu in un primo tempo utilizzato su scala generale (e anche che in ogni momento, durante i vari periodi di produzione, gli articoli placcati su un solo lato erano fabbricati per ragioni d’economia), potrebbe aver condotto a supporre che il processo non fosse stato scoperto prima di un tempo notevole dalla nascita dell’industria. Gli antichi documenti portano inevitabilmente a concludere che, con costanti migliorie nei metodi di costruzione delle fornaci (certo alquanto agevolate dagli esperimenti condotti allora a Sheffield da Huntsman per il trattamento e la manifattura dell’acciaio colato, tra il 1760 e il 1770), non si dovette tardare molto nell’ottenere il metodo di produzione delle lamine a placcatura doppia, una volta saldamente stabilitasi l’industria.

In ogni modo, essendo l’argento nei primi tempi un articolo molto costoso nel processo produttivo, all’inizio la placcatura su ambo i lati non fu adottata su scala generale per la maggioranza degli articoli d’uso domestico, anche se il processo esisteva già.

Per i placcatori era superfluo ricoprire sempre con argento le parti del metallo non esposte alla vista. Le superfici inferiori dei waiters e dei trays, i lati interni degli scaldapiatto, ecc. ecc., erano solitamente ricavati da metallo placcato su un solo lato, e ricoperto di stagno dopo l’invenzione; per contro, i piatti per prima portata, le coppe, i calici e gli articoli in genere collegati al cibo o al bere erano i più idonei alla placcatura doppia, e in casi del genere il costo aggiuntivo era sostenuto di buon grado dai clienti.

Per quanto riguarda i salvers e i calamai da scrittoio del primo periodo con i bordi o gli stampi ricavati da due pezzi di metallo placcato a fusione, posti “schiena a schiena” (back to back), e che espongono alla vista le superfici placcate tanto sul rovescio che sul dritto, va notato che tali articoli erano prodotti in quel modo allo scopo principale di conferire robustezza, e non, come si crede in genere, al solo fine di esporre alla vista una superficie d’argento sui bordi, quando questi erano rovesciati. Il solo raggiungimento di un tale fine sarebbe stato del tutto sproporzionato al costo aggiuntivo affrontato per siffatta ragione.

A prova di quanto affermato sopra, ecco fornite delle illustrazioni di questo metodo d’irrobustimento, secondo il metodo schiena a schiena, dei supporti per waiters, fabbricati anni dopo l’invenzione del processo di placcatura doppia (1790-1800), ma aventi ancora una lamina inferiore in stagno. Benché sia interessante notare che in questo caso i bordi erano modellati al solo scopo di conferire forza grazie ai due pezzi di metallo fuso posti schiena a schiena, e che la placcatura consisteva in una sola lamina di metallo a placcatura singola. In alcuni casi si trovano pure dei salvers la cui placcatura consiste in due lamine di rame placcato su un solo lato, poste schiena a schiena, venendo esposte alla vista soltanto le superfici placcate esterne. Tuttavia, in ragione del peso comportato, tale metodo di manifattura era applicato soltanto ai waiters e non agli altri articoli. Si afferma che Joseph Hancock producesse secondo tale modalità i propri boccali nel 1755, ma gli articoli ricavati per intero da lamine di metallo doppie sono molto rari da trovare, poiché il metodo ebbe un successo tutt’altro che indiscusso.

Un’altra ragione della duplicazione dei supporti sui salvers era che, quando questi venivano ricavati da stampi ampi e decorati, come nel caso del rinomato “modello a conchiglia” (e le sue innumerevoli variazioni), la forza del metallo necessaria, se questo era ricavato da un solo pezzo, sarebbe stata talmente grande da presentare delle difficoltà nel processo di stampaggio. Pertanto, saldando insieme due pezzi di metallo di spessore variabile, si otteneva al tempo stesso sia grande rigidità nell’uso, sia un dettaglio ad alta definizione (si vedano le illustrazioni sopra).

Una volta saldati insieme i supporti rigidamente, si utilizzava un ferro da saldatura piccolo e leggero per saldare le fessure sui bordi più esterni del salver, nel punto in cui erano state unite le due lamine di metallo. La lega per saldatura era composta principalmente da stagno, così da assomigliare più da vicino all’argento nel colore.

Dopo aver rimosso la lega superflua e brunito con cura lungo i lati del waiter, la linea di demarcazione era pressoché impercettibile, giacché i bordi nudi del rame, per mezzo di tale processo, erano interamente ricoperti.

Negli ultimi giorni dell’Old Sheffield Plate, i produttori più a buon mercato lavoravano quasi sempre su di un metallo placcato su un solo lato.

 

 

I DEPOSITI D’ARGENTO

 

All’inizio dell’industria della placcatura a fusione, la quantità d’argento depositato aveva uno spessore alquanto variabile, dalle 10 alle 12 once d’argento per 8 libbre di rame, e ciò valeva anche per la placcatura su un solo lato del lingotto.

La percentuale d’argento rispetto a quella di rame variava secondo il gusto del produttore o il capriccio dell’acquirente; il massimo deposito mai utilizzato, tuttavia, fu quello ricordato più avanti, in uso allorché fu introdotta per la prima volta l’incisione a taglio profondo, ossia 24 once d’argento per 8 libbre di metallo. All’apice del successo, Samuel Roberts, intorno al 1798, decise di migliorare la qualità della placcatura utilizzata, aumentando al tempo i prezzi degli articoli fabbricati. Sfortunatamente non sappiamo in che misura egli aumentò i depositi d’argento o qual era lo standard comunemente accettato a quel tempo nel mestiere. Tuttavia, basterà ricordare che tale metallo, da lui descritto come “Bell Metal”, di certo per il fatto di recare il suo marchio di fabbrica (la campana), non riscosse il favore generale del pubblico in ragione del sovrapprezzo necessariamente conteggiato per esso, ed egli presto tornò ad utilizzare il deposito consueto nel mestiere per quel tempo, che variava in media da 8 a 10 once d’argento per 8 once di metallo.

All’introduzione dei silver shields ottenuti per mezzo del rubbing-in, intorno agli anni 1810-15, i depositi vennero ulteriormente ridotti, e di norma erano allora nella proporzione di 5/7 once d’argento per 8 libbre di metallo. (Tutti questi depositi più tardi, ad eccezione dei trays per l’incisione a taglio lucido, erano destinati alla placcatura su ambo i lati del lingotto.)

I copripiatto dovevano necessariamente essere fatti di un metallo sul quale l’argento aveva particolare robustezza, in ragione dello sbalzo e della martellatura a cui tali articoli erano sottoposti, e per la placcatura su un solo lato la quantità depositata era mediamente di 8 once d’argento per 8 libbre di metallo, mentre per la placcatura su ambo i lati, di 12 once d’argento per 8 libbre di metallo.

Nell’ultimo periodo si trovano talvolta (com’era solito presso i produttori Francesi) dei marchi impressi sugli articoli – in genere copripiatto –, i quali indicano la proporzione d’argento e rame. Vi sono esemplari di Old Sheffield Plate recanti le parole seguenti: “Sheffield Light Silver Plating, 50 dwts. (e persino 40 dwts.-N.d.A.) to 8 lbs.51 Trattasi di un deposito d’argento inferiore a quello che s’incontra oggi sugli articoli di prima qualità ottenuti tramite galvanostegia. Si trovano inoltre le parole, “Best Sheffield Heavy Silver Plating”, “80 dwts. to 8 lbs.52 Si noterà che tali marchi sono solitamente accompagnati dal nome di un’azienda al dettaglio di gioiellieri londinesi, ora non più attiva. Forse gli articoli erano prodotti con depositi così leggeri per la pressione della concorrenza straniera?

 

 

L’INVENZIONE DEL FILO METALLICO PLACCATO

 

Quando il filo metallico cominciò ad essere utilizzato, nei primi giorni dell’industria fu ottenuto da una tubatura cava, formata o di rame o di ottone 53, attorno alla quale era saldato un rivestimento in stagno placcato a fusione; tuttavia, a causa della sua minore resistenza al consumo, non sembra fosse stato adottato su vasta scala. Intorno al 1768 fu introdotto il filo metallico solido placcato, ottenuto a strisce dai laminatoi rotanti. Inizialmente la sua fabbricazione fu complessa, e perciò costosa; negli stadi preliminari della sua preparazione doveva essere prestata un’attenzione persino maggiore che nel caso del metallo in lamine fuse. Si curvava una striscia d’argento sottile dallo spessore di 1/32 di pollice, per adattarla ad una barra di rame lunga circa 5” e di 1” di spessore, che in precedenza era stata trafilata in forma rotonda con l’aiuto di un whortle. I due metalli erano allora legati insieme col filo metallico e uniti mediante fusione. Una volta placcata, la barra era ripetutamente trafilata attraverso un whortle fino ad assumere la forma di un filo. Ciò inoltre conferiva rigidità e levigatezza, e al tempo stesso consentiva l’unione dei due lati dell’argento, che erano stati appositamente lasciati da parte per facilitare il processo di fusione.

Tale invenzione segnò un progresso nel processo produttivo. Gli articoli prodotti fin allora, come i waiters e tutti i tipi di piatti, le zuppiere, i cestini per torta e articoli analoghi si trovano con ciò che è definito un “self mount”, ossia i bordi erano coniati da stampi che avevano i supporti (mounts) e le bordature tagliati congiuntamente, e poiché tali supporti non erano saldati separatamente, non avevano nell’utilizzo grandi doti di resistenza. Molti articoli prodotti prima dell’invenzione del filo metallico placcato evidenziano oggi delle crepe che si estendono dalle superfici esterne lungo i corpi per un certo tratto. In una certa misura questi bordi erano talvolta rafforzati duplicando il metallo ai margini e saldando una striscia sotto il supporto (coniato separatamente dai bordi degli stampi degli articoli stessi), o lasciando sul margine dello stampaggio un deposito metallico, che era tornito sotto il supporto per mezzo di un brunitore. I bordi esterni di tali articoli non erano mai così robusti come nel caso in cui un pezzo di filo metallico fosse saldato separatamente.

Questo metodo di placcatura con filo metallico solido fu soppiantato intorno al 1780 da una procedura più semplice, attribuita a due giovani, “Wilks e Moteram”, ex-apprendisti di Matthew Boulton, e si narra che essi avevano custodito il segreto durante il periodo d’apprendistato. Terminato il quale, Wilks lasciò Birmingham per trasferirsi a Sheffield e avviare l’impresa con Mark Dixon nel 1785.

Il metodo adottato per questo processo era il seguente:- Preparata una barra rotonda di rame dal diametro di 1” o più, e lisciatala alla perfezione per mezzo di una lima, si faceva un intaglio vicino a ciascun’estremità e tutt’intorno alla barra. Quindi si laminava una lamina d’argento sottile che era tagliata alla proporzione data e piegata intorno a se stessa, mentre i bordi erano uniti, oppure posti l’uno sull’altro. A questi ultimi, ora uniti, era data forma di tubo, strofinandoli con un lungo brunitore a manico doppio su un pezzo bollente di ferro saldato rigidamente. Il tubo a quel punto doveva essere perfettamente ripulito da ogni impurità interna, trafilato sulla barra di rame e costretto nelle tacche tagliate alle estremità della barra, dopo aver escluso con cura, per quanto possibile, l’aria. I due pezzi di metallo, ossia la barra di rame solido e il tubo d’argento che lo ricopriva (si noti l’assenza di qualunque sostanza sotto forma di fluido), erano allora arroventati e bruniti con cura da un’estremità all’altra della barra, e si lasciava uscire ogni residuo d’aria attraverso un piccolo buco fatto su ambo le estremità della barra. Il tutto a quel punto era finalmente sigillato per mezzo del processo di ricottura, quindi risottoposto a brunitura mentre ancora bollente. In seguito era trafilato attraverso i whortles, 54 processo grazie al quale il filo metallico poteva essere estratto ad una lunghezza pressoché indefinita, e al tempo stesso assumere qualsiasi forma di modello cui erano stati sagomati i buchi nel whortle. Le illustrazioni mostrano un antico brunitore, in passato regolarmente usato allo scopo, e che fortunatamente si è conservato fin oggi, benché non sia stato utilizzato per più di 60 anni. Non si può fare a meno di pensare che l’idea di sottoporre i silver shields al processo di rubbing-in sia derivata dal processo summenzionato (si veda pag.93). Il lettore, studiando attentamente i dettagli di questi due processi, sarà subito colpito dalla loro notevole somiglianza. Ambo i metodi si afferma derivino dalla mente della stessa persona, ossia Wilks.

 

 

L’INTRODUZIONE DEI BORDI D’ARGENTO

 

L’infaticabile Samuel Roberts e il suo socio George Cadman furono i primi ad introdurre i bordi filettati d’argento, quasi subito dopo l’avviamento dell’attività in proprio, nel 1785. Tale metodo in alcuni casi integrava l’utilizzo del filo metallico placcato in argento, e inoltre conferiva durevolezza all’articolo. 55

Il metodo di fabbricazione dei bordi consisteva nel trafilare, attraverso un buco o whortle, un filo metallico cavo o una striscia d’argento molto sottile, che corrispondeva esattamente in dimensione ai bordi dell’articolo che era destinato a ricoprire. Al tempo stesso tale processo modellava il filo d’argento in un solco, agevolando così l’operazione di saldatura su tali bordi d’argento.

Matthew Boulton di Birmingham eccelse nella manipolazione di questi bordi d’argento filettati, e portò l’arte ad un livello di perfezione notevole. Saltuariamente stampava le parole “SILVER BORDERS [marchio]” con il suo marchio registrato, mentre talvolta i produttori di Sheffield attiravano l’attenzione sui propri articoli con la stampigliatura “SILVER EDGES”.

Sulla scia dell’introduzione dei bordi filettati d’argento, intorno al 1789, si generalizzò l’uso del sistema di stampo di supporti a separati per piatti, waiters, zuppiere e salsiere (tureens), saliere, ecc. ecc. Questi supporti erano coniati in argento sottile da stampi ritagliati a lunghe strisce, e, riempiti con una lega per saldatura composta di piombo e stagno, potevano facilmente essere piegati in ogni forma richiesta. Il metodo di riempimento di questi supporti era il seguente: Dopo aver brunito con cura i bordi esterni con una miscela di colla e biacca, il supporto era posto in una forma in gesso o letto di sabbia di Calais. Quindi vi si versava la lega per saldatura allo stato fuso, con l’aiuto di un piccolo mestolo. A quel punto si strofinava delicatamente sulla superficie della lega fusa un ferro bollente da saldatura del tipo qui illustrato, e si ricorreva alla resina in polvere per rendere il supporto “stagno” più rapidamente, facendo fluire la lega. Mentre la lega era allo stato fuso, si utilizzava un pezzo rotondo di legno immerso nell’olio per strofinare delicatamente la superficie della lega, in modo da garantirne l’assolutezza piattezza della superficie e da consentire una rimozione più agevole dei bordi del supporto, che era stato lasciato sullo stampo. La cosa poteva essere facilmente compiuta con l’aiuto di un brunitore, con la pressione del pollice e la successiva limatura.

Per i 10 o 15 anni successivi non vi fu però una gran varietà di stili in tali supporti, restando questi limitati in un primo tempo alle decorazioni leggere quali la modanatura, la filettatura, il gadroon diritto e sghembo.

Lasciando un deposito metallico o bordo esterno d’argento nello stampaggio di tali supporti d’argento, gli operai divennero presto valenti tornitori di tali bordi, nascondendo così il rame nudo, senza dover fare sempre uso di bordature filettate saldate sull’argento separatamente. Gli articoli che s’incontrano oggi con i bordi d’argento su di essi si dividono abbastanza equamente tra quelli che sono stati “sovrapposti (lapped over) ” e quelli “saldati sopra separatamente (soldered on separately) ”. Ad esempio, un piatto per prima portata con bordo decorato a gadroon semplice, avrà con tutta probabilità un bordo sovrapposto; per contro, nel caso di uno con decorazione complessa a conchiglie e gadroon e corpo modellato, vi saranno maggiori probabilità di una bordatura realizzata mediante saldatura separata.

La qualità più comune di vasellame antico si distingue dalla presenza di un bordo smussato sul didietro del supporto, chiaramente distinguibile, che evidenzia chiaramente la lega per saldatura, mentre nei due casi precedenti si vede il solo argento.

L’assenza di questi fili d’argento non è assolutamente indice di qualità inferiore; in realtà, in molti casi, nell’ultimo periodo, alcuni produttori manipolavano così abilmente i bordi che soltanto ad un esame assai attento si può distinguere una qualche linea di demarcazione tra i corpi e i supporti dei vari articoli. 56 Nel complesso però il cosiddetto bordo lapped-over o soldered-on è il tipo di finitura che attrae maggiormente gli esperti quando si tratta di scegliere un articolo di Old Sheffield Plate.

Dopo essere stato il primo ad introdurre e utilizzare le bordature in argento per la montatura, su tutti gli articoli di Sheffield Plate da lui prodotti per quasi 40 anni, Samuel Roberts nel 1824 ricavò un brevetto che gli consentì di sbarazzarsi di tali bordature. Il suo obiettivo era, com’egli descrive nella sua specifica di produzione, imitare l’argento a 925/1000 al punto da rendere impossibile persino ad un esperto la distinzione tra gli articoli in argento e quelli placcati, messi gli uni accanto agli altri. Il suo metodo era realizzato nella maniera seguente:- Limato il bordo esterno dell’articolo fino a fargli assumere la forma del bordo in argento decorato a incisione, sebbene leggermente inferiore di dimensione, si saldava a ottone su tale bordo esterno un filo d’argento dello spessore richiesto. Il bordo era sottoposto ad un accurato flat-hammering, ed acquistava così la larghezza e la robustezza necessarie allo scopo. In tal modo si faceva estendere il bordo esterno di poco oltre il bordo d’argento decorato, e, arrivati a quel punto, si compiva nella maniera abituale la saldatura a stagno sui due bordi. Dopodiché la parte sporgente del bordo esterno d’argento saldato ad ottone, che ora si estendeva oltre il bordo d’argento decorato, era rimossa con una lima, e i due bordi erano bruniti insieme con cura fino a far sparire realmente la giunzione.

 

 

L’INTRODUZIONE DELL’INCISIONE

 

Intorno al 1789 l’incisione a taglio lucido divenne di moda per teiere, caffettiere, supporti per teiera, waiters, ecc. ecc., e il merito di questa nuova forma di decorazione è attribuito anche in questo caso a Samuel Roberts. Inizialmente l’incisione era compiuta su articoli placcati su un lato soltanto, che richiedevano un deposito consistente non inferiore alle 24 once d’argento per 8 libbre di metallo, e con tale spessore d’argento il processo d’incisione a taglio lucido e profondo poteva essere compiuto senza problemi. Gli esemplari di questa categoria di lavorazione sono però piuttosto rari. Il tray qui illustrato è un esempio. La superficie dopo 120 anni di consumo è nelle stesse ottime condizioni di quando l’articolo fu originariamente prodotto.

Il processo d’incisione è talmente comune e così affine a quello di cesellatura, che in questa sede sarà superfluo fornirne una descrizione completa. L’articolo da incidere non veniva immerso nella pece, poiché la spinta dello strumento dell’incisore sarebbe stata troppo leggera per fargli cambiare forma. Come nel caso della cesellatura, il modello era ricoperto di gesso e definito sull’articolo prima dell’incisione, e l’unica differenza nella manipolazione era lo“scavo” 57 o ritaglio del modello dal metallo con piccoli utensili affilati, abbastanza simili nei loro differenti stili a degli strumenti chirurgici. Questi ultimi durante l’uso dovevano essere continuamente affilati.

Gli articoli cesellati in bassorilievo sono talmente affini a quelli sottoposti al processo d’incisione, che dopo un utilizzo per un certo numero di anni con la conseguente lisciatura dei bordi affilati, l’unico modo certo per stabilire se sia stata effettuata la cesellatura in bassorilievo consiste nel rovesciare l’articolo e verificare l’eventuale presenza del profilo nella parte inferiore del modello. In caso affermativo, l’oggetto è stato evidentemente cesellato in bassorilievo.

 

 

L’INDISPENSABILITA’ DEI SILVER SHIELDS NELL’INCISIONE DEI CIMIERI, MONOGRAMMI ED ISCRIZIONI

 

Una difficoltà insormontabile che i primi produttori di vasellame dovettero superare, fu rappresentata dall’esigenza di procurarsi scorte per l’incisione dei cimieri e dei blasoni. Gli esempi di pezzi d’argenteria prodotti nel XVIII sec., privi di cimieri, blasoni, ecc., o iniziali, a mo’ di decorazione, sono talmente rari da costituire eccezione alla regola. Ciò indica un generale desiderio da parte del pubblico di avere articoli placcati in grado, come l’argento, di recare degli emblemi. Se tale opera fosse stata intrapresa dal produttore durante la manifattura dell’articolo, la cesellatura in bassorilievo di un cimiero o monogramma, pur essendo un’impresa maggiormente costosa, non avrebbe presentato alcuna difficoltà particolare, e delle volte troviamo che tale metodo è stato eseguito in modo del tutto soddisfacente.

Gli articoli dovevano necessariamente essere scelti dal magazzino del produttore, prima di essere esposti in vendita al pubblico nello stabilimento di un venditore al dettaglio, e poiché il passaggio dei piccoli colli da e verso le varie fabbriche non era rapido come al giorno d’oggi, si rese necessaria l’incisione dell’articolo nella città di produzione. Riscontriamo pertanto che per i primi 25 anni circa dalla nascita dell’industria, era necessario depositare una quantità d’argento molto maggiore, durante la produzione degli articoli, di quanto fosse solito in seguito all’invenzione degli ingegnosi dispositivi, adottati successivamente, per ispessire con l’argento la sola parte in cui sarebbe stata probabilmente necessaria l’incisione.

Ogni città, qualunque fosse la sua dimensione, possedeva un incisore locale che di solito lavorava per i vari dettaglianti della regione. A Londra i gioiellieri al dettaglio avevano per le mani lavoro sufficiente di questo tipo perché ciascuno di loro potesse sostenere economicamente l’impiego d’incisori, che lavoravano negli stabili.

Forse non vi è nulla che ci faccia comprendere più chiaramente la misura in cui le migliori famiglie del paese acquistavano l’Old Sheffield Plate, degli innumerevoli cimieri e blasoni che si trovano sui pezzi antichi. La loro esecuzione è quasi sempre notevole, e nessun autentico collezionista si sognerebbe mai di cancellare o sostituire al cimiero o monogramma presente su di un pezzo antico il proprio. Ogni cancellazione di questo genere, indipendentemente dal fatto che l’articolo sia d’argento o Old Sheffield Plate, è un atto di puro vandalismo, e in nessun caso è possibile compiere tale alterazione senza compromettere gravemente l’aspetto e il valore intrinseco dell’articolo. Il deposito minimo d’argento necessario a sostenere l’incisione di tali emblemi era pari a 12 once d’argento per 8 libbre di metallo, e gli abili incisori al tempo lavoravano per mezzo di ciò che finì per essere definito “the side stroke58: lo strumento per l’incisione era tenuto ad un angolo parecchio inclinato. L’esemplare illustrato nella pagina precedente costituisce un esempio eccellente di questo tipo di lavorazione. Grazie ad un intaglio molto sottile, l’incisore ha potuto abilmente evitare di penetrare nel rame sottostante, e pur non essendo il dettaglio così nitido come nel caso di un articolo in argento massiccio, è stato comunque in grado di durare per 138 anni senza che se ne sia resa necessaria la riplaccatura.

 

 

IL METODO DELLA SALDATURA INTERNA DEL METALLO A PLACCATURA EXTRA FORTE PER L’INCISIONE DEI CIMIERI

 

La maggioranza delle teiere e delle caffettiere, come anche dei recipienti per il tè, intorno al 1789, avevano di solito saldate “on” delle strisce d’argento per l’incisione decorativa, e saldati “in” degli shields a placcatura extra forte per i cimieri o monogrammi. Tale data può essere considerata approssimativamente come l’inizio dell’introduzione di shields separati per l’incisione in qualunque forma. Quest’ultimo metodo di procedura fu una delle caratteristiche più brillanti dell’attività a quel tempo, e ancor oggi la linea lungo la quale si estende la saldatura intorno allo shield è quasi impercettibile. Si ritagliava dal davanti dell’articolo un pezzo rotondo od ovale del metallo, quindi, dopo aver modellato e ritagliato con cura da un pezzo di metallo, dalla placcatura in argento extra forte, uno shield di analoga dimensione, lo si saldava abilmente ad ottone nello spazio libero, restando pertanto questo unito per sempre. Una volta rimossa con cura dallo shield la lega per saldatura superflua, s’incideva leggermente una piccola linea curva intorno alla superficie frontale, in modo che l’occhio fosse distolto dalla linea quasi invisibile generata dalla saldatura intorno ai bordi dello shield. La cosa che appare maggiormente stupefacente è che tali silver shields erano saldati ad ottone nel metallo a placcatura doppia con apparentemente le stesse minime difficoltà presentate dal metallo con un solo lato placcato. Quest’ultimo, essendo in seguito stagnato sul retro, non mostrava ovviamente alcuna traccia della saldatura interna, sul rovescio. Quando si trovano questi shields su articoli placcati su ambo i lati, si noterà che il successivo flat-hammering ha allungato la lega per saldatura facendola confondersi alla superficie d’argento, al punto che le linee di demarcazione possono essere distinte solo quando la parte così trattata è mantenuta in vista con una debole luce su di essa. La riproduzione in questa pagina del centro di un supporto per teiera, a illustrare il processo, mostra tanto il davanti quanto il didietro, e non ha bisogno di commenti. Per contro, la pagina riprodotta dal catalogo illustrato specifica quali costi aggiuntivi fossero addebitati per tale categoria di lavorazione intorno al 1789. Il fatto che i cataloghi del periodo tardo, pur menzionando i silver shields (uniti ai vari articoli), non indichino, com’avveniva in quelli del primo periodo, l’addebito di alcun costo aggiuntivo per la loro produzione, è chiaro indice della mole di lavoro risparmiata mediante il processo, di epoca successiva, del rubbing-in degli shields. E’ stato trovato un esempio di zuccheriera con fascia in argento incisa –simile nello stile a quella illustrata nella teiera a piè di pagina – chiaramente unita per mezzo del processo descritto a p.93, e noto col nome di “rubbing-in o applicazione mediante calore”. Per il trattamento di una superficie così estesa, tale metodo d’applicazione dev’essere stato tuttavia molto difficile e laborioso.

La ditta D. Holy, Wilkinson & Co. eccelleva particolarmente in tale metodo di saldatura interna dei silver shields a placcatura extra forte. Evidentemente, essi avevano nei propri stabili degli operai estremamente capaci, e tale è la perfezione di questi shields lasciati in pezzi, che essi si trovano ancora recanti il rinomato marchio di fabbrica. 59

L’arte della saldatura fu a quel tempo portata ad un livello quasi scientifico. Sono qui illustrati due begli esempi dell’abilità dell’operaio. I bordi intorno al piatto e alla conchiglia smerlata sono in argento massiccio, e saldati ad ottone sul metallo placcato a fusione, ma l’opera è stata eseguita così abilmente che soltanto quando gli articoli sono stati lasciati ossidarsi, come in questo caso, è discernibile la linea di demarcazione tra i due metalli. 60 Tale bordo in argento massiccio si trova di solito apposto a degli articoli quali sauce boats e butter boats, ecc., i cui bordi, esposti al contatto con il burro o il grasso, risulterebbero difficili da pulire per bene, qualora fossero prodotti con bordi filettati a saldatura a stagno.

 

 

L’INVENZIONE DELL’APPLICAZIONE DEI SILVER SHIELDS MEDIANTE CALORE

 

L’invenzione successiva collegata all’incisione dei cimieri e dei disegni in argento, fu nota come il “rubbing in di un silver shield”. Tale processo poteva essere compiuto molto più rapidamente e in maniera più soddisfacente rispetto al processo di “letting in”. Ai pezzi che recano quest’ultima forma di silver shield, è attribuita un’importanza nettamente superiore al dovuto. In apparenza essi non furono utilizzati su scala generale prima del 1810, e sono ben lungi dal costituire una garanzia di buona qualità, anzi. Attorno a quel periodo i depositi d’argento si stavano riducendo, e i pezzi di metallo a placcatura sottile presentavano delle difficoltà di manipolazione quando gli shields degli incisori erano saldati internamente.

Il processo del rubbing in di un silver shield era semplice nella sostanza, pur essendo un’invenzione davvero brillante, e se non fosse stato che a quei tempi vi era una miscela di segretezza e gelosia tra i produttori concorrenti, di certo sarebbero state registrate un maggior numero d’informazioni su Wilks, al quale è stata attribuita l’invenzione. Se fosse lui l’ideatore, e del processo avanzato di placcatura del filo metallico, e dell’applicazione dei silver shields, è un mistero non da poco la ragione per la quale egli non abbia mai prodotto un brevetto per queste due invenzioni. Se Samuel Roberts fosse stato in grado di rivendicare come proprio il processo avanzato di placcatura del filo metallico, non v’è dubbio che se ne sarebbe assicurato il brevetto, ma non fu così. Come accade spesso per le invenzioni, il metodo di Wilks, a quanto sappiamo, fu aggiornato da Roberts, ma sfortunatamente la storia non riferisce come, o in che misura.

Dopo aver appiattito a martellate la superficie sulla quale doveva essere apposto lo shield, l’operaio passava a ritagliare dall’argento “sottile”, solitamente di circa 4 calibri di spessore, un pezzo rotondo o quadrato adatto per dimensione all’articolo sul quale andava apposto. Ad eccezione dei copripiatto, tali shields erano applicati agli articoli prima di essere modellati – gli shields più grandi misuravano 4 x 4 ½ pollici. Gli shields in genere non erano apposti su articoli di dimensione inferiore alle teiere più piccole, sebbene zuccheriere e bricchi per crema di grandi dimensioni li recassero. Dopo aver riscaldato lo shield a fuoco lento sulla fiamma, l’operaio l’appiattiva lungo tutta la superficie e quindi eliminava i bordi col martello su un tassetto, assottigliandoli il più possibile. A quel punto preparava le due superfici da congiungere, strofinandovi sopra con polvere di mattone fine e prestando attenzione a rimuovere ogni impurità. Lo shield, una volta posto il più vicino possibile al centro dell’articolo e fissato in posizione per mezzo di un pezzo di filo metallico legato intorno al centro della lamina, era scaldato con cura al calor rosso opaco o “verme” nella fiamma. Lo shield era a quel punto aderente alla superficie della lamina, e pertanto il filo metallico poteva essere rimosso. Subito allora l’operaio cominciava a passare velocemente il proprio brunitore avanti e indietro lungo la faccia dello shield, partendo dal centro e senza sollevarlo, fino a che l’intera superficie fosse stata prontamente attraversata e pertanto completamente lisciata. Durante questo processo era necessario prestare attenzione a non lasciare dell’aria nella traccia del brunitore, altrimenti si sarebbe avuta la formazione di bolle che si sarebbero evidenziate nel momento in cui l’intero articolo fosse stato sottoposto nuovamente al calore della fiamma. In tal caso l’intero articolo avrebbe richiesto un nuovo passaggio al calor rosso opaco e, una volta eliminate le bolle, le operazioni di brunitura sarebbero stare riprese.

Una volta completata l’aderenza, il pezzo grezzo era pulito nell’acido e lavato con acqua, e quindi martellato, fino a che lo shield non si ponesse allo stesso livello della superficie dell’articolo nel quale era stato brunito; in altre parole, il silver shield era stato “costretto” nella superficie placcata – il modo migliore per descrivere l’operazione è definirla un ispessimento del metallo.

Il pezzo grezzo era allora pronto per la ricottura, ma lo shield era brunito per l’ennesima volta con cura mentre ancora caldo, e per garantire che fosse assolutamente stabile e che non si vedesse alcuna bolla, si martellava l’intera superficie (con un martello la cui faccia era ricoperta con un pezzo di panno liscio scelto attentamente) su un tassetto da martellatura pulito e lucido.

La descrizione qui fornita ha sufficientemente illustrato le cure da prestare nell’esecuzione di questo delicatissimo processo nella produzione del vasellame antico, e non sorprende il venire a sapere che un operaio capace era in grado di compiere tale operazione in metà del tempo necessario ai suoi colleghi meno competenti; in realtà uno dei test più indicativi dell’abilità di un operaio era la sua capacità in questo campo. Molti non ebbero alcun successo, ed era consuetudine esprimere l’incompetenza complessiva di un operaio con l’affermazione che questi non era mai stato all’altezza del compito di eseguire correttamente il rubbing in di un silver shield.

La ragione per la quale un silver shield appare così chiaramente su di un pezzo di Old Sheffield Plate quando quest’ultimo non è ripulito, non è, come si crede in genere, che i punti di aderenza intorno ad esso ne indichino la presenza, ma che lo shield doveva essere d’argento puro, mentre la superficie nel quale era “rubbed”, era di argento comune o allegato a 925/1000. Se esaminata con attenzione, si noterà la differenza nel colore tra l’argento puro e quello comune. Non è assolutamente infrequente trovare lo shield scolorito solo leggermente, mentre la superficie dell’articolo appare fortemente opacizzata a causa dell’esposizione. Tuttavia, anche l’argento comune con cui è stato placcato il rame, si opacizzava nel doppio del tempo degli articoli odierni ottenuti per mezzo della galvanostegia, e ciò in ragione del fatto che l’argento depositato nelle particelle, come avveniva nel caso della sedimentazione elettrolitica, è poroso e non raggiunge mai nella superficie la durezza infinitamente superiore che si ottiene mediante il processo di laminatura. Dopo esser stato messo da parte per un lungo periodo, si noterà che il silver shield ha finito per assumere un colore più scuro rispetto alla superficie in argento allegato del corpo dell’articolo stesso. Alcune persone tendono a pensare che l’Old Sheffield Plate privo di questo silver shield per l’incisione sia di scarso pregio, credendo che l’omissione sia indice di qualità inferiore, ma si sbagliano. Ciò nondimeno, la presenza dello shield dovrebbe costituire una prova tangibile del fatto che l’articolo è Old Sheffield Plate autentico, e pure che in origine fu prodotto come si deve, benché non necessariamente placcato benissimo. Nonostante che Sheffield oggi ospiti operai capaci di apporre con successo i silver shields sulla lamina, attualmente al produttore non converrebbe far ricorso a tale metodo, poiché nel processo di galvanostegia l’incisione può essere intrapresa dopo il processo di brillantatura, ed essendo la placcatura dell’articolo successiva, si assicura così sulla sua intera superficie un deposito d’argento equivalente.

 

IL PROCESSO DELLA PLACCATURA FRANCESE

 

Il metodo della placcatura francese era eseguito nella maniera seguente:- Dopo aver preso una lamina sottile d’argento puro da un pacchettino che aveva a portata di mano, l’operaio prima grattava e puliva con cura la parte da manipolare, quindi apponeva la lamina dopo averla sottoposta a notevole calore (sebbene all’articolo non fosse applicato calore). A quel punto bruniva con cura la lamina esercitando notevole pressione fino a che quella non aderiva completamente alla superficie che egli stava trattando. Mentre eseguiva la brunitura su una lamina, l’operaio ne faceva riscaldare un’altra perché fosse pronta per l’uso. Così si risparmiava una notevole quantità di tempo, e le lamine erano applicate l’una sopra l’altra fino a raggiungere lo spessore richiesto. Si potevano applicare simultaneamente molte lamine, prestando attenzione e ottenendo subito il calore necessario. Il metodo, come molti altri, era semplice; gli obiettivi da tenere principalmente in considerazione erano la velocità e l’attenzione da prestare nel processo di brunitura. In questo modo potevano essere trattate fino a 50 lamine, secondo il gusto dell’operatore. Quando si riparavano degli articoli di Sheffield Plate, ne bastavano 3 o 4.

Non si può fare affidamento alla placcatura francese indefinitamente. La sua utilità comunemente riconosciuta si manifestava nel caso di piccole riparazioni, quando nella produzione di un articolo occorreva accidentalmente un’imperfezione, che esponeva alla vista il rame nudo. Ogni operaio aveva accanto a sé un fascio di lamine d’argento sottile, pronto per intraprendere tali riparazioni, e doveva diventare esperto nell’arte della placcatura francese. Un operaio capace era in grado di svolgere il compito così rapidamente, che la vecchia scuola dei meccanici fece costantemente ricorso a questo metodo anche molti anni dopo l’introduzione della galvanostegia. 61 Il metodo francese di placcatura era alquanto noioso da applicare ad una vasta superficie in rame qualunque, e per quanto concerne la costruzione di silver shields con questo metodo, è assai dubbio se la spinta dell’utensile dell’incisore non avesse la tendenza a far uscire di posizione le varie lamine d’argento sottile di cui era composta una superficie.

E’ abbastanza chiaro dall’illustrazione fornita nella pagina di fronte che, se non fosse stato per quest’ingegnoso metodo di restauro, molti articoli di vasellame che devono la loro odierna esistenza all’aiuto tempestivo fornito dall’applicazione del processo di placcatura francese, sarebbero dovuti finire nel mucchio dei rottami.

Le note sull’argomento nella sezione francese di questo lavoro (si veda p.167) evidenziano come il processo di placcatura francese sia stato inventato molti anni prima dell’introduzione della placcatura a fusione su vasta scala. La supposizione però che esso fosse applicabile ai bordi di qualsiasi superficie sottile grezza, come i becchi dei candelieri, i bordi dei waiters, ecc. ecc., non trova conferma nelle ricerche; la durevolezza della placcatura francese dipendeva interamente dall’essere questa applicata a delle parti che andavano incontro ad una frizione eccessiva o ad un duro logorio. Si presti attenzione al dollaro placcato a fusione a p.395. Se i produttori di tali articoli a Birmingham avessero potuto contare sul processo di placcatura francese per la ricopertura dei bordi, la loro manifattura sarebbe stata alquanto agevole, la difficoltà tuttavia stava nel placcare i bordi.

 

 

 

34 Nome inglese della martellatura in bassorilievo (N.d.T.).

35  Nonostante la Legge del 1696 proibisse “ad ogni gestore di taverna, birreria, edificio preposto al vettovagliamento, o venditore di vini, birre o liquori al dettaglio, di utilizzare pubblicamente o esporre per l’utilizzo un qualsiasi articolo di vasellame lavorato o fabbricato, o un qualsivoglia utensile, salvo i cucchiai, pena la confisca dello stesso”, questo hotel al momento della cessazione dell’attività possedeva, all’incirca 15 anni fa, una notevole quantità di silver plate, una cui apprezzabile percentuale doveva trovarsi negli stabili durante il periodo in cui la Legge fu in vigore.

36  In questo hotel è ancora utilizzato, tra altri articoli, un piatto per torta d’anguilla Old Sheffield Plate, che ha tutta l’aria di essere stato fabbricato ben più di un secolo fa.

37 Gruppo sociale includente le persone di condizione agiata, ma non appartenenti alla nobiltà. In particolare, la landed gentry comprendeva i possidenti terrieri (N.d.T.).

38 Il Sig. James Dixon, della J. Dixon & Sons, afferma “che fino alla metà del XIX sec. il commercio della propria azienda con l’America fu a tal punto rilevante, che ad uno dei partner anziani convenne vivere lì, e inoltre che essi laggiù disponevano pure di quattro agenti. All’entrata in vigore, nel 1861, della prima grande Tariffa protezionistica, il commercio dell’azienda con quel paese venne meno”.

39 Nel sistema giuridico britannico, è l’avvocato con facoltà di sostenere cause presso le Corti di livello inferiore (N.d.T.).

40 Gli stampi a decorazioni vistose del tardo periodo georgiano, ancora in possesso dei Sigg. Sissons, destinati in particolare alla produzione di grandi vassoi (trays) e waiters, sono numerosissimi. Un tempo l’azienda impiegava non meno di 13 costruttori di stampi, i quali lavoravano negli stabili.

41 Come si leggerà nell’ultima parte del lavoro, il termine poteva indicare tanto una varietà di zuppiera quanto di salsiera (N.d.T.).

42  Varietà di recipiente per burro (butter) a forma di barca (boat) (N.d.T.).

43  I corpi erano fabbricati manualmente.

44  Appunto, “bollitori per il tè” (N.d.T.). Matthew Boulton di Birmingham, in una lettera da Londra alla moglie nel 1767, afferma:-“Devo tornare a far visita a Sua Maestà non appena il nostro Tea kitchen a forma di tripode sarà arrivato”.

45  Il termine bit indica in generale la parte tagliente di un utensile; più nello specifico, la punta del trapano; lo scalpello; la morsa di tenaglie; l’ingegno nella chiave; il morso del cavallo (N.d.T.).

Ñ  Non è stato possibile recuperare il significato del vocabolo, non presente nei dizionari bilingue e monolingue (N.d.T.).

  • Il testo originale è incompleto (N.d.T.).

Ñ  Non è stato possibile recuperare il significato del vocabolo, non presente nei dizionari bilingue e monolingue (N.d.T.).

¨  Unità di peso britannica corrispondente a 6,35 kg. (N.d.T.).

©  Nomi indicanti la varietà di ferro o recipiente (N.d.T.).

45  To strip a metal significa eliminare mediante elettrolisi il deposito di un metallo (N.d.T.).

46  Vocabolo dai vari significati, qui utilizzato nell’accezione di “scarti” (N.d.T.).

47  Gilbert Dixon, assistente del procuratore presso la Società dei Coltellinai di Sheffield dal 1736 al 1777, era nipote del primo Richard Dixon, e zio di John Dixon. Nella Storia della Società dei Coltellinai, vol. I, p.295, è contenuto un suo ricordo di alcune bottiglie di vetro prodotte dal padre.

48  “Rotherham” di Guest, p.687.

49  Si veda “Saggio sulla Produzione in Irlanda”, ad opera di Thomas Wallace, Dublino, 1798; si vedano inoltre le procedure della Reale Accademia Irlandese, Vol. XXIX, Sez. C n°3, “Produzione del vetro in Irlanda”, a cura di M. S. D. Westropp.

50 Letteralmente, “doratura a fuoco” (N.d.T.).

51 Traducendo il tutto, misure comprese: “Placcatura leggera in argento di Sheffield, 77,75 g (e persino 62,22 g) per 3,628 kg”. 1 dwt, ossia un Pennyweight, corrisponde a 1,555 g, mentre 1 lb. (oncia) equivale a 453,6 g. (N.d.T.)

52  Tradotto, “Placcatura pesante in argento di Sheffield, 124,44 g per 3,628 kg”. (N.d.T.)

53  Si noterà come l’ottone fosse ampiamente usato dagli Sheffield Platers per l’intero periodo dell’industria, ma sempre nascosto alla vista. I tubi interni per i candelabri telescopici, i lucchetti per piatti da prima portata, le basi dei boccali e le viti dei candelabri erano abitualmente fatti di questo materiale.

54  Si vedano le pp. 106 e 107.

55 Questo nuovo modello di filo metallico non aveva lo scopo di sostituire il filo metallico placcato per conferire robustezza, ma per proteggere l’articolo durante l’uso, e pure per migliorarne l’aspetto. Essendo composti d’argento a 925/1000, i bordi filettati non lasciavano mai esposta la superficie di rame nudo – dopo anni di consumo -, come nel caso in cui si doveva utilizzare il filo metallico placcato.

56  Gli articoli finiti in tal modo non vanno confusi con la forma economica di finitura del bordo smussato sul retro dei supporti (come nell’illustrazione 3 alla pagina precedente).

57 Bradbury utilizza il verbo “scoop”, che normalmente viene utilizzato per indicare l’atto di scavare nella sabbia con una paletta o altro attrezzo (N.d.T.).

58  Letteralmente: “Il colpo laterale” (N.d.T.).

59  Si veda p.433 per ulteriori particolari su quest’azienda, e sui marchi da essa utilizzati.

60  Il Sig. Dudley Westropp di Dublino possiede un Candeliere da Camera senza supporto, i bordi sulla cui base sono stati trattati analogamente. Si trovano pure altri esempi con il marchio di Boulton.

61  Nei casi di piccole macchie a nudo su articoli ottenuti mediante galvanostegia – durante il processo di brunitura -, l’ex-direttore delle officine della Bradbury & Sons, Castleton, morto nel 1890, era solito ricorrere regolarmente al processo della placcatura francese, preferendolo alla spoliazione degli articoli e alla loro intera riplaccatura, e i risultati erano sempre soddisfacenti.

 

 

PARTE V

 

METODI SOPRAVVISSUTI, CON ILLUSTRAZIONI DI LABORATORI, UTENSILI E MATERIALI 62

 

 

Trattando il soggetto dell’Old Sheffield Plate, non è necessario logorare il lettore con lunghe descrizioni di processi per lui impossibili da afferrare senza una dimostrazione pratica dei metodi impiegati durante l’intera storia dell’industria.

L’autore ha ritenuto perciò preferibile (poiché questo lavoro intende trattare il soggetto generale dell’”OldSheffield Plate) mostrare dove possibile mediante illustrazioni vari metodi che sono sopravvissuti fino ad oggi e sono portati avanti pressappoco nella stessa maniera in cui lo erano più di un secolo fa. Le illustrazioni sono state tratte da vecchi laboratori, utensili, stampi e condizioni ambientali comuni, selezionati apposta poiché coprono il periodo durante il quale fiorì l’industria.

In precedenza sono state fornite delle descrizioni dettagliate in cui i metodi di procedura non sono, in alcuni casi, esattamente quelli in voga oggigiorno. Quando e come i primissimi pezzi di Old Sheffield Plate vennero alla luce si può stabilire solo approssimativamente, soprattutto traendo delle conclusioni. Mezzo secolo fa vi era più materiale per trattare in maniera esaustiva ed accurata questo soggetto. A quel tempo tuttavia i vecchi placcatori si trovavano in cattive acque; e chi tra loro sarebbe stato audace abbastanza da tentare d’interessare qualcuno in ciò che allora il mondo considerava in larga misura un’industria decadente? Successe pertanto che i vecchi produttori, con una o due eccezioni di scarso rilievo, non considerarono i vari stadi dei progressi nel loro mestiere d’interesse sufficiente da meritare la registrazione, a beneficio e per l’istruzione delle generazioni successive. Indubbiamente sarebbero stati assai gratificati, se si fossero potuti rendere conto della misura in cui il mondo artistico ha oggi imparato ad apprezzare la cura e l’esattezza da loro usate nella produzione delle loro opere d’arte.

 

 

L’USO DEGLI STAMPI D’ACCIAIO

 

L’uso nel mestiere di argentiere di stampi per coniare monete ed altri articoli è molto antico, e il loro impiego per modellare e decorare manici di coltello nei negozi di posateria di Sheffield era familiare ai cittadini molti anni prima della scoperta di Boulsover. Naturalmente perciò, lo stampaggio fu subito applicato alle produzioni in vasellame fuso in una misura che diede nuovo impulso all’arte del costruttore di stampi. Il ritaglio dall’acciaio di questi stampi prima della tempra richiedeva la massima abilità manuale. Allo stesso modo dello scultore, il costruttore di stampi utilizzava piccoli ceselli temprati per scalpellare, interamente a mano, i vari particolari dei propri modelli, e i due metodi di procedura erano quasi identici, sennonché mentre il costruttore di stampi lavora sull’acciaio e produce in forma concava, lo scultore lavora su marmo e pietra, e i suoi prodotti sono convessi.

Si è richiamata l’attenzione sul fatto che il lavoro a stampo dei primissimi esemplari di articoli placcati non esibisce nei dettagli la definizione chiara e nitida che si trova nell’Adam ed in altri disegni più tardi. Si è sostenuto che inizialmente gli articoli fossero modellati dagli stampi in maniera approssimativa, e che non fossero in grado di sopportare la forte sollecitazione del continuo stampaggio con la stessa efficacia di quelli realizzati in seguito, quando nel processo di tempra e rinvenimento dell’acciaio colato si erano introdotte grandi migliorie.

Se esaminiamo attentamente i primissimi esemplari tramandatici, s’osserverà subito quanto pochi sono in confronto gli articoli dello stesso disegno che in tutti i loro vari dettagli, rivelino un’assoluta somiglianza l’uno con l’altro. Questo punto è degno di attenzione giacché prova decisamente che tra i primissimi produttori era costume nel mestiere stampare da quelli che allora erano conosciuti come stampi in metallo colato, la cui durata era sufficiente a produrre soltanto un numero piuttosto esiguo di articoli di un particolare modello, prima che il dettaglio fosse oscurato dall’uso. A quel punto si sarebbe introdotto qualche altro stile di disegno al loro posto. Con gli articoli ottenuti da questi stampi in metallo dolce era abitudine filettare successivamente a mano i vari dettagli. Per questa ragione, si fa fatica a distinguere un articolo fabbricato e filettato interamente a mano da uno che sia stato ottenuto da una combinazione di stampaggio e lavoro manuale. Articoli come i salver che richiedono bordature estese e bordi ornati, non si possono mai ottenere in maniera del tutto soddisfacente senza l’aiuto di stampi. L’illustrazione a p.99 di un salver della prima generazione dimostra chiaramente questo fatto, ed inoltre il fallimento del tentativo di ottenere un articolo simile interamente da un pezzo di metallo.

Ecco fornite delle illustrazioni di stampi per candelabri. Quelli utilizzati per lo stampaggio dei piatti da prima portata e dei relativi supporti sono raffigurati nelle due pagine precedenti.

I migliori articoli artigianali in acciaio mai prodottisi a Sheffield, sono forse i fini stampi d’acciaio da cui si coniarono i candelieri del periodo Adam.

 

 

A - LA STAMPERIA

 

L’illustrazione nella pagina seguente è tratta da quel che si dice sia la più antica stamperia di Sheffield.

Queste botteghe sono immancabilmente sistemate negli interrati delle fabbriche, e nell’illustrazione mostrata il letto degli stampi è stato scavato in profondità nelle solide fondamenta di pietra, minimizzando perciò la vibrazione causata dal processo di stampaggio fino a renderla pressoché impercettibile.

L’operaio in primo piano nell’illustrazione sta usando un punzone per la sformatura allo scopo di sformare piccoli colli o “collettes”, come quelli richiesti nella fabbricazione di candelieri e candelabri, e pure per le basi di zuccheriere, ecc. Alla sua sinistra si osserverà una scatola di piccoli punzoni per punzonare i piccoli interstizi dove la “forza” non è in grado di far uscire i dettagli più piccoli dello stampo.

Lo stampo consiste in un ampio bancale di metallo, cui sono attaccati due tondi verticali avvitati all’ingranaggio sia di testa che di coda. Una puleggia scorre sopra una grande ruota girevole, che si vede all’estremità superiore del sistema di trasmissione ad alberi dello stampo. Vi è attaccata una fune spessa, che a sua volta è allacciata ad un martello a caduta sciolto dai lati scanalati, adatti ai tondi verticali, per consentire allo stampo di scivolare agevolmente su e giù mentre è utilizzato. Oggi questa ruota è mantenuta costantemente in rotazione per mezzo della forza a vapore.

Nei tempi antichi all’estremità di questa fune era legata una staffa, in cui l’operaio metteva il piede, e poteva perciò utilizzare l’intero peso del proprio corpo per sollevare la testa del pesante martello, e nel caso di stampaggi pesanti erano necessari i servigi di un uomo dalla forza straordinaria per sollevare le teste più pesanti degli stampi. Prima dell’introduzione della forza a vapore era necessaria una gran quantità di duro lavoro per tirare su i fini profili dei supporti con la loro fine varietà decorativa, grazie all’aiuto dei martelli per gli stampi.

 

B - IL FISSAGGIO DEGLI STAMPI

 

Lo stampo era posto esattamente al centro della mazza battente, a metà strada tra i supporti verticali. A questo fine si usava un calibro di metallo così da assicurare che la testa della mazza battente cadesse esattamente al centro dello stampo ed impedisse così qualsiasi indebita pressione contro uno dei due lati dei supporti. Lo stampo era messo e tenuto in posizione con l’aiuto di stampini di varie dimensioni chiamati “dogs”. Prima di avvitare lo stampo in posizione questo era impacchettato nella parte inferiore con carta spessa o cartone. Tutti questi dettagli dovevano essere osservati con cura, per impedire allo stampo di saltare ed incrinarsi o spezzarsi quando si lasciava cadere improvvisamente la testa della mazza battente.

In cima e alla base di questi due tondi verticali si possono vedere nell’illustrazione delle viti usate per espandere o contrarre l’ampiezza dei tondi verticali, così da adattarsi alle varie dimensioni delle teste dei martelli, o grandi o piccoli. Ai vecchi tempi la cosa era molto conveniente, poiché con questo sistema d’aggiustamento non era necessario avere un numero ampio e vario di mazze battenti differenti.

Nelle vecchie teste dei martelli – che ancora adesso si usano regolarmente – si troverà un buco quadrato; vi si fissava un blocco di ferro lavorato, chiamato nel mestiere “lickup”. Quest’articolo era dentato come una raspa, cosicché quando sulla faccia dello stampo sottostante si abbassava la testa del martello, questa tirava su il piombo fuso oramai raffreddatosi, che aveva preso l’impronta dello stampo in cui doveva essere stampato il metallo.

Fissato allora lo stampo e sollevata la testa del martello, che portava con sé l’impronta di piombo dell’articolo da produrre, si piazzavano nello stampo una serie di monete di rame (o rivestimenti di rame) per impedire al metallo di essere battuto troppo rapidamente nello stampo quando si lasciava cadere la mazza battente, evitando perciò di spezzare il metallo. Durante il continuo sollevamento ed abbassamento della testa della mazza battente, si rimuovevano una alla volta queste monete di rame mentre l’articolo si avvicinava ulteriormente alla forma definitiva, fino a completare finalmente lo stampaggio cavo negli interstizi dello stampo senz’altro ulteriore aiuto da queste monete protettive di rame.

Le monete di rame soddisfacevano un’altra esigenza, ossia quella d’impedire agli stantuffi di stagno e piombo incastrati nella testa del martello di stampo, di depositare parte della loro sostanza sullo stampaggio.

Fosse capitata la cosa nel successivo processo di ricottura, si sarebbe bruciato un buco attraverso l’articolo stesso. Il martello quando non era utilizzato era tenuto lontano dallo stampo con l’aiuto di un gancio, che si vedeva chiaramente affisso ai lati del supporto verticale.

 

 

LA PANCA PER LA TRAFILATURA

 

L’illustrazione mostra una vecchia “panca per la trafilatura”, indubbiamente quella effettivamente menzionata come parte dell’armamentario di un’antica fabbrica a Sheffield, nell’anno 1775 (si veda p.64). Sarebbe difficile affermare quanto sia realmente vecchia questa panca, ma di certo è stata costantemente in uso per 140 anni esatti.

I pezzi di filo metallico mostrati nel buco del “whortle” fanno parte del modello filettato o a lamelle, ampiamente usato per fabbricare i bracci di vari modelli di candelabri.

Sotto la panca si possono vedere due “maundrills”; erano usati per “trafilare” i vari modelli e taglie di becchi, hoops e bizzles dei candelieri.63 Su ciascuno di questi maundrills si osserveranno due whortles, uno per trafilare perfettamente gli hoops lisci, stretti sul maundrill stesso, e l’altro per estrarre l’hoop una volta trafilato. L’ultimo, essendo piuttosto inferiore di dimensione, si può riconoscere, poiché posto sull’estremità più lontana del whortle poteva essere nuovamente trafilato rivoltandolo e facendolo girare su se stesso.

La stessa panca era usata anche per trafilare, ossia allungare e modellare sul filo metallico in varie dimensioni e modelli. Il metodo era compiuto come descritto di seguito:- Prima di tutto, per produrre un “filo metallico congiunto”, cioè un filo metallico cavo per produrre i bordi delle teiere, si tagliava un pezzo di metallo piatto in una striscia stretta – placcata su un solo lato -, variando la dimensione e lo spessore a seconda della taglia dei buchi nel whortle attraverso i quali doveva essere trafilato il pezzo. I bordi del metallo erano quindi smussati leggermente verso l’interno con l’aiuto di una lima, e in seguito si assottigliava un’estremità della striscia fino ad ottenere una punta simile a quella di una matita. A quel punto, dopo averlo martellato delicatamente fino a fargli assumere quasi una forma di semitondo, vi s’infilava un pezzettino di filo metallico rotondo saldato poi sull’estremità dell’altro filo per irrobustirlo. S’infilava dunque questa sottile estremità attraverso il buco nel whortle, destinato ad accogliere il filo metallico durante la trafilatura di quest’ultimo. A quel punto si aggiustavano le pinzette a questa sottile estremità, mentre i due occhielli metallici si trovavano dentro l’occhiello metallico a forma di ∩ (come mostra l’illustrazione). La graduale rotazione del manico stringeva quindi le morse delle pinzette, costringendo il metallo ad assumere la forma di un filo metallico rotondo cavo. Dopo aver tirato il filo metallico per tutta la lunghezza della panca più volte, in un primo tempo attraverso i buchi più grandi del whortle e in seguito attraverso quelli più piccoli, esso alla fine usciva a forma di filo metallico perfettamente cavo, adatto all’uso nella fabbricazione di giunture e bordi per vari articoli, ed il buco centrale era sempre rotondo. Tutte le taglie e i modelli di fili metallici erano puntualmente trattati in questo modo.

 

 

I TORNI A PEDALE

 

Questi due torni sono interessanti poiché entrambi molto antichi, e si ritiene che uno di loro sia quello menzionato nell’elenco di magazzino del 1775, essendo sistemato nella “soffitta dei candelieri” e descritto come “macchina rotante”, e il più antico che si conosca nel mestiere. Su quello di sinistra si possono vedere un paio di “morsetti”, usati per far ruotare dadi e viti, piccoli colli per candelieri ed altri articoli di dimensioni ridotte. Su quello di destra si può vedere sistemato un “mandrino” (si veda p.116), usato per tagliare i tubi durante la fabbricazione dei bizzles e degli hoops dei becchi per candelabri. I mandrini servivano pure per far girare, e talvolta ruotare, le parti più piccole maggiormente usate nella produzione dei bracci di candelabri.

 

 

I LAMINATOI MANUALI

 

Una fabbrica di Old Sheffield Plate non era mai completa senza un paio di questi laminatoi. Pur non essendo stati usati in seguito su vasta scala, erano indispensabili per rimpicciolire dei pezzettini di metallo, risparmiando perciò il tempo perso nel rimandare ai laminatoi rotanti le lamine di metallo, quand’erano necessarie piccole quantità di un calibro di dimensioni ridotte.

Come accennato in precedenza, nei primissimi tempi sia la fusione del metallo con successivo martellamento che la laminatura in lamine era compiuta interamente nei locali di una fabbrica di Old Sheffield Plate. Tuttavia quando s’intraprendeva su larga scala questo processo di laminatura a mano, esso era così laborioso che si può ben capire come Boulsover e Hancock avessero deciso di abbandonare la parte produttiva dell’attività e avessero rivolto l’attenzione all’attività maggiormente lucrativa della laminatura di lamine di metallo (in un primo tempo con l’aiuto dell’energia idraulica e quindi della forza vapore), per il commercio in generale.

 

 

SBALZO (RAISING)

 

Il processo di modellamento della superficie piatta con l’aiuto di un martello di legno, noto nel mestiere come raising, era un processo importantissimo, che richiedeva la massima abilità da parte di chi lo eseguiva, e tra i lavori meglio retribuiti che l’attività avesse da offrire ad un operaio.

Va notato il modo in cui quest’operazione è compiuta. Prendiamo ad esempio una teiera, una caffettiera, un bollitore o qualsiasi altro articolo di hollow-ware. Per fargli prender forma, è necessario sistemare un tassetto nel corpo – come mostrato nell’illustrazione – e quindi battere il corpo con il solo aiuto del martello che opera su questo tassetto. Il colpo del martello, quando s’avvicina il momento della finitura, lascia soltanto un’impronta sull’articolo, all’incirca della dimensione di un pisello. Ciascuno di questi colpi dev’essere portato in modo da cancellare il precedente, prima che si possa produrre una superficie di brunitura perfettamente liscia. Si possono pertanto immaginare gli innumerevoli colpi che dovevano essere somministrati prima di raggiungere il risultato desiderato.

Nella prima illustrazione l’operaio è mostrato nell’atto di modellare il corpo di una caffettiera. Dopo aver conferito una forma cilindrica ad una lamina di metallo, ha saldato quest’ultima a forma di coda di rondine, ossia per conferire all’articolo una rigidità speciale durante il processo di sbalzo. Una “giunzione morsettata”, come questa veniva tecnicamente definita, era meno soggetta a rotture di quanto non lo fosse se saldata su una linea diritta.

Dopo aver ripulito l’articolo da tutte le impurità in una soluzione di vetriolo bollente, per prima cosa si martella la giunzione finché questa non diventa quasi impercettibile. L’articolo, cotto nuovamente per rammollire il corpo su tutta la superficie, è tenuto in una morsa sopra un tassetto del tipo mostrato nell’illustrazione. A quel punto, con un martello di legno dai bordi affilati l’operaio per prima cosa comincia a “modellare dentro” la parte che formerà in seguito il collo della caffettiera. Per mezzo di un martello dalla faccia d’acciaio, si fanno quindi piovere sul corpo una serie di colpi violenti fino ad ottenere la forma richiesta. Alla fine si rimuovono tutte le ammaccature e con l’aiuto di questo martello si produce una superficie simile a vetro.

Nella seconda illustrazione l’operaio sta lavorando un articolo dalla “lamina piatta”, senz’alcun aiuto, saldando insieme le parti come nel caso precedente. A questo metodo si ricorreva immancabilmente nella produzione di tazze e coperchi per piatti. Per prima cosa si taglia una lamina rotonda di metallo secondo la dimensione necessaria per la forma richiesta, quindi si battono ampi solchi nella lamina, martellata in seguito su di un tassetto fissato su una morsa – come mostrato nell’illustrazione dello sbalzo della caffettiera –, e con l’aiuto di un martello di legno affilato si martella il corpo facendogli assumere gradualmente la forma di una semisfera. Ad ogni colpo il corpo è fatto rientrare un po’ di più fino a produrre l’esatta dimensione e forma dell’articolo. Per mezzo di questo metodo di sbalzo a mano si producevano articoli molto grandi che nella loro fabbricazione avrebbero altrimenti richiesto l’uso di stampi enormi (come coperchi per piatti, recipienti per il tè e corpi di bollitori, piatti da insalata, ecc.).

 

 

LO STAMPAGGIO A CALDO (SWAGING)

 

Il processo dello stampaggio a caldo è stato associato alla produzione dell’Old Sheffield Plate sin dai primissimi tempi. Oggi a Sheffield si possono trovare stampi che sono stati utilizzati quotidianamente per oltre un secolo, ed è qui illustrato uno strumento per lo stampaggio a caldo che vi è ragione di credere sia lo stesso cui si fa riferimento nell’elenco di magazzino citato in precedenza, esistito nell’anno 1775. Quest’utensile era richiesto soprattutto per il modellamento di piatti e scaldapiatti dai lati modellati, supporti di caraffe, vassoi da tè, bordi di salver, corpi di piatti per la zuppa e la carne, e un assortimento di diverse altre parti d’articoli per i quali il produttore non aveva ritenuto valesse la pena di ricorrere all’acquisto degli stampi da taglio.

Le illustrazioni nelle due pagine seguenti spiegano il metodo impiegato nell’uso di questi stampi, l’uno compiuto soltanto a mano, l’altro con l’aiuto fornito dall’utilizzo di un martello. Nella prima illustrazione, dopo aver sottoposto a flat-hammering la parte inferiore di un vassoio su cui l’operaio è impegnato, si attacca un pezzo di cuoio alla “ganascia” dello stampo, affinché il rivestimento d’argento non corra alcun rischio di essere danneggiato o sfregato dalla faccia dello stampo (la parte inferiore era chiamata faccia, la parte superiore mobile ganascia).

In genere, si utilizzava un pezzo di rame duro e levigato come anche uno di cuoio per mantenere totalmente lisci i bordi dell’articolo mentre questo era sottoposto allo stampaggio a caldo, dopo averlo per prima cosa sformato alla forma dello stampo. Il metodo era supportato – e il pezzo di rame mantenuto in posizione – da un “peso a caduta”, chiaramente distinguibile nella illustrazione 2, in cui l’operaio è mostrato mentre sta stampando a caldo il bordo di un piatto da prima portata. Nell’illustrazione 1, una volta messo il vassoio nelle ganasce dello stampo, l’operaio procede premendolo delicatamente contro di sé, mentre al tempo stesso il bordo viene colpito con la ganascia dello stampo, guidata manualmente; oppure egli poteva usare a questo scopo un martello come nell’illustrazione 2, dove si richiede maggior forza, dal momento che si sta trattando un pezzo di metallo più spesso. Quando ad ogni colpo si sposta lentamente l’articolo per il lungo, si deve fare molta attenzione a non spostarlo subito troppo in là, altrimenti si vedranno delle sporgenze chiaramente definite, e l’aspetto dell’articolo finito ne risulterà danneggiato. Una volta stampato a caldo alla perfezione, il vassoio dev’essere nuovamente laminato con cura e quindi passato sui montatori.

Degli stampi si può affermare che sono straordinariamente numerosi, ed alquanto variabili sia in forma che in dimensione. Il più grande mai usato a Sheffield non raggiunse mai i 12” di lunghezza, e i due raffigurati nelle illustrazioni sono solo 9”.

 

 

L’IMBUTITURA AL TORNIO

 

A proposito dello Sheffield Plate, il processo dell’imbutitura al tornio deve considerarsi un’invenzione tarda. Thomas Nicholson 64, scrivendo nell’anno 1850, afferma, “Negli ultimi anni si compiono molte cose per mezzo della tornitura con un brunitore su pezzi di legno formati allo scopo, cosa inimmaginabile solo 40 anni fa. Mi ricordo di essere stato deriso per un tentativo del genere, ma oggi è diventato un vantaggio importante quando si ha a che fare con forme separate.

Grazie a ciò, si può vedere come i vecchi placcatori restassero strettamente aggrappati ai loro stampi per la produzione di piccole parti separate, e finora nessuna ricerca ha dimostrato l’esistenza di un reparto autonomo per l’imbutitura al tornio (com’è oggi indispensabile in una fabbrica d’argenteria di Sheffield al passo con i tempi), prima dell’anno 1820. In realtà si andrebbe sul sicuro affermando che è questa, all’incirca, la data dell’introduzione a Sheffield dell’imbutitura al tornio come parte del processo di placcatura, in tutte le sue forme.

Un produttore per mezzo di questo metodo poteva fabbricare un assortimento d’articoli maggiore, e poteva pure fare affidamento sul processo d’imbutitura al tornio come alternativa. Per quanto fosse un metodo produttivo alquanto più costoso, era molto più rapido, poiché gli stampi nell’esecuzione richiedevano un tempo eccessivamente lungo, e un modello nuovo, prima dell’invenzione dell’imbutitura al tornio, richiedeva nella produzione tanti mesi quanti sono oggi i giorni richiesti con l’aiuto della tavola rotante.

Forse si può dare ai Francesi il merito dell’invenzione e dell’introduzione del processo d’imbutitura al tornio, poiché è singolare il modo in cui intorno agli anni 1820-25 essi emersero nella manifattura del vasellame fuso placcato. Si noterà inoltre che si è indicato questo periodo come data approssimativa dell’invasione dei nostri mercati inglesi da parte dei Francesi, con i loro articoli fabbricati e placcati alla svelta e a buon prezzo. I Francesi compiono quest’attività con molta maggior comodità di quanto non si faccia nei nostri laboratori inglesi. Il loro metodo ha oramai raggiunto un tale livello di scientificità, che un uomo mentre lavora siede su uno sgabello girevole e in pratica si dondola sull’estremità del brunitore, e concentra così tutto il peso del corpo sull’articolo che sta imbutendo; per contro l’Inglese mentre compie il processo sta sempre in piedi, non ottenendo perciò più forza di quella che si può esercitare con l’uso delle braccia e il peso della testa e delle spalle.

Come si può vedere dall’illustrazione, l’operaio per prima cosa assicura rigidamente il metallo sotto trattamento al “mandrino“ (questo è il termine tecnico dato al modello che era stato tornito in precedenza e la cui forma è destinata ad essere impartita all’articolo imbutito) con l’aiuto di un chiodo sciolto in acciaio chiamato “perno”. Egli quindi con un brunitore di legno o acciaio spinge gradualmente il metallo sul mandrino, finché esso alla fine non prende la forma esatta del mandrino stesso, adattatovi così strettamente e uniformemente come se ne facesse parte. Per tutto il tempo, il mandrino è mantenuto in rotazione ad un’alta velocità con l’aiuto di macchinari.

Questo restringimento del metallo deve ovviamente essere effettuato a turni, e durante il processo, l’articolo dev’essere costantemente ricotto (ossia addolcito, o, secondo il termine del mestiere, “alleggerito”). La cosa è compiuta tenendo prima di tutto l’articolo sopra un getto o fiamma di gas, o nei primi tempi una lampada, e quindi mettendolo in un forno bollente. Non appena sparisce il carbone per effetto del calore applicato, è allora venuto il momento di ricominciare le operazioni, una volta riportato il metallo al grado di dolcezza richiesto.

Dopo averlo brunito da presso fino ai lati del mandrino, si usa un brunitore d’eliotropio così da ottenere una superficie perfettamente liscia e assicurare che non rimangano irregolarità o sporgenze, difficili da rimuovere, prestando attenzione al tempo stesso a non distorcere la forma dell’articolo.

Ai lati della panca per l’imbutitura si possono vedere eliotropi e brunitori, molti dei quali sono stati in servizio costante per all’incirca più di 80 anni, e sono ancora usati quotidianamente per mezzo della tavola rotante.

 

LA TRAFORATURA

 

La traforatura dell’Old Sheffield Plate ebbe origine intorno al 1765. Forse i primissimi esemplari che sappiamo esistenti possono essere antidatati di circa cinque anni o giù di lì, ma la loro manifattura era allora di natura troppo straordinaria per includerli, come avvenne in seguito, all’interno della gamma delle varie produzioni comuni. Si può facilmente comprendere che se i placcatori avessero utilizzato il processo di manipolazione con il seghetto da traforo che compiva l’argentiere, per il metallo placcato su cui essi stavano lavorando i risultati sarebbero stati disastrosi. Si troverà qui illustrato un pezzo di metallo placcato a fusione che è stato perforato con il seghetto da traforo, ottenendo una serie di bordi dentellati impossibili da rimuovere senza ricorrere alla limatura, un procedimento che avrebbe subito esposto alla vista le superfici di rame a nudo, e reso l’articolo spiacevole a vedersi.

Ecco fornita un’illustrazione del processo grazie al quale i primi placcatori raggiunsero quest’obiettivo. Per quanto riguarda Sheffield, esso non è mai stato sostituito in questa categoria lavorativa, ed è compiuto ancor oggi.

La macchina per la punzonatura “al volo” e la traforatura era azionata nel modo seguente. Un piccolo utensile, irrobustito all’estremità, scelto per il modello che doveva essere traforato, era fissato nella testa della macchina e incuneato saldamente in posizione con l’aiuto di viti. Il bancale in cui s’inseriva questa faccia superiore o battente del piccolo “scalpello”, era a sua volta saldamente incastrato nel gran braccio inferiore a forma di C – raffigurato nel disegno –, finché non si collocava esattamente sotto la faccia dell’utensile di ritaglio. Questo piccolo congegno assomigliava su scala ridotta al fissaggio del martello di stampo e dello stampo inferiore nel processo di stampaggio di articoli ricavati da stampi.

L’articolo stesso – in questo caso, la base di un’oliera – cui l’operaio ha tracciato con cura i vari spazi da traforare sul bordo, era fissato con un angolo sufficientemente corretto per impedirgli di dover uscire dalla posizione sotto la pressione del punzone. Si può vedere sotto un piccolo secchio, in cui cadevano i minuscoli scarti rimossi dal punzone mediante questo processo.

Dall’illustrazione si capirà subito che, tirando la leva verso o lontano da sé, l’operaio poteva premere il punzone giù nel bancale o sollevarlo a suo piacimento, con il conseguente sollevamento o abbassamento della vite (che si può vedere nella parte superiore della macchina). La forza del colpo era notevole, a causa della terribile spinta data alla vite dai pesi sui bracci incrociati o sulla leva qui raffigurati, e il gran mucchio di cascame di cotone che si vede verso l’estremità più lontana del braccio, era abitualmente attaccato per non rischiare d’infliggere un colpo dannoso a qualche operaio che passasse di lì durante l’utilizzo della macchina.

Sono qui illustrati una serie di bancali e punzoni usati in questa macchina per la traforatura. Essi mostrano l’ingegnosità del metodo con cui si compiva questo lavoro.

Ecco illustrata la sezione di un pezzo di pesce Old Sheffield, placcato e traforato, prodotta tra gli anni 1775-1885. Un esame attento mostrerà i grandi vantaggi derivati da questo metodo di traforatura “al volo” dell’Old Sheffield Plate. La compressione graduale del metallo sotto lo strumento traforante ha avuto l’effetto di trascinare verso il basso la superficie dell’argento, ricoprendo così al tempo stesso i bordi nudi del rame che altrimenti, con il processo di traforatura con il seghetto, devono essere esposti. Sul lato traforato inferiore, l’utensile d’assestamento, dopo esser stato avvitato saldamente al modello, ha impedito ai bordi del lato inferiore di dover uscire dallo stampo. La stessa macchina era utilizzata anche per pressare vari modelli sui bordi prima e dopo la traforatura, e sostituendo vari punzoni che recavano emblemi differenti, si potevano alternare le variazioni dei modelli secondo il gusto del manipolatore.

 

 

LA SALDATURA E LA MONTATURA

 

L’illustrazione dimostra come questo processo sia stato compiuto nelle fabbriche di Sheffield sin dall’introduzione del gas, da cui sono passati circa 90 anni e rotti o pressappoco. Oggigiorno il reparto in cui l’operaio di Sheffield esegue la saldatura è descritto come reparto delle lampade, reliquia dei tempi in cui gli uomini usavano lampade ad olio e un cannello ferruminatorio ai fini della saldatura.

E’ qui inserita una piccola inserzione pubblicitaria dei Sigg. Green & Pickslay, poiché fornisce la data in cui i produttori di Sheffield abbandonarono infine le vecchie lampade ad olio a favore del gas ai fini della saldatura. Si narra che all’introduzione del gas a Sheffield su scala generale, per le prime notti un gran numero d’abitanti s’accamparono nei sobborghi della città, temendo che la città corresse grossi rischi di venire completamente distrutta dalle esplosioni.

Vi sono due metodi di saldatura; l’uno più comunemente in uso ai vecchi tempi tra i placcatori di Sheffield, era noto come saldatura a ottone, che non richiedeva nell’applicazione tanto calore quanto la saldatura a stagno. Ora, la lega per la saldatura a stagno conteneva una gran quantità di piombo, mentre l’altro ingrediente era lo stagno, ma le percentuali di questi metalli variavano notevolmente ed erano regolate dalla quantità di calore che l’articolo modellato era in grado di sopportare. Ad esempio, quando si fissavano i supporti d’argento sottile ad un salver o candeliere del modello a gadroon e conchiglie, si usava una miscela più leggera e delicata di quanto fosse necessario per la quantità di calore molto maggiore richiesta quando si saldava un supporto d’argento pesante su un vassoio, come nell’illustrazione.

L’operaio nella pagina a fronte è mostrato mentre sta eseguendo la saldatura su un supporto – così come descritta sotto il titolo “L’introduzione dei bordi in argento”, a p.82 – per un vassoio che è stato martellato e stampato a caldo, come illustrato a p.136. Dopo aver per prima cosa ritagliato e limato la placca alle dimensioni del modello di supporto (che di dimensione è piuttosto inferiore al vassoio su cui è saldato), egli con un ferro da saldatura ricopre accuratamente i bordi con stagno, quindi prende il bordo d’argento filettato (in precedenza trafilato attraverso un whortle) e lo salda con cura sul bordo inferiore del vassoio. In precedenza l’ha modellato, così da seguire da vicino le incisioni del supporto. Con un morsetto quindi assicura o stringe temporaneamente il tutto insieme con piccole sezioni di filo metallico curvato (si veda l’illustrazione), e procede applicando il cannello ferruminatorio tutt’intorno al vassoio. Prima di saldare infine il supporto sul vassoio, ha coperto le parti da sottoporre alla fiamma con della biacca, così da evitare lo scolorimento da surriscaldamento, e inoltre per impedire alla lega per saldatura di colare sulla placca (mentre i bordi del supporto sono stati maneggiati con della resina che agisce da fondente).

Il calore del cannello ferruminatorio fa sì che la lega per saldatura fonda, e così facendo si sigilla ermeticamente il bordo al supporto del vassoio. Il vassoio, dopo la saldatura e la rimozione dei morsetti, dev’essere ripulito con della perlassa, in modo da eliminare le impurità create dal processo di saldatura.

Un altro metodo di saldatura su supporti o bordi si compiva nella maniera seguente: dopo aver limato il bordo del vassoio tutt’intorno come descritto sopra, finché questo non diveniva appena inferiore per dimensione all’intero supporto una volta completato, l’operaio a quel punto stringeva il supporto in alto con un morsetto e lo saldava in basso, stando attento a che il supporto d’argento scendesse sotto il bordo fino a ricoprire completamente il bordo di rame esposto del vassoio. Per compiere ciò l’operaio assicurava un tappo all’estremità delle pinze, per schiacciare giù il supporto quando la lega per saldatura era stata sufficientemente riscaldata. Durante quest’operazione si era soliti utilizzare un sottile supporto di rame da ricopertura per proteggere il supporto in argento, in modo da impedire a quest’ultimo di essere schiacciato ed ammaccato dalla pressione che andava necessariamente esercitata spingendolo in basso. Una volta completata la saldatura e ripulito con cura il vassoio, i bordi del supporto erano bruniti e sovrapposti con cura al bordo esterno del piatto del vassoio. Nella fabbrica dell’autore vanno annoverati vecchi stampi d’acciaio per vari modelli di supporti, ma regolarmente se ne usano relativamente pochi. Alla pagina precedente ne sono illustrati vari esemplari.

La lega per saldatura a ottone è un composto che consiste soprattutto di argento e ottone. La saldatura a ottone era compiuta nello stesso identico modo di quella a stagno, ma non era molto utilizzata dai placcatori di Sheffield, eccetto quando si producevano articoli in argento massiccio. Le proprietà di durata di un articolo trattato con questo metodo sono notevoli rispetto ad uno che sia stato sottoposto a saldatura dolce, ma la saldatura ad ottone non si poteva applicare agli articoli placcati di Sheffield su vasta scala, per il rischio di fondere completamente i sottili supporti d’argento ed i bordi filettati, a causa dell’eccessivo calore necessario a fondere questa lega. Nei primi tempi dell’industria e prima dell’introduzione dei bordi e dei supporti filettati d’argento, alla saldatura ad ottone si ricorreva più frequentemente. Prima del 1785, alcuni dei produttori di candelieri bloccavano insieme le parti interamente con l’aiuto della lega per saldatura ad ottone.

Nella pagina seguente è fornita un’illustrazione di un metodo di trattamento un po’ insolito nella produzione ed irrobustimento dei bordi rotondi dei salver. Quest’esemplare è interessante per la sua rarità, e si richiama l’attenzione anche ad un metodo di montatura simile compiuto sul bordo dell’anello di un piatto, illustrato alla fine di p.279. Si presume che quest’anello sia stato fabbricato in Irlanda, poiché nella manifattura s’allontana dai metodi ortodossi. Non è tuttavia detto che debba essere per forza così.

Ad un bordo esterno del waiter, come anche all’anello del piatto, è stato sovrapposto un pezzo di filo metallico di ferro per conferirgli forza nell’uso, essendo la sua manipolazione molto più semplice di qualunque altro metodo adottato ai fini della montatura e descritto dettagliatamente in altri punti. Il metallo impiegato in questi casi possedeva solitamente una forza straordinaria, ma non si può affermare che gli articoli fabbricati in questa maniera siano così soddisfacenti nell’uso per la loro tendenza ad accumulare sporco sotto i supporti. Questo metodo perciò non divenne mai d’uso comune, pur presentando meno difficoltà nel processo produttivo.

 

 

IL FLAT HAMMERING

 

Il flat hammering era indubbiamente la parte più importante del processo produttivo dell’Old Plate. Senza l’aiuto del martello in un modo o l’altro, non si produceva alcun articolo. Lo scopo ultimo della martellatura era dare una forma corretta ad ogni oggetto in fase di lavorazione, ed inoltre una superficie completamente liscia a mo’ di specchio.

Questa martellatura degli articoli ai tempi dell’Old Sheffield Plate era un affare persino più serio di quanto lo sia oggi. La difficoltà stava nell’ottenere una superficie perfettamente liscia dove in precedenza lo shield dell’incisore era stato sfregato internamente. Il metallo tutt’intorno a questo shield era gonfiato ed allungato per mezzo del calore e della successiva martellatura cui era stato sottoposto. Tutte queste irregolarità dovevano essere rimosse con l’aiuto del “martello piatto”.

Il martello “piatto” è raffigurato nella foto del processo di flat-hammering. E’ un utensile importantissimo, dal peso di circa 4 libbre, la cui faccia è solitamente di 2,5“ di diametro, e benché sia di così grandi dimensioni, a causa della lieve sporgenza convessa verso il centro, il colpo più forte non lascia sul vassoio che un’impronta della dimensione di uno scellino. E anche questa volta i colpi devono smorzarsi dal primo all’ultimo per ottenere alla fine la superficie perfettamente liscia richiesta. I tassetti utilizzati sono tutti d’acciaio levigato lucido, e se il vassoio è stato sottoposto correttamente a flat-hammering, una volta finito dovrebbe a quel punto richiedere solamente l’assoggettamento al processo di brunitura e di levigatura a mano. Il flat-hammering fa sì che il vassoio divenga assolutamente rigido e saldo.

I tassetti da martellatura erano conservati mediante ripulitura e levigatura, sostanzialmente con la stessa cura che un chirurgo userebbe nella conservazione dei suoi strumenti. E per impedire che dalla base del tassetto stesso in fase d’utilizzo si levassero delle particelle infinitesimali di polvere, si legava intorno al sostegno una ricopertura di pelle che veniva poi inchiodata al letto di legno in cui si fissava il tassetto. Non era inconsueto che gli apprendisti sedessero vicino al tassetto quando s’intraprendeva una parte importante del flat-hammering, e mentre il martellatore portava i vari colpi in successione, questi ragazzi soffiavano sulla faccia del tassetto per assicurarsi che nessuna particella di fuliggine o polvere si fosse levata e posata sulla cima del tassetto o dell’articolo che si stava martellando, tra un colpo e l’altro. Pertanto, usandosi una così gran cura nella loro conservazione, non è sorprendente scoprire che a Sheffield vi sono ancor oggi molti tassetti da martellatura in uso costante che hanno reso regolare e giornaliero servizio per ben più di 100 anni.

I tassetti da flat-hammering sono piatti sui bordi esterni, mentre salendo verso il centro formano un duomo quasi impercettibile. Neppure la testa stessa del martello è completamente piatta, giacché verso il centro è leggermente convessa. Per mezzo di questo sistema di combinazione tra le teste del martello ed i tassetti si comprenderà facilmente l’attenzione prestata a non far lasciare ai colpi portati tracce di un bordo esterno o tagliente, come sarebbe naturalmente avvenuto nel caso in cui il tassetto e la testa stessa del martello fossero stati piatti entrambi.

Gli argentieri di Londra utilizzano un metodo di martellatura differente, e anche un tipo di martello diverso; quest’ultimo è di 6” circa di lunghezza e possiede una faccia molto più piccola di quelli utilizzati dai produttori di Sheffield.

Gli antichi vassoi placcati e quelli oggi fabbricati a Sheffield, sono martellati partendo dal retro come mostrato nell’illustrazione, mentre gli argentieri londinesi erano soliti martellare cominciando dalla parte frontale dei vassoi e dei waiters.

 

 

LA STAGNATURA

 

Il processo di stagnatura, assolutamente necessario, era utilizzato nella produzione degli articoli Old Sheffield Plate in misura assai ampia. Si potrebbe descrivere lo stagno come agente indispensabile dell’antico commercio in articoli placcati, tanto ampiamente furono richiesti i suoi servigi per l’intera durata del processo di placcatura a fusione.

Si è scoperto che già nel XV sec. l’apostolo ed altri modelli di cucchiai erano fatti di lamierino od ottone, e in seguito stagnati, cosicché non s’incorreva in alcuna grave conseguenza nel momento in cui quelli venivano a contatto con il cibo. Lo stagno dev’essere stato un componente necessario nel processo della lega per brasatura già molti secoli prima di allora.

Il metodo utilizzato dai produttori di Sheffield Plate per stagnare gli articoli era semplice, ma si doveva usare la massima cura nel rimuovere ogni particella di sporco prima di cominciare le operazioni. Le quali si compievano nel modo seguente: dopo aver intrapreso accuratamente il processo di ripulitura – nel caso di teiere, caffettiere, samovar o qualsiasi altro vaso che avesse corpi modellati – si doveva ricoprire per bene la parte esterna dell’articolo con colla e biacca così da impedire allo stagno di danneggiare le parti placcate se per caso fosse traboccato sul corpo dell’articolo stesso durante l’applicazione. In seguito, dopo averlo cosparso subito di cloruro d’ammonio su tutta la superficie e scaldato per bene, si teneva l’articolo sopra un alveolo o un mestolo di stagno fuso. A quel punto, si versava lo stagno nel vaso fino a ricoprire tutta quanta la superficie di rame e farla assomigliare per la brillantezza all’argento puro. Waiters, vassoi e articoli a superficie piatta e liscia erano trattati nello stesso modo, ma per ottenere una superficie del tutto liscia, si scaldava l’articolo in una fiamma a fuoco lento, e mentre questo era bollente, si usava un pezzo di filato di lino soffice per rimuovere lo stagno. Ciò produceva l’effetto desiderato.

In tutti i casi in cui si placcava su un lato solo, le parti inferiori ed interne degli articoli erano sempre ricoperte di stagno con la massima cura.

 

 

LA BRUNITURA

 

Il metodo per ottenere una superficie lucida, noto come brunitura, era - ed è ancora – sempre compiuto da donne, essendo l’ultimo processo intrapreso nella produzione di qualunque articolo prima che questo fosse esaminato minuziosamente e levigato a mano, e risultasse pronto per l’uso. Prima di cominciare le procedure si strofina l’articolo su tutta la superficie con uno straccio di filato di lino bianco e umido, immerso nella sabbia di Calais; quindi, dopo aver strofinato per bene le parti più lisce, e spazzolato quelle più decorate con una spazzola per capelli, a sua volta immersa nella sabbia di Calais, si lava l’intero articolo nell’acqua pulita. Quest’operazione è necessaria per rimuovere il grasso o qualsiasi altra sostanza che rimarrebbe probabilmente nella traccia del brunitore, impedendogli pertanto di far presa sulla superficie.

L’illustrazione mostra un piccolo vaso chiamato “sud pot65, in cui la donna immerge continuamente l’estremità del brunitore per impedirgli di “scavare” l’argento. Nell’illustrazione si può vedere inoltre una coramella di pelle, usata per mantenere il brunitore costantemente liscio e lucido durante il processo. Su questa coramella di pelle si cosparge ciò che è conosciuto come “mastice da brunitura”. Per prima cosa si fa scorrere rapidamente il brunitore lungo la faccia dell’articolo avanti e indietro, esercitando al tempo stesso grande pressione. Questo metodo si chiama “steeling”. Si ricorre quindi all’utilizzo della pietra “blu” o “rosso sangue”. Con l’aiuto di questo strumento si può produrre un colore più scuro o migliore, e rimuovere qualsiasi segno lasciato dal brunitore d’acciaio. Dopo averlo completamente brunito su tutta la superficie – prestando attenzione a che il brunitore trovi tutte le parti smussate all’interno degli interstizi dei supporti – si leviga a mano l’articolo con un piccolo rossetto 66 bagnato. Si ottiene così la rimozione di qualsiasi segno lasciato nella traccia del brunitore e pertanto si conferisce pure una finitura più brillante tipo specchio, una volta finito l’articolo.

Non vi è dubbio che il processo della brunitura fosse utilizzato già nei primissimi tempi della produzione dell’Old Sheffield Plate, probabilmente con l’aiuto degli strumenti in uso allora, poiché, come indica l’elenco di magazzino pubblicato in questo libro, già nel 1775 è citato un reparto separato per la brunitura con i suoi “accessori”. Esso include una “pietra color rosso sangue e brunitori d’acciaio”, ecc. (si veda p.63).

 

 

 

 

 

 

 

 

PARTE VI

LE INNOVAZIONI CHE RIVOLUZIONARONO L’ANTICO MESTIERE

 

GLI ULTIMI STADI DELLA PRODUZIONE DEL VASELLAME FUSO, E UNA DESCRIZIONE FATTA DA UN VECCHIO OPERAIO

 

 

Il metodo di produzione degli articoli placcati a fusione venne gradualmente meno; in uno o due casi isolati l’attività fu perpetuata e si confuse con il processo di placcatura a sedimentazione elettrolitica fino al 1855, quando ne scomparve ogni testimonianza. Tra gli anni 1830-1840 (il periodo di transizione), l’argento tedesco cominciò a sostituire il rame come metallo di base ai fini della placcatura a fusione. Fino al 1850, tutti gli apprendisti furono istruiti con cura nei vari metodi connessi al processo, di più vecchia data, di produzione degli articoli basata sulla placcatura a fusione del rame. Intorno al 1845, le varie aziende sembra fossero equamente divise tra quelle che usavano l’argento tedesco come metallo di base e quelle che lavoravano ancora in rame. Si comprenderà facilmente anche il fatto che gli operai preferirono – fin quando poterono – conservare l’uso di un metallo nel quale erano stati educati ed istruiti, e al quale, per forza d’abitudine, si erano accostumati. Di conseguenza gli esemplari del primo periodo transitorio sono difficili a trovarsi.

Vi sono ancora uno o due operai sopravvissuti che, finito l’apprendistato, per qualche anno non tentarono affatto di lavorare l’argento tedesco; uno di questi, F. T. Burdekin, oggi nel suo 87° anno di vita – in passato impiegato dalla Walzer, Knowles & Co. – ha fornito il seguente resoconto di come si compisse il processo di produzione di salvers, piatti da prima portata e molti altri tipi differenti di articoli placcati più pesanti non più tardi di 60 o 70 anni fa. La descrizione di Burdekin è assai interessante poiché mostra come il moderno sistema di suddivisione del lavoro fosse poco in voga a quel tempo.

 

“Era assolutamente necessario che chi lavorava il vasellame osservasse la più rigida pulizia. L’operaio teneva la panca scrupolosamente pulita, e prima di cominciare le operazioni faceva scopare il pavimento dell’officina e cospargerlo d’acqua per non far salire la polvere, poiché durante il processo di produzione era assolutamente necessario evitare la polvere e lo sporco.

“Per illustrare il metodo di produzione dell’Old Sheffield Plate, propongo di prendere un salver da 12” attraverso i vari processi, dallo stadio “pezzo grezzo” all’articolo finito com’era prodotto nei primi tempi del mio lavoro.

“Questi processi richiedevano gli operai più capaci, che dovevano lavorare con dei martelli piatti d’acciaio levigato che variavano da 4 a 6 once e mezzo di peso, ed erano comunemente noti come flat hammerers e grandi ottonai. A quei tempi era abituale per un uomo sia martellare gli articoli, che fornirli di montatura, fabbricandoli dallo stadio grezzo a quello della brunitura e levigatura, e quest’ultima parte del lavoro manuale era eseguita da personale femminile.

“L’operaio cominciava con un pezzo grezzo laminato di rame in placcato argento, ritagliato per formare una lamina rotonda da 1/32 a 1/16 di pollice di spessore. Lo martellava quindi con la massima cura finché non si appiattiva completamente, pronto a quel punto per farvi mettere al centro il silver shield, che era stato in precedenza ritagliato da un pezzo d’argento pregiato alle dimensioni richieste e quindi assottigliato di molto a forza di martellate attorno ai bordi; si esponeva allora il pezzo grezzo al fuoco di carbonella scaldandolo ad una fiamma color rosso opaco. Lo shield, dopo esser stato ripulito in acido ed acqua ed asciugato con cura, era posto nel mezzo della lamina, scaldato anch’esso alla temperatura richiesta, infine strofinato energicamente con un brunitore d’acciaio finché aderiva saldamente alla lamina; si prestava molta attenzione a non farlo spostare dalla posizione desiderata, e inoltre a non far restare aria o impurità tra quello e la lamina, perché in caso contrario si sarebbe avuta la formazione di bolle.

“Una volta completata l’aderenza, il pezzo grezzo era ripulito in acido ed acqua, e quindi martellato con cura fino a far arrivare lo shield allo stesso livello della superficie della lamina; a quel punto il pezzo era pronto per la ricottura, durante la quale lo shield, ancora bollente, era nuovamente brunito per dimostrare l’assoluta solidità del pezzo e l’assenza di bolle sulla superficie. Dopo un’ulteriore pulizia, il pezzo era infine martellato su tutta la superficie su di un tassetto d’acciaio lucido. A quel punto era messo sul tornio per far piegare i bordi verso il basso, in vista del processo di stampaggio, che risollevava o “stampava a caldo” i bordi su cui si dovevano brasare i supporti d’argento stampati e riempiti (o fatti ruotare sul tornio se si trattava di un supporto assolutamente piatto). Tali supporti, una volta stampati in argento sottile, erano imbiancati sul davanti e riempiti di una mescola di stagno e piombo. Erano quindi limati sul retro finché il bordo o i residui del supporto non cadevano. Compiuto ciò, erano adattati al bordo del pezzo grezzo, tagliati e limati finché non assumevano la forma richiesta. Venivano poi leggermente rimpiccioliti per far posto al bordo d’argento, che vi era infine saldato su. Ciò era fatto dopo aver limato e ridimensionato il waiter a spigolo vivo per farvi fissare sopra il filo d’argento. Nel caso in cui il supporto fosse modellato (come per il salver a forma di conchiglia nell’illustrazione), si poneva il filo sul bordo con un piccolo attrezzo chiamato forcella a filo, per spingerlo in tutti gli angoli dell’incisione, e quindi si brasava il filo con cura.

“Poiché a quel punto la placca era pronta per assicurarvi sopra i supporti permanentemente, questi erano nuovamente tolti e ricoperti di una mescola di colla e biacca per impedire alla lega per saldatura di incollarsi all’esterno; il supporto, nuovamente fissato, era tenuto in posizione con piccoli morsetti di ferro. Il waiter a quel punto era portato al focolare e scaldato lentamente finché i supporti non si fissavano in maniera permanente allo stampo della lamina.

“Arrivati a quel punto, si spazzolavano via o si rimuovevano i pezzettini della lega per brasatura mentre erano ancora bollenti. L’articolo era allora pronto per saldarci su i piedini, precedentemente trattati in maniera simile ai supporti d’argento sottile, ossia riempiti di una mescola di piombo e stagno, e ora saldati con cura sulla parte inferiore della placca. Dopo una bollitura in perlassa per rimuovere il grasso, la resina, ecc., si bruniva il bordo del supporto sul margine del filo, e a quel punto il lavoro era completato e l’oggetto lavorato pronto per la brunitura. Quest’ultima operazione era compiuta da donne, e consisteva nel passare rapidamente avanti e indietro un brunitore d’acciaio duro e liscio sulla faccia del waiter e all’interno dei bordi dei supporti, finché il tutto non assomigliava ad uno specchio. Con alcuni tocchi finali di rossetto e levigatura a mano, cui seguiva un lavaggio, il salver era pronto per l’uso.

“Gli stampaggi qui illustrati, ottenuti da stampi Old Sheffield per un gran vassoio comune dalle vistose decorazioni a gadrooning, e, erano fatti passare attraverso tutti questi processi di manifattura, lasciandosi uno spazio all’una e all’altra estremità della lamina dopo aver adattato i supporti sullo stampo per brasarvi sopra i manici, fatti d’argento sottile ottenuto a stampo, e trattati in modo simile ai supporti sotto ogni riguardo”.

 

Il salver (No.4) raffigurato nella pagina precedente fu fabbricato un secolo fa e da allora è stato usato quasi costantemente, ed ha un silver shieldrubbed-in” e bordi d’argento filettati. Al suo fianco, il No.3 è un salver di ricambio, prodotto recentemente dagli stessi stampi, e fatto passare attraverso tutti i diversi processi dell’antico vasellame laminato fino allo stadio finale; è placcato su ambo i lati, ha i supporti in argento colato, i bordi d’argento filettati, e lo scudo in argento “rubbed-in”. La fabbricazione di quest’articolo dovrebbe dirimere definitivamente la questione della possibilità di riprodurre esattamente l’Old Sheffield Plate, e qualunque supposizione secondo cui l’arte sarebbe interamente perduta può pertanto essere accantonata.

Nel caso della dimensione massima degli articoli fabbricati secondo l’antico processo, occorrerebbero molti anni di dura fatica e formazione professionale specializzata da parte d’operai ed apprendisti, prima di poter ottenere un livello di perizia qualunque simile al passato. Tuttavia il collezionista non deve temere più di tanto d’imbattersi in tali riproduzioni. In primo luogo, il costo in cui s’incorreva nel riprodurre il nuovo waiter eguagliava quasi quello di un articolo in argento a 925/1000 dello stesso peso. In secondo luogo, e cosa tra tutte più importante, al primo manca il caldo aspetto dell’età e dell’usura che è la prova più sicura dell’antichità e non può essere riprodotto in maniera così esatta da ingannare un collezionista esperto, per quanto il venditore possa provarci.

Grazie a ciò si può vedere che la produzione per mezzo dell’antico processo di articoli Old Sheffield Plate di maggiori dimensioni, non è mai caduta “interamente” in disuso, come il pubblico potrebbe invece aver facilmente creduto.

 

 

L’INTRODUZIONE DEL GERMAN SILVER

 

“Il german silver”, che consiste in nickel, rame e zinco in varie percentuali, dal 1845 circa è stato universalmente adottato come base per i migliori articoli placcati, essendosi scoperto che da ogni punto di vista è un metallo più robusto e durevole del rame, benché venga prodotto ad un costo più elevato. Sembra che il nome german silver sia derivato dal fatto che nel 1830 un certo Sig. Guitike, di Berlino, venne a Sheffield con il primo esempio di questo metallo composto, dopo che un esemplare dello stesso tipo era arrivato a Vienna, dove un chimico aveva speso molto tempo per scoprirne i componenti. Il metallo proveniva originariamente dalla Cina, dove la sua composizione era nota ai Cinesi da tempo immemorabile. (Alla conquista del Capo nel 1795, furono scoperti articoli fatti di german silver o materiale abbastanza simile importato dall’Oriente.) Samuel Roberts fu la prima persona a servirsi di questo metallo, nel 1830, ricavando un brevetto per la placcatura del german silver su rame, e fondendo in seguito uno strato d’argento sulla parte superiore dei due metalli più vili. Questo processo ridusse la quantità d’argento richiesta senza inficiare la durata. Il metallo di Guitike era tuttavia troppo friabile inizialmente per essere utilizzato su scala generale, e pare che soltanto alcuni anni più tardi il rame cominciò ad essere sostituito dalle variazioni del nuovo composito, che alcuni produttori descrivevano come brevetto “Alpacca”, designazione con cui alcune ditte all’ingrosso pubblicizzarono i loro articoli appena nel 1850.

Nel 1836, un metallurgico di Birmingham di nome Merry ricavò un brevetto per placcare l’argento mediante il processo di fusione in german silver, ma quando si recò a Sheffield a sollecitare delle ordinazioni per questo nuovo metallo composto, scoprì con sorpresa che qualcuno l’aveva preceduto nell’idea. Gli fu mostrato che il suo metodo era stato inventato e testato in precedenza da Thomas Nicholson, allora consociato con Robert Gainsford. La cosa invalidò pertanto il suo brevetto, e da allora il processo fu dato in pasto al commercio, che lo adottò avidamente, ed esso alla fine rimpiazzò tutti gli altri fino all’introduzione del processo di galvanostegia. Alcuni anni più tardi s’introdussero importanti migliorie nel colore del metallo, e dal 1845 circa fino ad oggi, per rispondere alle esigenze domestiche pratiche degli articoli placcati da tavola, in questo paese si è usato come base poco altro che non fosse ciò che è divenuto noto come “german silver”.

La qualità migliore di german silver per placcatura consiste in una mescolanza dei seguenti ingredienti:-

                                               Rame 65%, Zinco Commerciale 20%, Nickel 15%,

 

che porta il costo, acquistando il rame ad un prezzo medio di 65£ a tonnellata, a ben oltre il 10% in più rispetto al materiale in rame allegato che si usava in precedenza.

 

 

L’OPINIONE DI UN ESPERTO SUL PARAGONE DA FORMULARE TRA IL GERMAN SILVER E IL RAME COME METALLI DI BASE

 

La massima autorità di cui disponiamo oggi sulla questione della mescolanza dei metalli riguardo alla placcatura, è senza dubbio il Sig. Alfred S. Johnstone, direttore della ditta Henry Wiggin & Co., che ha cortesemente fornito le seguenti spiegazioni alla domanda sul perché il german silver sostituì il rame come metallo di base ai fini della placcatura. I particolari sono molto interessanti; il Sig. Johnstone ci dà non solo una prova avvalorante in merito alla data esatta in cui il german silver soppiantò quasi completamente il metallo più antico ai fini della placcatura, ma pure la data precisa in cui il processo di placcatura a fusione fu in pratica abbandonato, ossia il 1850:-

“Mi spiace che la mia memoria non vada abbastanza indietro nel tempo da consentirmi di fornire un resoconto pratico qualsiasi del passaggio immediato dalla placcatura a fusione alla galvanostegia, nella produzione degli articoli d’uso domestico. Per quanto in un certo senso graduale, il cambiamento fu completo, e quando io cominciai a lavorare nel 1850, la laminatura dell’argento sul rame e le leghe di rame aveva fatto posto al processo di galvanostegia. Il german silver era apparso in qualità di lega bianca temporanea, che alla rimozione per usura o altro della ricopertura d’argento lasciava meno in vista i difetti di quanto non avvenisse con il rame; ma oltre a questo, il processo della placcatura elettrica e galvanica era stato così perfezionato che il metodo era semplice e il risultato efficace a costi molto bassi, poiché si poteva applicare un rivestimento d’argento molto più sottile che nel caso della placcatura a fusione. Vi erano pure altri grandi vantaggi, ad esempio il fatto che ora si poteva ricoprire d’argento la decorazione più complicata con la stessa facilità di una superficie liscia e regolare, rendendo perciò il lavoro manuale meno costoso.

Per quanto concerne la tendenza all’ossidazione e di conseguenza la nocività del rame e delle sue leghe, il rame era di sicuro il metallo nettamente meno contestabile dei due. Si noterà come il rame sia sempre usato per i bollitori del tè, e per conservare le pentole e gli altri utensili da cucina, mentre non si vedranno mai fabbricati in german silver, o al massimo raramente, gli stessi articoli. Il fatto è che l’introduzione del nickel nella lega di rame in ambiente umido sembra esercitare un’azione galvanica tra le particelle di metallo, da cui conseguono l’ossidazione e decomposizione. Pensate alla frequenza con cui i beccucci delle teiere cadono dopo un lungo uso, in conseguenza del fatto che l’umidità è costantemente rimasta nella parte inferiore dei beccucci (si veda l’ illustrazione, p.144).

I vantaggi sul rame ottenuti utilizzando il german silver sono: la bianchezza, la robustezza e la maggiore durata di quest’ultimo quando sia inevitabile un’usura consistente. La sua adattabilità al processo della saldatura a ottone è un altro dei fattori che ne raccomandano l’uso.

E’ oramai ben appurato che la carente duttilità del german silver dipende in parte dalla sua condizione di carbonizzazione – il nickel ha una curiosa affinità con il carbone – e questo si nota specialmente nel caso del metallo usato per hollow-ware come set da tè e caffè, coperchi per piatti, piatti da prima portata, ecc. Per contro, nel caso di cucchiai e forchette, ecc., la lega necessaria dovrebbe essere particolarmente dura.”

 

 

L’ORIGINE DEL PROCESSO DI GALVANOSTEGIA

 

A differenza della maggior parte delle invenzioni che hanno rivoluzionato le attività, il processo della placcatura a fusione può ricondursi ad un individuo che emerge in maniera assai preminente, ossia Boulsover. In merito all’invenzione della galvanostegia le circostanze sono completamente differenti, poiché si sono verificati tanti e simultanei progressi, e si sono ricavati molti brevetti pressappoco nello stesso periodo, che è assolutamente impossibile scegliere una persona e affermare che ha inventato o perfezionato questo processo da sola.

Sicuramente l’idea fu concepita nella sua forma primitiva grazie alla scoperta da parte del Dott. Smee, l’elettricista, della facoltà della batteria galvanica di raccogliere o disperdere gli atomi invisibili del metallo puro tenuto in soluzione e di dirigerli compattamente uniti sulla superficie dei preparati metallici.

Questo metodo, quando fu dimostrato nel mondo scientifico per la prima volta, suscitò sentimenti di stupore – come se si fosse trattato della scoperta della Pietra Filosofale, e tutti i meccanismi segreti della natura fossero stati rivelati al mondo. Nel 1840 circa, il Dott. Smee fornì nella propria abitazione un’illustrazione pratica della scoperta davanti ad ottanta degli uomini con le maggiori conoscenze scientifiche della città, occasione in cui pare fosse stato unanimemente riconosciuto dai presenti che di lì a poco si sarebbe dovuto calare il sipario sull’antico processo della placcatura a fusione per quasi tutti i fini commerciali.

Appoggiata ad uno dei muri nella Cappella di Aston Hall, a Birmingham, si trova quella che si afferma sia la prima macchina per la galvanostegia, presentata dai Sigg. Prime & Son di quella città. “Questa macchina, basata sulla grande scoperta dell’Induzione da parte di Faraday, fu inventata dal defunto John Stephen Woolrich of Birmingham. Fu costruita dalla Prime & Son nel 1844, e fu fatta funzionare da questi per molti anni, finché fu soppiantata da macchine di migliore costruzione e maggiore potenza. E’ la PRIMA macchina magnetica che mai abbia depositato argento, oro o rame, ed è il predecessore di tutte le magnifiche macchine a dinamo inventate da allora in poi. Il Prof. Faraday, in occasione dell’assemblea della British Association a Birmingham, fece visita, assieme ad alcuni amici scienziati, alle officine della Prime & Son, apposta per vedere l’applicazione nella pratica di questa grande scoperta, ed espresse il suo intenso compiacimento nell’essere testimone del fatto che la sua scoperta era applicata così rapidamente ed ampiamente, ed utilizzata a scopi pratici con tanto successo. A Birmingham spetta l’onore non solo dell’introduzione della galvanostegia, il cui uso si è esteso ad ogni nazione civilizzata, ma anche quello di essere stata la prima a adottare la scoperta di Faraday, ossia la possibilità di ricavare elettricità dal magnetismo, - scoperta che ha influenzato in misura enorme la scienza e l’arte.”

 

 

 

L’INTRODUZIONE DELLA GALVANOSTEGIA

 

Senza dubbio i Sigg. Elkington & Co., di Birmingham, furono i primi a trasformare nella pratica l’invenzione in solido profitto, ricavando entrambi un brevetto nel 1840, ed acquistando quasi tutti quelli potenzialmente utilizzabili in qualche modo nell’applicazione pratica del nuovo processo. Elkington & Radcliffe detenevano inoltre il segreto della “placcatura lucida”, ottenuta grazie all’apporto di una miglioria al metodo di Tuck, per mezzo dell’ammoniaca, che era un valido agente nell’eliminare la materia estranea accumulatasi durante l’operazione.

Non appena la Elkington & Co. utilizzò l’elettricità per spargere gli atomi d’oro e argento sulla superficie dei metalli più vili, i produttori dell’Old Sheffield Plate si allarmarono per il futuro della loro industria, affermata al tempo da quasi cent’anni. La ditta s’era assicurata a tal punto la totalità dei brevetti legati in qualche misura alla galvanostegia, che ora ogni produttore di Sheffield desideroso di formarsi nel nuovo processo e di applicare questo metodo nella placcatura dei propri articoli, doveva recarsi a Birmingham, pagare alla ditta una royalty di 150£ e garantire che non avrebbe depositato meno di 1.000 once d’argento l’anno.

 

 

L’OPINIONE DI UN ESPERTO SUL FUTURO DELLA GALVANOSTEGIA

 

La scoperta della galvanostegia abbassò il costo e facilitò la produzione del vasellame placcato al punto che presto il nuovo processo uccise il vecchio. Alcuni tra i produttori più conservatori s’aggrapparono al metodo della laminatura per alcuni anni, ma alla fine constatarono che lo sforzo era inutile.

Il completamento del periodo transitorio fu certo drammaticamente rapido. Il compilatore dell’elenco di Sheffield del 1849 fu così impressionato dalla sua portata che inserì in una categoria speciale gli argentieri che ricorrevano alla galvanostegia. L’ultimo serio tentativo d’affermazione da parte del vecchio vasellame si può trovare nei documenti della Grande Esposizione del 1851. In quell’occasione l’unica ditta che conquistò i favori della giuria fu la T. J. & N. Creswick. La loro raccolta d’oggetti esposti, premiata con una medaglia, consisteva in articoli “placcati mediante l’antico processo d’unione dei metalli per mezzo del calore, con bordature e montature d’argento. Gli articoli erano importanti per la dimensione, e di buon gusto”. Furono in particolare menzionati candelabri stile Luigi XIV e Luigi XV; mentre la fattura dei coperchi per piatti, delle teiere e dei vassoi fu “lodata in quanto eseguita accuratamente, e perfettamente adattata al lungo uso”.

Gli sforzi della galvanostegia di Sheffield furono ignorati; ma la segnalazione della collezione dei Sigg. Elkington è istruttiva poiché mostra come distinti teorici, legati affettivamente al vecchio, vedessero con prudenza e dubbiosità le capacità del nuovo processo quando questo nel commercio stava già mettendo fuori gioco il proprio predecessore. Alla descrizione della raccolta dei Sigg. Elkington e all’elogio del valore della galvanostegia a scopo decorativo, furono aggiunte queste parole esitanti: “La giuria desidera mettere in guardia dal ritenere che essa abbia voluto esprimere un’opinione sul merito dell’applicazione del processo di galvanostegia agli oggetti d’uso domestico. Desidera soltanto lodare l’applicazione artistica di questa scoperta, cui sola essa è incline a pensare che quella possa adattarsi. Al tempo stesso riconosce che l’applicazione dell’oro per mezzo di questo processo è un’invenzione altamente meritoria…”

L’ultima notifica in nostro possesso di un produttore che abbia lavorato ancora negli articoli placcati a fusione, si trova negli elenchi locali del 1852.

La ditta “Christofle” di Parigi, la cui attività si è notevolmente accresciuta nel corso dell’ultimo mezzo secolo, fu la prima ad applicare in Francia il processo della galvanostegia agli articoli ad usi domestici. Acquistò un brevetto per questo metodo dal chimico Ruoby nel 1840, e produsse anche grazie a royalty di proprietà dei Sigg. Elkington, i cui brevetti spirarono nel 1860. 67 Il Sig. Christofle ci fa sapere che la sua ditta dovette sostenere molte cause legali per difendere i diritti acquisiti, fatto che portò l’attività quasi sull’orlo del fallimento.

 

 

IL METODO DI PLACCATURA DELL’ARGENTO MEDIANTE GALVANOSTEGIA

 

Il processo di galvanostegia come compiuto oggi si svolge così:- Si utilizzano vaschette o tini in ferro lavorato, generalmente da 4 a 8 piedi di lunghezza, e rinforzati con cemento di Portland, per evitare i rischi di collegamenti incrociati e corto circuiti. La soluzione in questi tini è della massima importanza per l’operatore, ed è composta di cianuro di potassio sciolto in acqua distillata, e, per assicurare un deposito conveniente, dovrebbe contenere da 2 a 4 once d’argento a gallone. Per ottenere ciò è necessario sciogliere il peso richiesto con acido nitrico (diluito), quindi lavare accuratamente il nitrato d’argento che ne risulta, risciogliendolo in una potente soluzione di cianuro di potassio finché non sparisce tutto e la soluzione è perfettamente limpida. L’argento fino si deve usare solo per questo scopo come anche per la lamina e l’anodo, poiché la lega contenuta nell’argento standard rovinerebbe completamente il tino per la placcatura. La dinamo per la corrente dev’essere fabbricata apposta per la galvanostegia ed avere basso voltaggio, portando il polo positivo alla lamina d’argento e legando il polo negativo all’articolo da placcare. Per un buon deposito è essenziale che l’articolo sia perfettamente pulito, poiché la minima macchia di grasso, o persino un tocco col dito bagnato durante la preparazione, è sufficiente a far sì che sull’argento si formino bolle.

Per la detersione si utilizzano numerosi processi; il metodo più affidabile è quello consistente nell’immersione dell’articolo in una soluzione bollente di potassio caustico, cui segue il risciacquo con acquaforte prima della trasformazione in argento vivo, operazione quest’ultima realizzata per mezzo di una soluzione di mercurio. La quale ricopre la superficie di una sottile pellicola di color grigio bluastro e impedisce l’ossidazione. L’articolo è quindi rivestito di un sottile strato d’argento, lasciandolo sospeso in una soluzione d’argento ad un’asta in ottone collegata al polo negativo per alcuni secondi. Successivamente è spazzolato con una soluzione di malto su delle spazzole in filo metallico d’ottone fino, chiamate spazzole da graffiatura. Dopo un risciacquo in acqua pulita, l’articolo è pronto per il tino per la placcatura e viene sospeso nella soluzione ad un’asta in ottone, legato a dei fili metallici di rame. L’elettricità che passa attraverso la lastra d’argento conduce i cristalli più minuti attraverso la soluzione e li fa aderire saldamente all’oggetto.

La quantità di deposito di un articolo è regolata dal tempo in cui gli è consentito di rimanere nel tino. Un dispositivo meccanico fissato al telaio del tino mantiene tutto in leggero movimento avanti e indietro. Ciò impedisce alle linee di incidere sulla superficie depositata e facilita la velocità del deposito permettendo l’utilizzo di maggiore corrente. Servendo un deposito superspesso, l’articolo va estratto e spazzolato due o tre volte con la spazzola da graffiatura durante il processo. L’argento ha allora un aspetto bianco candido simile a porcellana, e quando si è depositato un peso sufficiente (che si accerta facilmente pesando l’articolo, prima e dopo la placcatura), si compie la lucidatura o mediante la spazzolatura con la spazzola da graffiatura, o trasferendo l’articolo in una normale soluzione per placcatura lucida con aggiunta di un po’ di bisolfato di carbonio, che conferisce all’argento un aspetto luminoso.

 

 

IL RISPARMIO DI LAVORO DERIVANTE DALL’INTRODUZIONE DELLA GALVANOSTEGIA

 

L’avvento del processo di galvanostegia non potrebbe essere accolto meglio nei reparti del mestiere, che in quello dei Produttori di Bits. La fabbricazione e la brasatura di piccoli manici per zuppiere, piedini per saliere, salsiere, calamai da scrittoio, capsule per giunzioni e scanalature per i piedini di waiters e vassoi, ecc. ecc., era un affare arduo in cui era difficile essere certi di risultati soddisfacenti. Mentre in precedenza queste aggiunte venivano stampate in due metà riempite di piombo, e brasate insieme con cura, ora potevano essere colate interamente in german silver, sottoposte a galvanostegia, e quindi assicurate ai vari articoli. Si è scoperto che agli albori della galvanostegia, questo metodo per produrre le parti più piccole fu sfruttato ben prima che i corpi degli articoli stessi fossero prodotti in german silver e sottoposti a quel processo. I rubinetti dei samovar, fonte inesauribile di problemi tanto per il produttore che per il cliente, che in passato erano stati stampati in due metà, furono tra i primissimi articoli più piccoli ad essere colati in german silver, sottoposti a galvanostegia, e successivamente saldati a stagno sui corpi in rame placcato a fusione. I problemi causati dalla perdita dei rubinetti dei samovar, dovuta sia alla difficoltà nell’incastrare adeguatamente i tappi sia alla dolcezza del rame, che faceva sì che i rubinetti si piegassero facilmente, erano di vecchia data. Per i collezionisti è spesso un dilemma il motivo per il quale così tanti samovar realizzati prima della scoperta e del german silver e del processo di galvanostegia possiedano questi rubinetti in metallo colato; il motivo è che il produttore consigliava la sostituzione di questi nuovi rubinetti ai vecchi esemplari ricavati da stampi, molto consunti e spesso riparati, che gli passavano tra le mani. A p.364 è fornita un’illustrazione di un grande samovar cesellato, su cui è fissato un esemplare tipico di questi rubinetti in metallo colato. Occasionalmente si scopre che i rubinetti sono stati prodotti in metallo colato e sottoposti a close-plating come nelle illustrazioni qui sotto.

Per una ragione o l’altra, è del tutto chiaro dai loro stili e forme che i grandi samovar furono fabbricati con corpi in rame placcato a fusione anche parecchio dopo che la maggior parte degli altri articoli era prodotta interamente in german silver, e sottoposta a galvanostegia.

La stessa osservazione vale pure per quanto riguarda i coperchi per piatti. A causa forse della sua durezza, gli operai impiegati nello sbalzo di questi articoli più grandi scoprirono di non poter lavorare il german silver con la stessa rapidità o con lo stesso successo delle lamine placcate sul rame.

 

 

PARTE VII

L’UBICAZIONE DELLA MANIFATTURA

 

LE NOTE SEDI PRODUTTIVE DELL’OLD SHEFFIELD PLATE

 

La correttezza tecnica e topografica della denominazione “Old Sheffield Plate” non può essere spiegata in modo sufficientemente chiaro. Per oltre 25 anni dalla scoperta del processo al di fuori di Sheffield non esistette alcuna fabbrica per la produzione di articoli placcati a fusione, eccetto quella condotta da Matthew Boulton Senior, di Birmingham, e si racconta che suo figlio in quel periodo fu per un certo tempo a Sheffield ad imparare il mestiere nei suoi vari rami, sotto la supervisione di uno dei nostri primissimi e più capaci produttori, l’ingegnoso Sig. Morton. 68 Della ditta di Boulton si può dire che durante il periodo di massima prosperità dell’industria, essa fosse alla pari con i suoi numerosi avversari di Sheffield. L’adattamento del nome “placcatore” e “placcatore francese” 69 nei vecchi elenchi e negli avvisi dei giornali era fuorviante, poiché includeva commissionari, dettaglianti, riparatori e coloro che fabbricavano bottoni, parti di lampade da carrello, accessori per finiture e simili articoli più piccoli, ottenuti soprattutto mediante close plating. Gli unici placcatori londinesi che si considerarono sufficientemente importanti da registrare i propri marchi all’Ufficio dell’Assaggio di Sheffield furono Stanley e Thomas Howard, ed il nome e l’insegna di questa ditta, registrati nel 1809, si possono incontrare frequentemente su coltelli e forchette da dessert ottenuti mediante close plating. I molti produttori di Birmingham che registrarono i propri marchi a Sheffield, erano quasi tutti close platers, e i loro nomi ed insegne possono trovarsi ancora molto spesso su tutti i tipi d’articoli ottenuti mediante close plating.

Il close plating sembra essere stato tutto d’un tratto quasi confinato alla regione di Birmingham, e le sue caratteristiche salienti erano l’esecuzione di placcature su articoli di dimensioni minori, le cui basi consistevano in acciaio o ferro (si veda p.6). Questi stabilimenti richiedevano un investimento in ferri del mestiere straordinariamente ridotto se confrontato alle industrie maggiori e più pesanti, note come fabbriche di Sheffield Plate. Le ricerche hanno dato come risultato costante la scoperta che i nomi spesso considerati propri di produttori londinesi di Sheffield Plate, rappresentano emigranti da Sheffield a Londra dell’ultima ora, o in qualità d’agenti o commercianti, o come lavoratori a cottimo, in un periodo in cui i negozianti più grandi necessitavano di riparazioni eseguite in base alle esigenze locali senza il ritardo e il costo del loro invio a Sheffield. Nessuno di questi, pertanto, si può descrivere correttamente come direttore di fabbrica nel significato dell’espressione comunemente accetto. Per fare un solo esempio, prendiamo un uomo descritto come “noto produttore londinese di nome Hattersley” (nome chiaramente originario di Sheffield, tra parentesi), di Bennett’s Place, in Betnal Green Road. E’ stato provato che egli fu uomo esperto, e che impiegava solamente due o tre operai. A Londra si stabilì appena nel 1830 (pressappoco negli ultimi giorni dell’industria), e fu impossibile seguirne i movimenti dopo il 1858. Possedeva una certa reputazione per la produzione di articoli della miglior qualità, esclusivamente in metallo, che acquistava dai laminatoi di Birmingham. Secondo i vecchi libri in possesso del Sig. W.A. Ellis (di Birmingham), fu soltanto tra il 1830 e il 1845 che Hattersley acquistò metalli placcati dalla sua azienda, e nello stesso periodo i Sigg. Garrard, di Londra, i noti argentieri, furono anch’essi clienti, acquistando il metallo placcato su un solo lato e su entrambi i lati del lingotto.70

 

 

LA PRODUZIONE D’ARTICOLI DI VASELLAME FUSO A NOTTINGHAM

 

In merito a ciò che è stato informalmente descritto come “Fabbriche” esistenti a Nottingham:-

Grazie all’aiuto del defunto Sig. Ellis lo scrittore ha rintracciato Thomas Oldham, di Nottingham, che produce ancora misure e boccali alla vecchia maniera (e di Silver plate fuso) ricavandoli a martellate dalle lastre sui tassetti, mestiere che oramai ha cent’anni di vita, e che egli ha compiuto di persona per quasi 50 anni. Oggigiorno la sua attività è apparentemente ben limitata alla soddisfazione delle richieste dei clienti locali. Egli afferma che l’attività era stata condotta in precedenza sotto il nome di Henry Askew (suo zio), e inoltre che, sebbene le misure prodotte mediante galvanostegia si possano vendere a meno della metà delle sue, per i suoi articoli vi è ancora una domanda notevole, giacché essi nell’uso regolare dureranno tre volte tanto quelli dei concorrenti, fabbricati in german silver e sottoposti a galvanostegia. Askew stesso fu apprendista in questo mestiere circa un secolo fa, e avviò l’attività per proprio conto a Nottingham nel 1828. Sfortunatamente Oldham non è in grado di affermare dove suo zio avesse appreso l’attività, per quanto ritenga probabilmente a Sheffield.

Un esame attento di questi boccali evidenzia come (sono privi dei supporti e delle prese d’argento) essi oggi siano fabbricati più spesso con supporti d’argento fuso in german silver, i quali sono assicurati ai manici e ai corpi in rame placcato a fusione, e trattati proprio secondo i metodi utilizzati dai vecchi produttori di Sheffield. Oldham e il nipote fabbricano questi boccali senza aiuti esterni, facendoli passare attraverso i vari stadi senza ricorrere ad ulteriori aiuti sotto forma di brunitori, lucidatori e finitori a mano. Producono inoltre riflettori per lampade da carrello, ma oggi sono assai poco richiesti. Oldham afferma che, al di fuori della sua piccola fabbrica a Nottingham, non ne è mai esistita altra che producesse vasellame, mentre il suo effettivo di lavoratori al completo non ha mai superato le due o tre unità, a farla lunga.71

Il defunto Sig. Ellis asseriva inoltre che la produzione di parti di lampade da carrello, bordature di carrelli, bottoni in placcato argento per le uniformi dell’esercito e le livree dei servi, ottenuti da lamina fusa, è ancora condotta in maniera estensiva in molte parti del paese, e la richiesta di queste categorie d’articoli ha in pratica impedito l’estinzione completa dell’antico processo. Tali attività non possono tuttavia, con la sola eccezione della manifattura di boccali placcati, essere collegate in alcun modo alla manifattura di hollow-ware a scopi decorativi e domestici così come la gente del mestiere la compiva in precedenza a Sheffield.

 

 

L’OLD SHEFFIELD PLATE IN IRLANDA

 

Distogliamo ora per un attimo la nostra attenzione da questo paese, e vediamo cosa si può ricostruire della produzione dell’Old Sheffield Plate reperibile oggi in Irlanda ed altrove.

Senza dubbio fino a pochissimo tempo fa il mercato migliore in cui ottenere dell’Old Sheffield Plate era Dublino, e il periodo della massima prosperità irlandese sembra sia stato contemporaneo al periodo di fioritura dell’industria; ma oggi, causa le preoccupazioni legate alle finanze e alle terre, molte delle famiglie più antiche si sono ridotte in condizioni assai misere e sono costrette a separarsi in larga misura dai loro articoli domestici.

Sembra che a Dublino sia stato venduto al dettaglio più Old Sheffield Plate che in qualunque altra città, eccetto Londra. Ogni produttore di una qualche importanza cercava un’opportunità per vendere in Irlanda i suoi articoli.

In molti casi le inserzioni pubblicitarie concernenti l’attività dei produttori di Sheffield, fornivano i nomi di agenzie che si trovavano soltanto a Londra e Dublino. La ditta al minuto di William Law, che occupava gli stessi locali dei Sigg. Hopkins, gioiellieri ed argentieri, di Sackville Street, a Dublino, è spesso confusa con la ditta di Sheffield Thomas Law & Co., con cui è improbabile vi sia mai stato un qualche collegamento. La ditta al minuto “Waterhouse & Co.”, di Dame Street a Dublino, era una propaggine delle varie aziende di produzione di Sheffield Plate appartenenti a Waterhouse, il quale l’abbandonò nei giorni del declino per emigrare a Dublino e condurre un’attività sostanzialmente di successo come gioielliere ed argentiere. Il Sig. S.S. Waterhouse, che avviò quest’attività, si recò a Dublino nel 1844; era uno dei Waterhouse di Birmingham, membri diversi della famiglia alla quale appartenevano produttori d’argenteria ed articoli placcati e a Sheffield e a Birmingham.

Veniamo ora alla manifattura in Irlanda di articoli placcati a fusione. Il Sig. Dudley Westropp, dell’Irish National Museum, ritiene che non sia esistita alcuna fabbrica, ma richiama l’attenzione sulla circostanza che, in relazione a quest’argomento, nel 1783 la Royal Dublin Society offrì un premio per la manifattura in Irlanda di articoli placcati per mezzo di rulli, insistendo sul fatto che si sarebbero potute risparmiare 40.000£ l’anno se quegli articoli fossero stati prodotti in Irlanda. Nel novembre dell’anno successivo John Lloyd, orafo di Harold’s Cross a Dublino, ricevette un premio di 22 scellini e 11 penny, con una percentuale del 6% sul valore degli articoli placcati da lui fabbricati. Questa sembra sia stata la sola risposta all’offerta, e costituisce l’unica prova certa di un tentativo di produrre articoli in vasellame fuso compiuto da Irlandesi.

Nei vecchi elenchi di Dublino dell’anno 1790 e seguenti sono citati dei “placcatori in argento”, e anche in quelli di Cork, ma le ricerche hanno finora mostrato trattarsi soltanto di fabbricatori di fibbie per cinture, accessori per finiture, bottoni per uniformi ed altre cose insignificanti, o più probabilmente ancora, di venditori al minuto di tali articoli.

Il Sig. Westropp fa notare che dopo aver cercato attentamente i documenti all’Ufficio dell’Assaggio di Dublino e negli avvisi dei giornali degli ultimi 150 anni, è arrivato alla conclusione che né i produttori in argento massiccio né i venditori al dettaglio di articoli d’argenteria e placcati restarono indietro nel loro tentativo di tenere il passo delle mode e dei progressi che nel periodo preso in esame venivano introdotti in Inghilterra di tanto in tanto. Si registrano visite periodiche dei Warden, della Corporazione degli Orafi di Dublino, a Londra e in altre città dell’Inghilterra alla ricerca di nuovi modelli. I giornali locali contenevano inserzioni pubblicitarie riguardanti il ritorno in patria di venditori al minuto importatori di merci che, essendo fatte secondo gli stili più recenti e in vasto assortimento, essi confidavano avrebbero incontrato il favore dei clienti.

Nel corso di queste visite gli argentieri di tanto in tanto si assicuravano anche i servigi dei migliori operai londinesi, e pubblicizzavano questo fatto, tentando perciò di accrescere l’importanza dei propri stabilimenti. E’ significativo che durante questo periodo non si faccia mai menzione dell’introduzione di operai esperti nella produzione d’articoli associati al processo della placcatura a fusione. Tali inserzioni pubblicitarie fanno sempre riferimento all’importazione di merci in placcato argento, e sono pressappoco sul genere di quelle qui riprodotte, tratte da vecchi giornali.

 

Faulkner’s Dublin Journal”, 22 maggio 1762:-

Henry Clements al suo negozio di giocattoli, in Crampton Court a Dublino, ha appena importato vasellame francese, e candelieri laccati, croci placcate di Sant’Andrea di buon gusto e color chiaro, ed anelli per i centritavola”.

E il 7 dicembre dello stesso anno:-

“Appena importati da Henry Clements i modelli più recenti di candelieri, supporti per piatti, ecc., placcati stile Sheffield, stile francese, e smaltati”.

Dublin Mercury”, 24 novembre 1768;-

Henry Sullivan, di Dublino, è appena ritornato dall’Inghilterra ed ha importato candelieri placcati dei migliori produttori, caffettiere, cucine, saliere, recipienti per smoccolature (ossia vassoi per smoccolatoi), oliere, sottobicchieri, morsi di briglia ed altri articoli placcati, cucine olandesi semplici con arredi placcati”.

Dublin Chronicle”, 4-6 ottobre 1770:-

“William Fuller, di Pill Lane a Dublino, appena tornato da Inghilterra e Olanda, tra le altre cose ha sottobottiglia placcati, di carta e di pelle, candelieri placcati, oliere, coppe, recipienti, casseruole, palette per pesce, croci per piatti, saliere, contenitori per burro, pinzette e pinze per zucchero, fibbie, scatolette, astucci per stuzzicadenti, etichette per bottiglie, astucci per bisturi e coltelli, rasoi, cesoie e bisturi di Sheffield”.

Il 5 dicembre 1785:-

“John Mc Clean segnala nel “Belfast Newsletter” che ha appena importato articoli placcati, croci ed anelli per piatti da centrotavola, ecc.”.

E il 12 agosto 1791:-

“John Knox, nello stesso giornale, fa sapere che ha appena importato da Sheffield e Birmingham vasellame ed articoli placcati, anelli per piatti, con e senza lampade, tea shells (probabilmente cucchiai per i barattoli da tè), ecc.”.

Dal “Cork Ibernian Chronicle”, 1786:-

“John Warner, orafo, di Cork, che è tornato da Londra ed ha portato un vasto assortimento dei seguenti articoli, orologi, catene dorate, speroni placcati di tutti i tipi, alcune paia di speroni da sportivo a placcatura doppia, coltelli di Read 72, forchette e rasoi, ecc., tutti i generi di Silver Plate prodotti a Londra e Dublino, “una nuova varietà di vasellame a placcatura doppia””.

E infine, per mostrare come i produttori di Sheffield avessero stabilito in seguito succursali e magazzini in Irlanda:-

The Star”, Dublino, 12 ottobre 1824-

“A seguito della morte di due dei partner della ditta dei Sigg. Roberts, Cadman & Co. di Sheffield, tutte le scorte di vasellame placcato, di loro esclusiva produzione, saranno vendute ai loro reparti merci, in Fleet Street 5, a Dublino. Negli ultimi 25 anni R.C. & Co. hanno alimentato il commercio in Irlanda, in precedenza per il tramite dei Sigg. Clarke & West, e in seguito grazie a R. Moore, il loro agente.

“Le scorte comprendono vassoi, coperchi brevettati, vassoi da zuppa, épergnes, piatti da inizio e fine pasto, da contorno, e simili, teiere e caffettiere, zuppiere e salsiere, porta liquori ed uova, oliere, secchi per ghiaccio, cestini per pane e da torta, candelieri e candelabri, salvers, ecc. ecc., e pure un servizio completo portatile di posate da cena e da tè”.

 

Qualora parlando dell’industria della placcatura siano citati operai importatori d’articoli in Irlanda, si tratta sempre del processo di close-plating.

Ma prima del premio summenzionato che era stato offerto per la produzione di vasellame nel 1783, gli argentieri locali avevano risentito degli effetti della vasta importazione di articoli placcati, e dai verbali datati 13 novembre 1773 deduciamo che fosse stata approvata una risoluzione domandante la revoca del diritto doganale sul Silver plate, sulla base dell’affermazione che la grande quantità di vasellame placcato importato andava a detrimento degli argentieri irlandesi. (Non vi è opinione concorde sul fatto che al Silver plate fosse applicato in Irlanda un diritto doganale di 6 penny per oncia sin dal 1730, e che la figura dell’Hibernia fosse stampata come marchio del diritto doganale; nel 1807 il diritto fu aumentato ad 1 scellino per oncia, e come marchio del diritto si stampò la testa del sovrano, conservando tuttavia il marchio Hibernia.)

I placcatori cui si fa riferimento negli elenchi erano senza dubbio close platers, venditori al minuto o fabbricatori di accessori per finiture, come suggerisce il Sig. Westropp, ma la produzione in questo paese di alcuni articoli come anelli irlandesi per piatti, partendo dalla laminatura di una lastra, non avrebbe presentato alcuna difficoltà per gli abili argentieri irlandesi. Sembra tuttavia un fatto quasi innegabile che in Irlanda la produzione di Sheffield Plate non si affermò mai come industria, e la stessa osservazione vale oggi per gli articoli ottenuti mediante galvanostegia. Vi sono prove inconfutabili di articoli non comuni prodotti nel passato in Old Sheffield Plate per il mercato irlandese che si trovano unicamente in Irlanda.

Il waiter illustrato presenta i segni di una cesellatura eseguita da un argentiere irlandese, sia per lo stile della decorazione, sia perché dopo aver affrontato il processo di cesellatura l’artigiano sembra abbia preferito non affrontare il rischio comportato dal delicato ma necessario processo di ulteriore flat-hammering dell’articolo. La coppetta a due manici evidenzia una cesellatura caratteristicamente irlandese. Gli articoli così modellati si trovano solo in Irlanda, benché in questo caso l’intera esecuzione possa essere attribuita a Sheffield.

Le ragioni per cui non vi sono prove a favore della teoria secondo cui in Irlanda si produsse del vasellame placcato a fusione, non vanno cercate lontano.

Diversamente dai Francesi, i produttori irlandesi, qualora avessero voluto stabilire un’industria per la produzione di articoli placcati, non avrebbero potuto sperare di ricevere alcun sostegno né dai premi reali né dai diritti doganali protezionistici; senza questi due fattori d’incoraggiamento sarebbe occorso moltissimo tempo per acquisire il livello di eccellenza nella fattura raggiunto dai produttori di Sheffield. Inoltre, il capitale d’investimento necessario in primo luogo per competere con le numerose fabbriche pienamente attrezzate già esistenti a Sheffield, sarebbe stato notevole. Inoltre si sarebbero dovute assolutamente affrontare spese consistenti per il taglio degli stampi, la laminatura e la fusione del metallo, l’attrezzatura del reparto stampi, e la fornitura d’innumerevoli utensili necessari all’esecuzione dei dettagli minori. Inoltre la traforatura e la punzonatura “al volo” delle macchine, i tassetti per la martellatura, gli accessori per il reparto placcatori di morsi di briglie, ecc. ecc., avrebbero comportato la raccolta del necessario alla produzione su vastissima scala, sufficiente a far vacillare anche i più intraprendenti sostenitori delle industrie inglesi nei giorni di massima prosperità. Neppure i produttori stranieri mai tentarono di produrre una gamma d’articoli paragonabili a quelli sfornati dalle fabbriche di Sheffield, né i loro operai furono sufficientemente abili da applicare tutti i metodi adottati dai produttori locali con successo. Ancora una volta, per quale motivo gli operai, tra cui i più bravi avevano sempre lavoro ben stipendiato per le mani, avrebbero dovuto lasciare la certezza costituita dal posto a Sheffield per un sostentamento problematico in Irlanda, ammesso che un’industria in quel paese si fosse stabilita? Una fabbrica del genere non sarebbe ovviamente stata in grado di competere nei prezzi con vecchie attività affermate.

Il Sig. L. A. West di Dublino, dopo aver studiato attentamente la questione, concorda con l’opinione secondo cui in Irlanda non si produsse Old Sheffield Plate. Dato che la ditta West & Son ha prodotto articoli d’argenteria e venduto al dettaglio, le sue osservazioni in relazione a quest’argomento sono assolutamente degne di nota. Se mai a Dublino fosse esistito qualcosa come una fabbrica per la placcatura, i libri della sua ditta avrebbero senza dubbio rivelato questo fatto, quand’invece palesano una fiducia totale nelle note ditte di Sheffield per la soddisfazione delle loro esigenze. Sarebbe difficile ottenere una prova più convincente di questa per confutare la supposizione che in Irlanda fosse stata seriamente intrapresa la produzione di Old Sheffield Plate.

Per dare un’idea del volume della domanda in Inghilterra per quanto concerne gli articoli Old Sheffield Plate, ecco aggiunta una lista, ricavata dai libri mastri della Watson & Bradbury, di varie persone che a Dublino, tra il 1795 e il 1813, commerciarono in questi articoli. Il valore delle merci che i venditori al dettaglio acquistarono in quel periodo da quest’unica ditta, ammontava complessivamente a 60.613£, 15 scellini e 1 penny. Una percentuale, pur esigua, degli articoli consisteva ovviamente in merci d’argento massiccio.

Per farsi un’idea dell’enorme quantità di articoli placcati che devono essere stati spediti a Dublino in quell’epoca, si deve tenere a mente che la ditta citata era solo una tra circa 20 altre che producevano Sheffield Plate, presumibilmente alla ricerca di un mercato in quella regione per i loro prodotti. Grande com’era il loro commercio in Irlanda, è estremamente probabile che in quel paese i Sigg. Daniel Holy, Wilkinson & Co. avessero una clientela molto maggiore. Ancor oggi il numero d’articoli Old Sheffield Plate prodotti tra il 1784 e il 1804 che recano il loro marchio e si possono trovare nei negozi d’antiquariato di Dublino, supera nettamente quello degli articoli recanti i marchi d’altri produttori o che possono essere attribuiti con certezza a qualunque altra ditta di produzione (si veda p.433).

In merito ai quantitativi di Old Sheffield Plate che si potevano trovare in Irlanda alcuni anni fa, era solito sentirsi chiedere subito, ”Da dove arriva tutto ciò?” Dopo aver esaminato queste voci ci si potrebbe arrischiare a domandare, “Dov’è andato a finire ?”

 

 

L’OLD SHEFFIELD PLATE IN SCOZIA

 

Queste osservazioni sulla produzione di vasellame Old Sheffield Plate potrebbero, con minime modifiche, valere pure per Edinburgo e Glasgow. Per quanto riguarda il volume di vendite in Scozia fino alla fine dell’industria, i libri della ditta cui s’è fatto riferimento in precedenza mostrano che a nord del Tweed fino al termine dell’industria il commercio era andato crescendo, ed è assai improbabile che a livello locale sia esistito in generale altro all’infuori di un piccolissimo stabilimento per la riparazione e la vendita al minuto. Il valore delle merci vendute in Scozia dalla Watson & Bradbury tra gli anni 1795 e 1812 ammontava a 17.631£, periodo in cui i maggiori acquirenti ad Edinburgo furono i Sigg. Morton & Milroy, gioiellieri, in North Bridge Street 35, e a Glasgow, Robert Gray. Non si è stati in grado di ricostruire alcun rapporto su ampia scala con i fabbri, e di sicuro in Scozia non è mai esistito alcun laminatoio rotante, altrimenti sarebbe diventato noto prima d’allora. Gli argentieri locali, pertanto, qui come a Londra, dovettero sopportare l’invasione del loro mercato da parte degli Old Sheffield platers. D’altro canto il pubblico scozzese salutava con favore l’importazione d’articoli il cui aspetto artistico, non meno del risparmio consentito dal loro utilizzo, faceva appello sia al suo buon gusto, che alla sua ben nota e consueta parsimonia.

Il Sig. Andrew Sharp, di Edinburgo, ha cortesemente fornito i seguenti particolari. Le informazioni del Sig. Sharp sono preziose, sia in ragione del suo interesse nei riguardi dell’argomento, sia per il fatto che nel corso dei 30 anni d’esperienza nel mestiere, egli ha colto numerose opportunità per registrare dettagli che riguardano esemplari interessanti passatigli tra le mani, sia in argento antico che in Old Sheffield Plate:-

 

“Esiste una supposizione completamente fuorviante secondo la quale, tra le sue varie industrie, Edinburgo fosse anche il centro di un gruppo di produttori dediti alla produzione di Sheffield Plate. E’ vero che in quella città per due o tre secoli orafi, argentieri ed orologiai avevano costituito altrettante professioni forti e solide, essendo produttori di vasellame la cui eccellenza è attualmente riconosciuta dai conoscitori e da altre persone. Considerando la relativa convenienza dello Sheffield Plate e la sua superiorità nell’aspetto rispetto agli utensili in peltro (di cui sono state prodotte notevoli quantità nelle botteghe dei martellatori o dei lattonieri), l’adozione della nuova invenzione da parte di padroni ansiosi di tenere insieme gli operai e gli affari sarebbe stata naturale. Ma dopo lunghe indagini non si è riusciti ad ottenere alcuna prova del fatto che ad Edinburgo si sia prodotto Sheffield Plate. E’ possibile che un pezzo isolato possa essere stato prodotto di tanto in tanto, ma mancano totalmente le prove di una qualsiasi produzione generale e sistematica da parte di operai qualificati. L’indagine è stata condotta tra i più vecchi operai della città le cui esperienze coprono un periodo che va da 50 a 60 anni, e, mai fosse esistita l’industria, essi avrebbero dovuto sentir parlare dei produttori ed aver visto degli utensili e stampi, forse addirittura saputo di alcuni pezzi rimasti tra le giacenze degli argentieri della città. Questi vecchi operai tuttavia concorrono tutti ad affermare che, per quel che ne sanno, non hanno mai sentito di una produzione locale di Sheffield Plate né ne hanno visto, tranne che nei casi in cui era stato portato nelle officine per delle riparazioni. Nei vecchi elenchi della città si possono trovare nomi di uomini descritti come “platers”, un’attività portata avanti in relazione a quella dei costruttori di carrozze, dei fabbricatori di finimenti e dei negozianti in ferramenta. Le loro produzioni consistevano solitamente in oggetti di ferro ottenuti mediante close-plating e utilizzati nella fabbricazione di finimenti, nella costruzione di carrozze e articoli forniti ad altre attività. Essi non disponevano né degli operai né degli utensili per produrre Sheffield Plate anche se vi fosse stata la clientela. Una vecchia ed interessante copia dell’Edinburg Courant, nella prima parte del XIX sec., contiene un’inserzione pubblicitaria che informa il pubblico del fatto che uno dei partner di una ditta famosa, ora non più attiva, era appena tornato da Sheffield con una fornitura degli articoli placcati più fini, il che mostra chiaramente come delle volte fosse necessario far visita alla sede di produzione di questi beni, che evidentemente a livello locale non si producevano”. Il Sig. Sharp prosegue affermando:-

“Un esperto di Edinburgo, nei cui confronti sono in debito per le indagini qui citate, mi fa sapere che dopo un’esperienza di molti anni nel commercio dell’Old Sheffield Plate, egli non ha né visto né sentito parlare di un pezzo che possa riconoscersi come prodotto ad Edinburgo, o comunque di fabbricazione scozzese”.

Dai giornali di Sheffield del 27 e 30 ottobre 1821, veniamo a sapere che “L’Associazione Burns ha fatto dono alla vedova del poeta Burns” di un paio di candelieri d’argento, oltre che di smoccolatoi e di un vassoio del modello più recente e della migliore fattura, prodotti dalla Watson & Bradbury, in Mulberry Street”. L’iscrizione (incisa dal Sig. Tompkin) suona, “Dono di alcuni Scozzesi di Sheffield alla vedova Burns”.

E’ passato per la tempestosa notte della vita,

Luce del nord brillante, tremolante,

Negli anni a venire splende da lontano,

Stella polare fissa, destabilizzante”.– J. M. 73

Un giornale menziona il nome della Watson, Pass & Co. come produttrice del vassoio da smoccolatoio.

 

Sarebbe interessante sapere se questi articoli esistono ancora.

 

 

L’OLD SHEFFIELD PLATE IN AMERICA

 

Non vi è dubbio che in America debba ancora esistere una certa quantità di Old Sheffield Plate puro, poiché dal 1795 al 1831 il commercio d’esportazione da Sheffield fu notevole e costante. I libri mastri della T. Bradbury & Sons mostrano che il Sig. George H. Newbould (il loro agente in America) vendette nel solo anno 1826 merci per un valore di 4.671£, 7 scellini e 5 penny; nel 1828 e 1829, 6000£; e nel 1830, 2.058£, 9 scellini e 7 penny. Attorno a quella data questo commercio d’esportazione in America di fatto cessò, anche se ancora nel 1831 sia la ditta Taylor & Brown di Baltimore, che quella di William Antony Rasch a New Orleans, continuavano ad acquistare alcuni articoli Old Sheffield Plate.

Esiste ancora un diario scritto dal nonno dell’autore, che racconta i suoi viaggi d’affari in Canada ed America circa un secolo fa. Il candeliere qui illustrato è un duplicato di uno in Old Sheffield Plate che un americano riportò a Sheffield circa 15 anni fa, per farne fare una riproduzione. Questi affermò che la sua famiglia, che in origine l’aveva acquistato in America l’aveva conservato con cura. La data di produzione si colloca tra il 1770 e il 1880.

Il volume degli affari realizzati con l’America dalla ditta Watson & Bradbury, e i nomi dei clienti in città diverse tra il 1795 e il 1825 sono sufficientemente interessanti. Nei libri della ditta vi è una posta contabile di 13£, 3 scellini e 6 penny, ancora aperta, che risale al 1815, a debito del Sig. Thomas Willets Junior, di New York. In una lettera indirizzata a Sheffield il 30 settembre 1816, il Sig. Newbould, l’agente, scrive: “Non lo vedo da molto tempo, e “m’immagino” che abbia lasciato New York”. In questo caso si deve naturalmente supporre che il Sig. Willets avesse lasciato la città “per sempre”.

 

L’Old Sheffield Plate non sembra abbia trovato a suo tempo un mercato ampio in Canada.


Il commercio con le Indie Occidentali fu però importante, considerate le dimensioni ridotte del paese, come i seguenti estratti proveranno:

 

Il Sig. E. Holbrook, di New York, che ha acquistato di recente la collezione Wolsey di Old Sheffield Plate, ha cortesemente fornito le seguenti informazioni riguardo a questa lista di clienti americani:-

 

“Indubbiamente B. & P. Cooper e Jerh. Cooper furono i fondatori della ditta nota in seguito come Copper, Fellows & Co.; anche Fellows & Read appartenevano a quella ditta e alla più tarda Read, Taylor & Co. Entrambe queste ditte erano attive 25 o 30 anni fa, ma ora sono totalmente fuori del commercio.

“Nella lista è però menzionata una ditta, la Erastus Barton & Co., alla quale furono venduti articoli nel 1821, che sarebbe di notevole interesse qualora si trattasse dei fondatori della ditta oggi conosciuta come Black, Starr & Frost. Alla Erastus Barton & Co. succedette Frederic Marquand, quindi la Marquand & Barton, poi la Marquand & Bros., la Marquand & Co., cui successe a sua volta nel 1839 la Ball, Tompkins & Black, quindi la Ball, Black & Co., nel 1851, e infine la Black, Starr & Frost, che esiste ancor oggi e commercia nella 39ª Strada e nella Fifth Avenue, ed è una delle ditte più importanti del settore.

Devo però rilevare che la maggior parte delle ditte non esiste più, e di alcune di queste oggigiorno non ci si ricorda quasi più”.

 

 

L’OLD SHEFFIELD PLATE SUL CONTINENTE – L’IMPORTAZIONE IN INGHILTERRA, E LA PRODUZIONE ALL’ESTERO

 

Nelle varie città europee si possono trovare numerosi esemplari di vasellame placcato Old Sheffield, di cui molti sono originari dell’Inghilterra.

La teiera qui illustrata fu acquistata dall’autore a Roma nel 1896, nel negozio di un commerciante. Successivamente è stata identificata come originaria di Sheffield, derivante da un duplicato in argento acquistato a Liverpool, prodotto dalla N. Smith & Co. di Sheffield, che reca come lettera dataria l’anno 1808. Il recipiente per il tè raffigurato appartiene al Sig. Alfermann di Berlino, e fu notato dall’autore in occasione di una visita a casa di quegli nel 1907. Il proprietario l’aveva comprato in quella città alcuni anni prima, in saldo per 50 marchi. E’ perfettamente conservato, e costituisce un bell’esemplare del modello a montatura pesante con foglie di quercia e conchiglie che andava per la maggiore nella prima parte del XIX sec. Si potrebbero fornire altre illustrazioni di vari pezzi acquistati dallo scrittore ad Amburgo, in Olanda e Belgio, e in altre zone del continente. I vecchi libri mastri della Watson & Bradbury indicano che durante gli anni 1790-1815, fu portato avanti con le città del continente un ampio commercio d’esportazione, e le merci furono spedite via nave ad Amburgo, Amsterdam, Anversa, Altona e Lubecca. Alcune delle spedizioni più importanti verso queste differenti città sono qui riportate in dettaglio. Questo commercio con il continente cessò entro il 1825.

 

 

 

 

Il recipiente per il tè illustrato è uno dei primissimi disegni in Sheffield Plate, del 1762 circa. Se ne possono ancora trovare molte varietà. A causa della loro estrema leggerezza – data dall’assenza di shield e supporti in argento – come anche della forma non proprio inglese, sono spesso descritti come di fabbricazione estera; non è così però, poiché su altri esemplari di questo periodo prodotti a Sheffield si sono trovati spesso duplicati dei rubinetti, delle manopole e dei supporti. In Inghilterra, difficilmente si troveranno oggi articoli di vasellame fuso di fabbricazione estera anteriore al 1800. Finora un esame attento di questi recipienti non è riuscito a rivelarvi la presenza di una sola iniziale di produttori, com’è consuetudine con gli articoli placcati contemporanei più piccoli. E’ pertanto difficile affermare con precisione a quali produttori possiamo attribuirli.74

L’importazione in Gran Bretagna di vasellame ottenuto da una lamina di rame fuso non fece registrare progressi fino al 1820, data a partire dalla quale fino al termine dell’industria, in questo paese dev’essersi fatto spazio un numero piuttosto consistente di articoli di provenienza francese. Questi sono tuttavia quasi tutti fabbricati con metallo placcato piuttosto scarsamente. Solo in alcuni casi lo scrittore ha trovato degli articoli forniti di bordi d’argento filettati, e non ha trovato mai un articolo con un silver shield intarsiato. Presumibilmente i produttori stranieri non erano sufficientemente competenti per intraprendere questa piccola ma delicatissima operazione. I prezzi degli articoli destinati alla vendita in questo paese devono essere stati assai bassi e più convenienti, rispetto a qualsiasi prodotto inglese reperibile. Il calibro del metallo placcato usato dai Francesi era di solito molto più sottile di quello comunemente usato in Inghilterra. Anche il rame è di un colore più rosso, risultante dalla minor quantità di lega presente.

Degli esemplari di fabbricazione estera oggi esistenti in Inghilterra, la maggior parte si può identificare come d’importazione francese; il nome che vi ricorre più di frequente è quello di Balaine. Di Balaine stesso si racconta che morì tra il 1860 e il 1870. Si sa che l’attività della sua ditta era in corso nel 1810. I Sigg. Boulenger & Cie., operanti dal 1810, furono anch’essi, quasi un secolo fa, grandi produttori parigini di articoli Old Sheffield Plate. Realizzarono un ampio commercio d’esportazione nel mondo, utilizzando come marchio [marchio] [marchio].

Per quanto concerne gli altri produttori stranieri i cui articoli sono arrivati fino in Inghilterra, non si può attribuire loro se non poca importanza. Ci si è imbattuti nel nome Rosenstrauch su di un grande vassoio placcato a fusione illustrato qui sotto, e pure su altri articoli, compreso un cestino da torta rettangolare e liscio, dalla montatura decorata a gadrooning, dorato internamente – indubbiamente fabbricato all’estero – accanto ad un’Aquila, ma questo marchio è talmente confuso che non è stato possibile dire a quale nazionalità appartenga, anche se molto probabilmente è austriaco o tedesco.

Sono qui riprodotti due marchi russi piuttosto interessanti. Il primo è preso da un vassoio di 22” con manici, dallo stampo liscio e modellato e dal supporto filettato, il nome del cui produttore [nome] tradotto significa “Petz”, probabilmente un tedesco, mentre la lettera stampata sul corpo dell’Aquila indica che questo produttore era un mandatario imperiale presso l’Imperatore Nicola I di Russia. Il vassoio deve pertanto essere stato realizzato tra il 1825 e il 1855, il periodo in cui regnò lo Zar Nicola I.

Il marchio successivo è preso da un samovar russo. La riga superiore indica un’abbreviazione della città “San Pietroburgo”. La seconda riga è un’abbreviazione che significa “Silver plate store” (magazzino o negozio?). La terza fornisce il nome del fabbricatore, che se pronunciato in Inglese suonerebbe come l’espressione della parola “Charkoff”. [righe] 75

 

 

LA PRODUZIONE DELLO SHEFFIELD PLATE IN FRANCIA

 

L’autore è in debito nei riguardi del Sig. Pinton, della ditta dei Sigg. Ch. Boulenger & Cie., di Parigi, per averlo aiutato molto nel compilare le seguenti interessanti informazioni sul soggetto del vasellame placcato in Francia.

Gli orafi e gli argentieri del XVII e XIX sec. possedevano delle licenze governative, e vivevano sempre al Louvre. Gli articoli che producevano erano attraverso i vari stadi di manifattura l’esito di una manipolazione individuale, così come per gli orafi e gli argentieri inglesi di quel periodo. Non esistevano fabbriche per la produzione d’articoli d’argenteria come le concepiamo oggi (in ogni caso non nel XVII e nella prima parte del XIX sec.).

Il privilegio della Licenza Governativa fu abolito a Parigi all’inizio del XIX sec., e il maggiore respiro dato in quell’occasione al commercio degli argentieri favorì l’apertura di fabbriche d’articoli placcati da parte di Boulenger, Balaine e alcuni altri. La maggior parte di queste ditte non ebbe tuttavia lunga vita. Analogamente alle fabbriche locali di Sheffield, con l’eccezione della ditta di Boulenger, cessarono l’attività all’introduzione del processo di galvanostegia, poco dopo il 1840.

Un processo di placcatura dei metalli più vili con argento sembra sia d’origine francese, e fu scoperto in Francia all’inizio del XVIII sec., periodo in cui il Reggente di Francia deteneva una partecipazione di maggioranza nella sua produzione. Questo processo, descritto a p.96, divenne noto in Inghilterra con il nome di “placcatura francese”. Il metodo usato dai placcatori di Sheffield dell’ultima ora, per quanto simile, era una forma alquanto avanzata di quest’invenzione di origine francese.

Quanto agli usi cui i Francesi applicarono l’invenzione di Boulsover, non si può ricostruire nulla di certo fino al 1770. In quell’anno a Parigi fu stabilita un’industria presso l’Hotel de la Fère, in Rue Beaubourg al Marais, che successivamente fu trasferita al Quartiere Pont aux Choux, in Rue Popincourt, per la produzione di recipienti d’argento placcato, sotto patrocinio reale. Quest’attività fu in origine condotta da un certo Degournay, ingegnere del Re, e continuò ad essere portata avanti con successo fino a che il processo della placcatura a fusione fu soppiantato verso la metà del XIX sec dal metodo di galvanostegia, di fresca invenzione.

Lo stabilimento di questa fabbrica a Parigi allarmò a tal punto i produttori d’articoli in argento massiccio del tempo, che nel 1772 questi indirizzarono una nota di protesta al Duca di Vrillière contro l’introduzione a Parigi della manifattura di questa classe di prodotti. Questa nuova industria era tuttavia destinata a ricevere un ulteriore patrocinio da parte del re. L’argento massiccio molto costoso allora in voga era troppo caro per le classi medie francesi, e Luigi XVI, personalmente incline per disposizione mentale alla meccanica (dedicò i momenti liberi a padroneggiare le complessità del mestiere di fabbro), era ansioso di soddisfare i loro bisogni con una forma più economica di vasellame per l’uso da tavola. Egli decise pertanto di finanziare una fabbrica di sua proprietà, e a tempo debito fece erigere uno stabilimento per la placcatura all’Hotel Pomponne, in Rue de la Verrerie. Questo stabilimento fu amministrato da Marie Joseph Tugot e dal genero del re, Jacques Dauny. La ditta fiorì a tal punto che Luigi XVI concesse loro di chiamare il vasellame “di manifattura reale”. La Corporazione degli Orafi, d’altro canto, invidiosa del successo di questa ditta, esercitò la propria influenza presso la “Court des Monnaies” per tentare di limitare la misura dei privilegi concessi a quelli. Ciò sortì però l’effetto contrario, poiché grazie all’influenza del Re, alla ditta fu concesso “con lettere brevettate datate 17 marzo 1787” il permesso di dorare e placcare l’ottone ed altri tipi di vasi adatti nell’uso come utensili da tavola.76

A Parigi si possono ancora vedere, presso il Museo delle Arti Decorative, alcuni esemplari degli articoli prodotti da questa fabbrica. Tra gli altri possiamo menzionare una zuppiera molto carina, dal corpo a forma di flauto (appartenuta in passato al Sig. Alfred Darcel, ex-direttore del Cluny Museum).

Fu soprattutto grazie all’iniziativa e alla grande abilità dei Sigg. Tugot e Daumy che i cittadini parigini delle classi medie poterono, già nel 1787, esporre sulle loro tavole articoli di vasellame placcato il cui disegno artistico era di produzione locale. Prima di questa data possiamo supporre che quasi tutti gli articoli di vasellame fuso in Francia fossero stati prodotti a Sheffield.

Oggigiorno in Inghilterra si possono incontrare così tanti articoli antichi placcati a fusione di produzione estera, che si è ritenuto opportuno illustrarne una selezione piuttosto varia. Il collezionista può pertanto abituarsi più rapidamente alle forme e agli stili che andavano per la maggiore tra i produttori stranieri. La maggioranza dei prodotti francesi reca i nomi di Balaine, Durand, Gandais e Levrat, che tra i produttori francesi erano quelli più illustri. L’esecuzione di Levrat è forse la migliore. Di tanto in tanto s’incontrano degli articoli di sua fabbricazione con vistosi supporti e bordi d’argento, il cui confronto – tralasciando l’assenza su questi dei silver shieldrubbed-in” – con la produzione artigianale di Sheffield del tardo periodo va sicuramente a loro favore. I cimieri sembrano essere stati stampati separatamente in argento fino, quindi limati e saldati sugli articoli. Il vasellame fuso prodotto in Francia si riconosce subito dai marchi che vi si trovano sopra sempre.

Il nome del produttore era normalmente inciso, come anche il suo marchio, le iniziali o un'altra insegna. La marchiatura in Francia di qualsiasi articolo placcato con argento era obbligatoria, ed essi dovevano recare o la parola doublé [marchio] o plaqué [marchio]. I produttori erano inoltre obbligati a stampare sugli articoli placcati lo spessore dell’argento, ad es. [stampi] (E, M & EM sono abbreviazioni di Dixième). I marchi indicano che ad un lingotto di rame dal peso di 9 o 19 Kg. era stato applicato 1 kg. d’argento. [marchio] e [marchio] indicano le peggiori qualità di placcatura, ossia un deposito di 1 kg. d’argento per 29 o 39 kg. di rame. Oggi in Francia, sebbene i produttori d’articoli placcati non siano più obbligati dalla legge ad indicare sugli articoli la quantità d’argento depositato, si è ancora legati a quest’abitudine.

In alcuni casi si troveranno le parole garniture argent [marchio], il che indica che agli articoli recanti queste parole sono stati assicurati dei bordi d’argento (riempiti di lega per saldatura).

 

 

PARTE VIII

CONSIGLIO AI COLLEZIONISTI – DISEGNATORI

 

COME GIUDICARE L’OLD SHEFFIELD PLATE

 

Una delle principali difficoltà cui far fronte nel giudicare l’Old Sheffield Plate, è che prima o dopo molti articoli sono stati riplaccati e hanno cambiato colore, tornando pertanto ad avere un aspetto molto simile a quello originale. Quei pezzi che al tempo della diffusione della galvanostegia erano ricoperti di stagno sulla parte posteriore e mostravano i minimi segni della presenza del rame, erano solitamente spediti per essere sottoposti al nuovo processo di rinnovamento, e quando gli articoli non sono stati rovinati in realtà da questo restauro, è assai difficile dire se siano stati fabbricati prima o dopo l’invenzione della placcatura su entrambi i lati del lingotto. L’ultima decisione in merito all’età e al valore intrinseco deve dipendere, sostanzialmente, dai test sul colore, dalla trama, dall’aspetto, oppure in una qualche misura dallo stile del periodo cui un articolo dev’essere appartenuto.77

Uomini esperti, abituati a trattare tutte le varietà d’articoli placcati, sono di solito in grado di riconoscere l’Old Sheffield Plate quasi ad un’occhiata o al tocco. Il vasellame placcato a fusione è più robusto di quello prodotto con il processo di galvanostegia per tre ragioni. Il primo è l’effetto della lega; il secondo, la laminatura e la martellatura cui è stato sottoposto; e il terzo è che il processo di galvanostegia sembra avere un effetto addolcente sul metallo di base. Vi è inoltre una differenza nel colore. L’argento puro è sempre bianco, mentre l’argento comune utilizzato nell’antico processo ha una piccola aggiunta di colore bluastro a causa della lega.

 

 

LE RIPRODUZIONI O “FALSI”

 

Affrontando la questione delle riproduzioni di Old Sheffield e dell’enorme quantità di siffatti articoli immessi oggi nel mercato, dal punto di vista dell’acquirente la questione è assolutamente semplice. Il dettagliante ha senza dubbio comprato questi articoli da fabbriche che producono merci del genere, ubicate a Londra, Birmingham o in Europa. Si può qui affermare che la tentazione offerta dalla grandissima domanda di pezzi falsi di Old Sheffield Plate non ha finora portato allo stabilimento a Sheffield di una fabbrica per la galvanostegia su rame. I collezionisti comprino pure gli articoli che scelgono a condizione che, se questi si rivelano delle riproduzioni, il venditore acconsenta a riprenderseli, e rifondi la somma dell’acquisto. Se il venditore rispondesse in modo evasivo alla domanda postagli dall’aspirante acquirente circa l’autenticità dell’articolo in discussione, si farebbe bene a rinunciare subito all’acquisto. Nel caso però in cui il collezionista si fidasse delle proprie conoscenze e volesse confrontarsi in intelligenza ed esperienza con il commerciante, dovrebbe dare solo a se stesso la colpa qualora nell’affare fosse truffato, e dovrebbe trarre profitto dall’esperienza senza lamentarsi. Supponiamo che egli sia entrato nel negozio con l’idea di acquistare qualcosa ad un prezzo inferiore al suo valore; se constata che l’affare va in maniera opposta e tenta allora di rifiutarlo, si sta certamente comportando in maniera sleale, a meno che non si sia preparato a risarcire il commerciante per qualsiasi errore che vada a sfavore di quest’ultimo. Nell’acquistare oggetti d’antiquariato il principiante dovrebbe sempre tenere a mente il motto “caveat emptor”.

Un aspirante acquirente di Old Sheffield Plate farebbe bene, qualora fosse tentato di arricchire la sua collezione d’esemplari, a farsi guidare dal seguente consiglio:-

Evitare articoli di dimensione media o grande che non hanno indicato un silver shield per l’incisione, tranne che egli sia sufficientemente esperto di periodi ed esecuzione per riconoscerli come anteriori al 1789. Evitare inoltre quegli articoli i cui supporti e bordi sono fatti di rame, e risultanti da adattamenti di disegni del periodo in cui era in voga la montatura in argento.

Astenersi assolutamente dall’acquisto di qualsiasi articolo di fattura approssimativa o altrimenti di cattiva fabbricazione, montatura e finitura, o che abbia un aspetto opaco sospetto, tipo carbonella, sui lati inferiori. Infine, più d’ogni altra cosa, evitare tutti gli esemplari imperfetti e quelli che rivelano dettagli mal definiti nell’esecuzione dello stampaggio dei supporti e dei bordi. Oggi i riproduttori di Old Sheffield Plate nel taglio degli stampi di solito impiegano lavoratori non qualificati.

 

 

COME DISTINGUERE LE RIPRODUZIONI

 

Le riproduzioni si possono dividere approssimativamente in varie classi. La prima comprende quelle prodotte a Sheffield interamente al vecchio modo, da vasellame fuso con shield e supporti d’argento, e con bordi filettati d’argento. La spesa nella produzione di questi articoli è così grande che si devono vendere all’incirca allo stesso prezzo degli articoli d’antiquariato, e naturalmente essi sono privi di quella ricchezza nell’aspetto, data dall’età, che è la miglior garanzia dell’antichità di un articolo. La seconda categoria di riproduzioni comprende quelle prodotte a Birmingham, selezionate e riesumate da disegni e stampi ancora esistenti, che furono modellati quando l’attività in quella città era entrata nella fase decadente, intorno agli anni 1820-1830. Essi recano normalmente dei supporti dai connotati vistosi o abbastanza vistosi e, per un vero collezionista d’arte, sono privi d’attrattiva nelle loro forme grottesche – in particolare quando si trovano sotto forma di grandi vassoi, candelieri e candelabri. I candelieri presentano di solito delle colonnine male assortite e sproporzionate, basi e stemmi e supporti con vistose decorazioni a foglia d’acanto ed altri modelli (i dettagli hanno una cattiva definizione), saldati sopra come decorazione e ricavati di tanto in tanto da stampi d’argento fino. Depositati poi nel tino per la galvanostegia interi, ricevono una forma finale opaca senza essere bruniti, per aumentare la rassomiglianza all’Old Sheffield Plate.

Prendiamo adesso le riproduzioni fabbricate a Londra. Sono più difficili da riconoscere, giacché sono state sottoposte a galvanostegia totale e gli si è dato infine un colore scuro semi-ossidato senza brunirle, mentre sulle basi il rame è esposto alla vista in certi punti. Alcune sono modellate secondo disegni del primissimo periodo – candelieri, teiere, calamai da scrittoio e salvers, ecc. Essendo degli adattamenti da un periodo precedente l’invenzione del filo metallico placcato e l’introduzione dei bordi e dei supporti d’argento filettati, traggono in inganno più facilmente. L’acquirente dovrebbe tuttavia guardare molto attentamente e provare a scovare con una lente d’ingrandimento ogni buchetto che la superficie possa palesare. I buchetti sono sempre associati al processo di colatura, metodo assolutamente estraneo alla produzione dell’Old Sheffield Plate. I produttori di Old Sheffield Plate non vi fecero mai ricorso tranne che negli stadi iniziali della produzione del lingotto, prima d’intraprendere il processo di placcatura.

Gli articoli stranieri riprodotti oggi ad imitazione dell’Old Sheffield Plate, sono soprattutto supporti per bottiglie traforati e decorati, barattoli comuni per il tè e per vari altri articoli di piccole dimensioni, tutti prodotti mediante galvanostegia, la cui offerta aumenta d’anno in anno. Molto di recente, sono state offerte in vendita nel paese alcune partite di merci che hanno fili d’argento saldati a stagno su corpi in rame argentati elettroliticamente. Questi articoli avevano le parole “BORDI D’ARGENTO” stampati sui bizzles dei coperchi, come avviene di tanto in tanto per gli antichi esemplari autentici, e trovano un mercato molto ricettivo tra i cosiddetti negozi di rarità in piccole città del paese fuori mano. Quando si sottopongono pezzi del genere ad un esame attento, vi sono sempre piccoli dettagli che fanno sorgere dei sospetti. I lati sono irregolari poiché non sono stati sottoposti correttamente a flat-hammering, mentre il rame sulle basi è nudo, segni chiarissimi che gli articoli sono stati sottoposti al processo di “antiquing”. L’assenza completa di finitura originale ha lasciato la superficie in condizioni irregolari, i corpi degli articoli, nel caso dei barattoli per il tè e di mercanzie simili, sono irregolari a loro volta, e le manopole e i piedini non sono stati scelti con il giusto riguardo al periodo cui essi dovrebbero appartenere.

I cestini da dessert e da dolce costruiti in filo metallico, in tutti i loro vari stili, sono oggetti popolari di riproduzione, e sono prodotti a carrettate da tutti i produttori che copiano i disegni degli articoli placcati Old Sheffield. Anche in questo campo i produttori non sono esperti abbastanza da produrre i diversi tipi di fili metallici modellati che si trovano sui vecchi modelli placcati, né le delicatissime varietà di montature, tanto comuni che decorate a gadrooning. I pezzi non sono saldati insieme così accuratamente, e tutti gli articoli, sottoposti ad un attento esame, recano prove inconfutabili dell’uso della lima nella loro produzione.

Gli articoli appartenenti a ciò che si può correttamente descrivere come il periodo di transizione nell’Old Sheffield Plate, furono realizzati tra il 1830 e il 1840, quando il german silver sostituì gradualmente il rame come metallo di base per il vasellame fuso, e il processo di galvanostegia non era stato ancora scoperto. Questi pezzi hanno spesso messo in imbarazzo i collezionisti, poiché possiedono tutti gli attributi degli articoli placcati a fusione, compresi i bordi e i supporti d’argento, ecc. Il metallo di base più comunemente usato intorno al 1837 era descritto nei cataloghi come argentone. Il costume di aggiungere dei supporti d’argento fino rimase in vigore fino al 1862.

Tutte le categorie di riproduzioni, eccetto quelle prodotte interamente secondo la vecchia procedura, presentano un aspetto davvero poco attraente, dopo esser state sottoposte per un certo tempo a consumo giornaliero. Ciò si deve principalmente all’omissione del processo di brunitura. La quale, benché essenziale alla finitura completa di un articolo placcato di buona fabbricazione, è evitata con cura in tutte le riproduzioni di Old Sheffield Plate poiché conferisce un aspetto rivelatore del loro carattere di riproduzioni.

Sono qui illustrati tre esemplari che si possono descrivere appropriatamente come “Falsi”.

Un test abbastanza efficace dell’autenticità degli articoli placcati antichi che hanno dei cardini, consiste nell’esame attento degli accessori delle giunture. A meno che essi non siano stati sottoposti a riparazioni successive, si dovrà notare un allentamento di vecchia data, conseguenza dell’utilizzo continuo di tali articoli.

Infine, è qui fornito un test che se eseguito con attenzione è una guida abbastanza sicura alla (non) autenticità dell’Old Sheffield Plate. Come summenzionato, la ricopertura d’argento fusa sulle lastre di rame consisteva in uno standard fisso di 925/1000 d’argento per 75/1000 di lega di rame. Nel caso della sedimentazione elettrolitica l’argento è sempre puro. Si applichi all’articolo da testare dell’acido nitrico mescolato un po’ con acqua pura, usando giudizio nel non lasciar su l’acido troppo a lungo così da farlo penetrare nel metallo di base. Basterà un attimo per far sciogliere un po’ l’argento sulla superficie. Si metta la parte distillata in un bicchiere di vino e si aggiungano alcune gocce d’ammoniaca. In caso di colore blu vivo della mescola, saremo in presenza di argento comune o allegato (mescolato con rame). In caso di colore chiaro, si può esser certi che l’argento è puro e pertanto depositato per mezzo del processo di galvanostegia.

L’autore, quando di recente ha cercato esemplari Old Sheffield Plate in uno dei più grandi negozi di rarità di questo paese, ha scoperto un solo articolo assolutamente autentico tra centinaia di riproduzioni. Il proprietario si è giustificato asserendo non essere riuscito a far pagare al pubblico il valore o prezzo di mercato dei pezzi autentici. Tutti i clienti sembravano cercare affari.

Forse a questo punto è bene ricordare ai collezionisti di Old Sheffield Plate che non devono farsi scoraggiare senza ragione dall’insuccesso nella corretta valutazione degli esemplari scelti; tenere a mente gli errori del passato è la miglior tutela dal loro ripetersi. Per il principiante il miglior consiglio è:- comprare da un’azienda degna di stima e pagare il prezzo di mercato.

 

 

SUL RESTAURO

 

Nei casi in cui il piombo appaia chiaramente attraverso i supporti, è sciocco far ricorso alla galvanostegia. Molto meglio lasciar proprio perdere. Il restauro riuscito di un articolo alquanto danneggiato del periodo delle montature in argento pesante, richiede un trattamento particolarmente attento. Il rattoppo, l’unione e la saldatura debbono eseguirsi con autentica abilità se si vuole che il restauro non si noti; ma spesso si rileva che più l’articolo appare brillante dopo esser stato restaurato, più il proprietario è soddisfatto che il suo valore sia stato debitamente ripristinato. Quando occorrono pezzettini di nuovi supporti per waiter, prese per mostardiere, manicotti per teiere molto consumate, cardini per barattoli per il tè, manopole e manici per vari articoli di piccole dimensioni e piedini per saliere, ecc., si raccomanda caldamente l’utilizzo di argento comune. Nel consumarsi assume presto lo stesso colore dell’articolo cui è saldato.

Le riparazioni più penose nell’Old Sheffield Plate in cui s’imbattono gli operai, sono senza dubbio quelle delle teiere. La teiera di famiglia, intorno alla quale si raccolgono i primissimi ricordi della nostra infanzia, affascina chiunque, e nessuno si sognerebbe di sostituire con un nuovo articolo quest’amata reliquia dei tempi che furono, finché conterrà il tè. A dimostrazione di ciò, si può portare l’esempio di una signora che ha minacciato in concreto un’azione legale contro un gioielliere che accusa di aver sostituito con un nuovo manico di materiale diverso quello di legno di una teiera che gli aveva mandato da far riparare, dichiarando che il manico originale era fatto di una sostanza simile eppure diversa.

La difficoltà nel restaurare le teiere sta nel fatto che il tannino, dopo un po’ di tempo, sembra agire sulle giunture saldate del recipiente, e non appena si ripara una crepa il calore prodotto dalla saldatura ne crea una nuova. Di rado la quantità di tempo spesa nel restauro di una teiera Old Sheffield può soddisfare il proprietario, visti gli scarsi risultati apprezzabili ad occhio.

Di norma, il vasellame antico può restaurarsi opportunamente rattoppando e sostituendo parzialmente o interamente i vecchi supporti con dei nuovi in alcuni punti, sebbene in molti casi, quand’è eseguito come si deve, il costo del lavoro richiesto è quasi pari a quello della produzione originale. Non si deve tuttavia rimanere delusi, se in un primo momento l’articolo ha un aspetto abbastanza nuovo; è inevitabile, dato che un pezzo che è stato usato costantemente per molti anni dev’essere immerso in potenti soluzioni per eliminare lo sporco accumulato. Si noterà che i pezzi di Sheffield Plate più antichi sono quelli manipolati più facilmente, a causa dell’assenza delle bordature in argento fino e dei supporti ottenuti a stampo e riempiti d’argento.

Vi sono alcuni pezzi del primo periodo, specialmente bricchi e caffettiere, che si possono riplaccare con profitto. In molti casi, benché abbiano perso l’argento, grazie alla loro forza e robustezza sono ancora solidissimi nel corpo e conservano le loro forme ben fatte nonostante siano stati alquanto sbattuti. Dopo aver riparato i cardini, attaccato nuove manopole e manici appropriati, assicurato i piedini, e infine ricoperto di stagno gli interni e placcato gli esterni (dopo aver per prima cosa rimosso con cura le ammaccature), si può regalare loro ancora una volta una nuova prospettiva di vita. Dopo alcuni anni di utilizzo costante sarebbe difficile che un collezionista non possedesse l’esperienza pratica per dire a che livello (se mai ve n’è) di restauro si sono sottoposti questi articoli.

E’ qui fornita un’illustrazione del consumo di un paio di candelieri in Old Sheffield Plate, fabbricati a Birmingham circa 85 anni fa, e di un basso livello qualitativo di placcatura. Non si riesce a vedere una sola particella d’argento né sul fogliame decorativo in piombo, né sui supporti del beccuccio, né sulle colonnine e sulle basi di rame, sebbene sfortunatamente l’illustrazione non mostri molto chiaramente questi difetti. Il modello è una produzione economica tipica di Birmingham del periodo decadente.

Nello stesso periodo in cui si produsse l’Old Sheffield Plate, i ramai e gli stagnai di Sheffield fabbricarono una grandissima quantità di recipienti di rame per il tè, sia grandi che piccoli. Alcune volte questi recipienti recano un silver shield marchiato, inchiodato o saldato sui corpi, e la lettera dataria fissa l’anno esatto in cui furono prodotti. Essi, essendo stati sottoposti a galvanostegia in tempi recenti, hanno ingannato non poco il pubblico a causa della loro rassomiglianza nello stile e nella forma ai recipienti Old Sheffield. Possono essere facilmente riconosciuti, di norma, per il fatto di avere i piedi, i manici ed altre parti, inchiodati insieme piuttosto che saldati, e inoltre dall’assenza dei supporti d’argento. Alcuni di questi recipienti di rame per il tè hanno impressi marchi come: “Garanzia della miglior produzione di Londra”. E’ qui fornita l’illustrazione di uno di questi, copiato in origine da un modello Old Sheffield del 1815 circa, e con tutta probabilità argentato elettroliticamente circa un secolo più tardi.

 

 

IL METODO DI COMMERCIO IN ARGENTERIA ANTICA E OLD SHEFFIELD PLATE

 

Al commercio in argenteria antica è legato una vecchia consuetudine, cui fortunatamente l’Old Sheffield Plate resta estraneo, ossia il metodo di vendere i vari articoli a peso. Per quale motivo si debba ancora restare legati alla vendita all’oncia del Silver Plate da antiquariato, è un mistero. E’ un residuato dei tempi in cui l’argenteria, scartata o venduta, andava a finire nel crogiolo, e oggi si potrebbe proprio abbandonarlo. Non vi è alcun valido motivo per il quale una scodella per il porridge Regina Anna, o un barattolo per il tè in argento, fabbricati dall’illustre argentiere Paul Lamerie, non debbano vendersi come articoli allo stesso modo che un pezzo di porcellana fine o una sedia di Chippendale. Il valore effettivo del solo metallo non potrebbe mai essere preso in considerazione quando l’argento antico vale, mettiamo, dalle 10 alle 15£ l’oncia, e il suo valore da fuso non supera di molto lo scellino e 6 penny l’oncia. Nei casi in cui sono messe all’asta porcellane fini di valore e di antichi maestri, per la sensibilità degli astanti sarebbe uno shock non indifferente sentir chiedere al banditore che “la licitazione cominci a tanto l’oncia o la libbra”. I materiali stessi sono di scarso o nessun valore, non diversamente che nel caso dell’argenteria molto antica. Una lunga esposizione all’atmosfera le ha conferito una rigidità che toglie molto al suo valore intrinseco come bene da fondere, e la quantità d’argento contenuta in un articolo come, mettiamo, una saliera a tre piani del periodo elisabettiano, un boccale Carlo I o un cestino da torta del primo periodo georgiano, diminuisce ulteriormente il valore di fusione realizzabile ad un livello assai basso. Come per l’argenteria antica, così per la moderna. Un vero esperto non si fa mai guidare dalla quantità di metallo contenuto in un articolo, quand’è tentato di arricchire i suoi tesori artistici.

Molto di recente, nel riferire i valori di vendita di alcuni lotti di Old Sheffield Plate, è stato riferito che un set di salsiere e coperchi era stato venduto all’asta per un valore pari a 13 scellini e 6 penny l’oncia nel caso di vendita a peso (come sarebbe avvenuto se fossero stati d’argento). Ma perché fare un paragone del genere? Di sicuro nell’ambito del commercio in pezzi antichi questo metodo di vendita all’oncia dell’argento è ridicolo ed irritante, e la sua abolizione oggi sarebbe accolta favorevolmente tanto dai banditori che dai venditori che dal pubblico. Inoltre abbiamo il principiante che di tanto in tanto compare nella sala d’aste ed acquista, nonostante una forte opposizione, un pezzo d’argento antico per, mettiamo, 25 scellini, come lui o lei crede, non immaginandosi neppure lontanamente che quello stesso articolo viene alienato all’oncia e che quando sarà presentata la fattura, scoprirà che il costo è forse dieci volte superiore a quell’importo. Dalla fattura non si scampa, poiché le condizioni di vendita sono state, come afferma il banditore, “pienamente pubblicizzate”.

 

 

I VALORI DELL’OLD SHEFFIELD PLATE NELLE SALE ESPOSIZIONE E VENDITA

 

Il valore dell’Old Sheffield Plate varia secondo la condizione e la qualità degli esemplari, e la differenza tra il più basso e il più alto è notevole. Gli articoli di cui si sono prodotti solo alcuni esemplari sono molto richiesti, mentre alcuni di quelli che s’incontrano più di frequente possono essere venduti abbastanza a buon mercato. Gli articoli che possono essere destinati all’uso quotidiano domestico sono generalmente molto richiesti, ma i pezzi in cattive condizioni di qualsiasi periodo non lo sono. I pezzi ben conservati del primo periodo fruttano normalmente i prezzi migliori, e alcuni degli articoli che non sono più usati sono molto pregiati. Molto dipende dalle condizioni della placcatura. Gli esemplari in buone condizioni del periodo tardo a montatura pesante, di buona produzione e dalle decorazioni vistose, sono anch’essi assai popolari. Il grosso di quanto esiste ancora reca i segni di un trattamento noncurante, e sono rari gli esemplari in cui l’argento non si sia staccato dai bordi affilati ed aggettanti. Negli ultimi tempi è stata aggiudicata nelle sale d’asta una notevole quantità di Old Sheffield Plate. Alcuni particolari ricavati dagli atti di queste aste saranno utili nella stima del valore del vasellame. I prezzi sono tuttavia saliti da quando sono state raccolte le informazioni, sebbene attualmente il valore di alcuni articoli sia leggermente inferiore.

Le zuppiere e i coperchi a forma di zuppiera in miniatura sono molto richiesti, e hanno fruttato dalle 5 alle 15£ il paio. I piatti da prima portata fruttano buoni incassi, ad es. set di quattro vengono venduti dalle 16 alle 50£, il paio dalle 5 alle 25£, mentre quasi qualsiasi prezzo può essere pagato per set completi di scaldapiatto, in bello stile e buone condizioni, con i pesanti supporti intatti. I copripiatto non sono molto richiesti; molti sono stati venduti ad un prezzo inferiore a quello del costo per il produttore, dalle 9 alle 14£ per set di cinque, benché ultimamente il loro valore sia cresciuto. Vi è una certa richiesta di piatti da verdure e da colazione, set di quattro hanno fruttato dalle 12 alle 29£, il paio dalle 4£ e 10 scellini alle 8£. Set di 24 piatti da zuppa hanno fruttato dalle 13 alle 16£. I vassoi e i waiters furono prodotti in grande quantità sia in modelli comuni e decorativi, e una loro notevole quantità è in buone condizioni. Sono richiesti a prezzi elevati. Per un bel vassoio da tè di 24” di lunghezza, con fogliame decorato a gadrooning e bordo a conchiglie, si è arrivati a pagare fino a 40£.

Altri documenti di vendita di vassoi indicano:- vassoio da 30”, con centro cesellato e bordo a volute, 15£; waiter da 24”, liscio, con bordo decorato a conchiglie e volute, 21£; waiter circolare inciso, 22” di diametro, con bordo a gadrooning, 18£; waiter liscio da 22”, con bordo decorato a festoni, 16£; tray rettangolare, 25” di lunghezza, con centro cesellato e bordo decorato a serti di vite, 20£; altri salvers e waiters dalle 2 alle 16£, a seconda delle dimensioni e condizioni. Ultimamente gli épergnes sono stati molto richiesti. Esemplari in perfette condizioni della varietà in filo metallico e a decorazioni pesanti hanno fruttato dalle 30 alle 40£.

Quanto segue sono altre registrazioni di vendite all’asta:- Piatti da cacciagione e coperchi dalle 5 alle 15£; cestini da torta e pane, dalle 3 alle 15£; refrigeratori per vino e secchi per ghiaccio con rivestimenti non saldati, fino a 25£ il paio, e finissimi esemplari fino a 50£ il paio; teiere (abbondanti), dalle 2 alle 5£; samovar, dalle 3 alle 20£; caffettiere, dalle 2 alle 5£; servizi da tè e caffè, dalle 5 alle 20£; smoccolatoi e vassoi, da 1 a 3£; reggimoccoli, da 1£ a 2£ e 15 scellini. Poiché le candele erano il mezzo d’illuminazione principale ai tempi dell’Old Sheffield Plate, candelieri e candelabri furono prodotti in gran quantità e ancor oggi abbondano.

I candelieri a base ovale e quadrata fruttano importi più elevati di quelli a base rotonda. Le registrazioni di vendita danno i seguenti risultati:- Candelieri da camera, da 17 scellini e 80 penny a 80 scellini il paio; candelabri, set di tre, dalle 12 alle 30£; il paio, dalle 12 alle 20£, mentre esemplari extra fini e di grandi dimensioni hanno di tanto in tanto fruttato fino a 50£ il paio; candelieri da tavola, set di quattro, dalle 2 alle 21£; il paio, da 30 scellini a 8£. Gli esemplari più antichi di candelieri a base quadrata del periodo migliore, dal 1770, in buone condizioni, hanno fatto incassare dalle 10 alle 12£ il paio. Per dei supporti di piccole caraffe con basi lignee sono pagati prezzi notevoli. I lati di alcune di queste sono decorati in pressoché ogni maniera immaginabile, e la versatilità nel disegno sia dei supporti che dei corpi, è assolutamente straordinaria. Non sono molto popolari i cestini da torta, eccetto il caso di traforatura o decorazione fine in alto rilievo. Le oliere e le liquoriere non sono molto richieste, ma le piccole oliere del periodo Adam sono molto ricercate. Gli anelli per piatti traforati ben conservati fruttano un prezzo enorme in confronto al loro costo originale, essendosi recentemente pagate dalle 20 alle 30£ per degli esemplari in perfette condizioni. Le saliere traforate, le mostardiere e i cestini per zucchero perfettamente conservati sono ultimamente molto saliti di prezzo. Il loro valore oggi si può approssimativamente stimare come circa metà di quello degli esemplari d’argento contemporanei.

 

 

DATE APPROSSIMATIVE DI VARI ARTICOLI PRODOTTI IN OLD SHEFFIELD PLATE E MEDIANTE GALVANOSTEGIA

 

Per i primi sette anni dalla scoperta del processo (1743), vi furono pochi tentativi di innovazione. In un primo tempo si produssero bottoni, quindi tabacchiere ed altri articoli di scarso valore. Dal 1750 al 1760 si possono rintracciare molte copie, eseguite con abilità, dei modelli in argento allora in voga, come caffettiere, bricchi, salvers e candelieri. 78 Pochissimi di questi esemplari recano tracce della fattura di ottonai, stagnai e ramai, i cui servigi, c’è motivo di credere, furono assicurati nei primi tempi dell’industria. Fino al 1760 non venne introdotto alcun disegno originale; da quella data fino al 1770 furono realizzati un gran numero di candelieri, e l’ispirazione derivò soprattutto dai cinque ordini architettonici. Dal 1770 al 1785 per i candelieri furono adattati su vasta scala i modelli Adam e Flaxman, e probabilmente, prima o dopo, non si sono mai eseguiti disegni più raffinati, né nel vasellame placcato né nell’argenteria. In un primo tempo le nuove forme furono congiunte o inframmezzate ai cinque ordini, ma alla lunga furono realizzati dei disegni nettamente originali e particolari. Questi sin da allora sono stati associati all’attività di produzione dei candelieri a Sheffield. Nel 1770 il processo di trafilatura e incisione fu introdotto su ampia scala in modo assolutamente originale 79, e in forme diverse esiste ancora. Dal 1785 nell’originalità dei disegni fu compiuto un progresso complessivo notevole; erano stati introdotti i bordi d’argento e presto fece seguito l’incisione a taglio lucido. Furono fabbricate teiere con supporti da abbinarvi, con strisce incise. Si è scoperto che le teiere con i piedini a forma sferica furono introdotte appena nel 1800, o in argento o in Old Sheffield Plate; dopo l’introduzione dei piedini a forma sferica, i supporti sulle teiere progressivamente scomparvero, poiché i piedini agivano da isolanti. I salvers e i vassoi senza manici furono copiati dall’argenteria del tempo, e tutti quanti erano incisi finemente e a placcatura pesante, solitamente su un solo lato del lingotto. Dal 1790 al 1800 abbiamo l’introduzione della forma ovale nella quasi totalità degli articoli prodotti sia in Silver Plate, che in argento. I candelieri e i candelabri telescopici furono brevettati per la prima volta da Eckhardt e Morton nel 1797, e da Samuel Roberts nel 1798. Si dovrebbe menzionare l’introduzione, dal 1790 al 1800, di modelli a filo metallico interlacciato di zuccheriere, piatti da frutta e cestini da torta, sia con che senza manici, simili per costruzione ad alcuni esemplari portati recentemente alla luce alla Cutlers’Hall, di proprietà della Corporazione dei Coltellinai di Sheffield. 80 Essi sono stati con tutta probabilità prodotti o dalla Samuel Kirkby & Co., o dalla Richard Morton & Co.

Questi articoli sono tra i più ricercati dagli esperti. Essi segnano un’originalità nel disegno creativo quasi interamente esclusivo dello Sheffield Plate e dell’industria dell’argento di Sheffield di quel periodo, sebbene sia degno di nota il fatto che nello stesso periodo Wegwood e altri ceramisti eseguissero disegni assai simili in vasellame color crema.

Dal 1805 al 1815 furono frammezzati ai gadroons come forma di supporto conchiglie, delfini e foglie di quercia, ecc. Dal 1815 al 1825 furoreggiarono i disegni che introducevano variazioni di questi bordi decorati a gadroon e conchiglie; seguirono poi degli adattamenti di frutta e fiori, bouquet, foglie e grappoli di vite, ecc., e in quel periodo i refrigeratori per vino, i vassoi e gli épergnes erano montati in alto rilievo in maniera assolutamente straordinaria. 81 Dal 1830 al 1840 le decorazioni pesanti cominciarono a cedere il passo a dei supporti ad arabeschi e volute allungate, che, con l’aggiunta saltuaria di una foglia o di un fiore a mo’ d’estremità, alla fine sostituirono tutte le altre forme di decorazione vistosa. Queste erano le mode in voga al tempo dell’introduzione generale del processo di galvanostegia sul german silver intorno agli anni 1845-50. Esse lasciarono rapidamente il posto a una categoria di articoli completamente diversa. Nacquero allora varietà straordinarie di épergnes, con palme, piante tropicali, ecc., sotto le quali riposavano bestiame, uccelli, cammelli e cavalieri arabi, e i servizi da tè e caffè furono acquistati dal pubblico entusiasta quando li vedeva carichi di una cesellatura pesante o un’incisione intricata, mentre i vassoi erano prodotti in modo da abbinarsi ad entrambi gli stili. Questi disegni, fatte salve poche modifiche, rimasero popolari fino all’anno del giubileo, il 1887. Da allora si è affermato un gusto più artistico e attualmente non vi sono segni di un ritorno all’antica.

 

 

I DISEGNATORI E LA LORO INFLUENZA NEI DISEGNI DELL’OLD SHEFFIELD PLATE

 

Se si potesse immaginare che un uomo qualunque abbia disegnato anche la metà sola dei candelieri illustrati in questo volume, il suo nome sarebbe stato tramandato ai posteri assieme a quelli di Adam, Chippendale, Flaxman, Lamerie, ecc., ma il commercio dell’Old Sheffield Plate ha abbracciato nei suoi 100 anni d’esistenza un numero enorme di stili diversi, sbalorditivi nelle loro varietà e ramificazioni. Da qui l’impossibilità di una suddivisione accurata in periodi con date fissate chiaramente com’è possibile nel caso dell’argenteria antica. I collezionisti di Old Sheffield Plate nel fissare le date possono farsi guidare maggiormente da progressi successivi e distinti nell’esecuzione piuttosto che dalla rassomiglianza con i disegni dei periodi che gli articoli stessi suggeriscono. Fu richiesto l’aiuto di Sir Francis Chantrey per disegnare le figure degli épergnes e dei candelabri intercambiabili illustrati alle pp. 240 e 241, all’inizio del XIX sec., per la Gainsford & Nicholson. Nel 1822 la Roberts & Cadman produsse un épergne con un supporto a figura femminile, illustrato a p.294. Intorno al 1825, a seguito della scoperta del metodo introdotto allora per farla finita con i bordi d’argento trafilati, s’instaurò la moda della riproduzione dei disegni rococò in argento così popolari tra gli anni 1750-1765 (si veda l’illustrazione delle salsiere, a p.85, e della zuppiera al centro di p.330).

 

 

I DISEGNI DI PAUL LAMERIE

 

Si possono incontrare begli esemplari di cestini da torta traforati, prodotti in Old Sheffield Plate intorno al 1765, copiati in parte dai disegni in argenteria realizzati da Paul Lamerie 25 anni prima circa; ma sebbene il loro stile decorativo generale sia ben conservato per quanto riguarda i manici e i supporti, tuttavia la traforatura, a causa del diverso modo di produzione, non è così ben delineata né così libera come nel caso degli originali d’argento. Sono stati trovati articoli d’argento traforati risalenti al periodo di Carlo I, nella fattispecie piattini.

Paul Lamerie può essere annoverato come argentiere allo stesso modo in cui Chippendale lo è come ebanista, Adam come architetto, o Wegwood come ceramista, tale fu l’originalità dei suoi modelli e la brillantezza esecutiva degli oggetti lavorati. Non sorprende pertanto che i placcatori di Sheffield abbiano tratto grande ispirazione dal suo lavoro manuale, ed è estremamente interessante ricostruire gli effetti della sua influenza sulle creazioni dei produttori di Old Sheffield, lungo le numerose variazioni nel disegno e nella lavorazione che interessarono l’industria.

Non disponendo della data precisa, in generale si può dire soltanto che Paul Lamerie nacque prima dell’ascesa al trono di Guglielmo e Maria. Lo troviamo registrato come argentiere alla London Goldsmiths’Hall nel 1712. La sua carriera come argentiere raggiunse l’apice durante il regno di Giorgio II; ebbe fine pressappoco nello stesso periodo di quella di Chippendale, nel 1751. Alcune delle sue produzioni più tarde recano il marchio di quell’anno. Chippendale trasse una qualche ispirazione da Paul Lamerie? Di certo nessuna credenza o tavola si armonizzerebbe meglio con le produzioni di Lamerie di quelle di Chippendale, e in ciò si potrebbero trovare molti spunti di riflessione. In ogni caso, se Paul Lamerie non fu il primo argentiere ad introdurre la traforatura dell’argenteria su vasta scala, di sicuro fu lui a portare questi disegni traforati ad un livello di perfezione notevole.

Ai placcatori di Sheffield deve tuttavia essere dato il merito della grande originalità nella produzione delle loro forme di oggetti lavorati traforati (forse basati sui disegni di Lamerie) e inoltre dell’uso fatto degli stampi d’acciaio per realizzare progressi nel disegno strutturale generale.

Un tempo, nel periodo Adam, dev’essersi utilizzato il libro di Sir William Hamilton sulle figure classiche dell’Antichità, che aveva fornito molta ispirazione ai ceramisti più importanti del tardo XVIII sec. Indubbiamente, dal 1800 in poi, Sheffield fece nascere e instaurò la moda di uno stile di montatura diverso rispetto agli stereotipati gadroons, festoni, nervature e modanature a S, che erano state utilizzati costantemente a scopi decorativi nei 100 anni precedenti. Nel vasellame fu introdotto allora un maggior numero di motivi floreali, e gli argentieri di Londra di quel tempo furono costretti a seguire questi capricci delle case di Sheffield. In quel periodo inoltre, i ceramisti della regione dello Staffordshire e i produttori di porcellane fini adottarono in generale quegli stili a loro volta, mentre i disegni di alcune delle porcellane fini prodotte dalle locali officine di Rockingham, sembrano in molti casi essere state copiate in massa dagli articoli Old Sheffield modello gadroon e conchiglia (una montatura combinata) ed altri, creati tra il 1815 e il 1830.

E’ piuttosto curioso il fatto che il produttore di Sheffield Plate nello studio dei suoi disegni non abbia mai preso nota, se non superficialmente, del periodo “Regina Anna”. Si trovano pochissimi articoli in Old Sheffield Plate aventi più di una vaga rassomiglianza alle forme esagonali, ottagonali, pentagonali ed altre più comuni, delle produzioni degli argentieri di quel periodo. Di tanto in tanto s’incontra un’insolita scodella per il porridge o qualcosa del genere in Old Sheffield Plate 82, e alcuni boccali o calici con i lati diritti, ma gli originali in argento di cui essi sono copie furono prodotti molto tempo dopo la morte della regina, come anche mentre era in vita. Delle miriadi di boccali d’argento piatti in cima, prodotti durante il regno della Regina Anna, non si è trovata una sola replica autentica in Old Sheffield Plate. Di norma si noterà che i vecchi produttori, con l’aiuto dei loro stampi d’acciaio, prediligevano negli adattamenti lo studio di un esemplare antico nella sua varietà più decorativa, poiché ciò consentiva un raggio d’azione più ampio ai loro montatori, ottonai, addetti alla traforatura e costruttori di stampi, tutti altamente specializzati.

Tra i numerosi articoli copiati da produzioni in argento, i placcatori di Sheffield non sembrano aver riprodotto i grandi Monteith in argento e le altre coppe nettamente prevalenti nel XVI e XVII sec. Un’attenta ricerca tra le serie di cataloghi Old Sheffield Plate non è riuscita a portare alla luce altro se non la grossa coppa generalmente comune e dal disegno ovale, di forma piuttosto bassa, intorno alla quale sono stati smerlati i bordi per contenere i bicchieri di vino in posizione rovescia, come qui raffigurato.

La maggior parte dei primi candelieri se d’argento recano lo stampo dei punzoni di Winter, Law, Tudor & Leader e Fenton. Questi furono ottenuti dagli stessi stampi di quelli usati per lo Sheffield Plate, tranne che nel caso della produzione per il mercato londinese, dove di solito recano il marchio di qualche argentiere di Londra. I collezionisti d’argenteria antica dovrebbero notare che per quanto questi candelieri da 12” coniati da stampi siano molto ricercati dagli esperti in qualità di esemplari londinesi, poiché recano il marchio di Londra, in quel periodo, 1765-1850, non vi era nella metropoli una sola ditta attiva di produttori di candelieri “coniati da stampi”, essendo questo un ramo dell’industria che persino oggigiorno resta quasi interamente esclusivo di Sheffield. Per provare quest’affermazione è qui illustrato un paio di candelieri d’argento modello Adam, ricavati entrambi dagli stessi stampi: un candeliere è marchiato con il punzone di J. Parson di Sheffield, 1786; l’altro presenta segni di un’evidente, prima o dopo, marchiatura successiva da parte di “Richard Carter, Danl. Smith e Robert Sharp”, di Londra, nel 1778. I candelieri d’argento colati e cesellati di produzione londinese qui illustrati, dell’anno 1765, alti 13,25”, con le colonnine fuori misura rispetto alle dimensioni della base, non reggono minimamente il confronto con i fini esemplari prodotti a Sheffield da Winter intorno alla stessa data.

 

 

L’INFLUENZA DI CHIPPENDALE SUL DISEGNO

 

In merito ai numerosi disegni originali nei refrigeratori per vino, si deve concludere che l’imponente collezione del Vaticano a Roma di vasi finemente cesellati ne fu la più fruttuosa fonte d’origine; mentre per quanto concerne gli antichi vassoi ed épergnes a montatura pesante, questi provano in maniera piuttosto netta la loro natura di copie di lavori a mano eseguiti da Chippendale. Com’è noto, questi fu un valente intagliatore e, quando ne aveva la possibilità, e il modello era suscettibile di un simile trattamento, preferiva caricare il suo lavoro delle pesanti decorazioni stile rococò. Il produttore di Sheffield Plate disegnava i suoi refrigeratori per il vino, i vassoi e i samovar, in accordo con le credenze su cui essi dovevano stare 83, e a Chippendale è attribuito il merito di aver prestato ai produttori di Sheffield Plate il suo genio per il disegno in altre forme pratiche, sebbene attente ricerche non abbiano finora portato alla luce alcun’informazione certa su quest’interessante argomento. La carriera di Chippendale stava volgendo alla fine nel periodo in cui lo Sheffield Plate cominciò a farsi strada. La sua data di nascita e di morte sono avvolte nel mistero ancor oggi. Tutto ciò che sappiamo di certo su di lui riguarda la pubblicazione del suo libro di disegni, che ha avuto tre edizioni, l’ultima delle quali nel 1762. Alcuni degli articoli datano 1753 e 1759. Ebbe un figlio, Thomas Chippendale come lui di nome, che gli succedette nell’attività. Il piede a forma d’artiglio e sfera così massicciamente usato dagli argentieri e dai produttori di vasellame fu un adattamento dei disegni di Thomas Chippendale; ma per provare l’oscurità dell’origine di quest’attraente pezzo decorativo, basti dire che Chippendale lo prese dal disegnatore francese, che l’aveva copiato dagli Olandesi, che si dice l’avessero introdotto dalla Cina, dov’era stato in uso per quasi 2000 anni.

Forse il revival degli ultimi tempi dell’interesse per l’opera di Chippendale è in qualche misura stimolato dal mistero associato all’inizio e alla fine della sua carriera. In tutti i negozi d’antiquariato in cui entriamo, nel nord, nel sud, nell’est o nell’ovest del paese, veniamo a sapere che quasi tutto è “Chippendale”, il suo disegno, stile o periodo; e se non riusciamo a mostrarci entusiasti per gli articoli così descrittici, il commerciante è colto da una felice ispirazione, e tenta le magiche parole “Regina Anna”. Di certo, se questi due distinti personaggi potessero essere consci di ciò che è attualmente attribuito a loro e al loro periodo, la flemmatica soddisfazione per i brutti lineamenti dell’ultimo sovrano Stuart d’Inghilterra sarebbe scambiata per un’espressione di dolorosa sorpresa; mentre il “maestro ebanista”, se avesse il minimo sentimento di autostima, verrebbe punto nel vivo vedendo gli articoli spaventosamente grotteschi che sono associati al suo artigianato o descritti come ricavati dai suoi disegni.

 

 

IL PERIODO ADAM E I CERAMISTI DI NOME ADAMS

 

Un’altra complicazione che il collezionista d’antichità deve affrontare è il periodo Adam (che, non serve affatto spiegare in questa sede, non ha alcuna relazione con la storia più antica dell’umanità in alcun modo). Il suo effetto sull’Old Sheffield Plate del tempo fu così grande che è necessario menzionarlo en passant. Robert Adam (non Adams), nato ad Edimburgo nel 1728, fu architetto, e senza dubbio derivò la propria ispirazione dai suoi tre anni di soggiorno in Italia, 1754-7, e fu il disegnatore inglese più popolare nell’ultima parte del XVIII sec. Morì nel 1792, e fu sepolto nell’Abbazia di Westminster. Quasi tutti gli oggetti in Old Sheffield Plate prodotti tra il 1770 e il 1790 mostrano chiari segni della sua influenza; i festoni pendenti, i recipienti, le teste di montone, i gusci, ecc. ecc., erano decorati in modo assai abile.84

Gli Adams, ceramisti, vissero ed eseguirono il loro splendido diaspro ed altri articoli pressappoco nello stesso periodo (e i nomi purtroppo sono spesso confusi con quelli dell’architetto e di suo fratello James, noti come i Fratelli Adam). Questi Adams erano in quattro, tutti ceramisti tra gli anni 1745 e 1865, nella regione di Tunstall. Fu però William Adams (1745-1805), che eseguì lo splendido diaspro blu e i bricchi di grès con le cosiddette figure di Flaxman su di loro, adattamenti degli antichi fregi greci e romani. 85 Fu sempre lui a lavorare come apprendista presso la ditta di Josiah Wegwood, di cui fu poi collega di lavoro, mentre Wegwood (nato nel 1730 e morto nel 1795) esercitò sulle produzioni di porcellana fine del suo tempo la stessa influenza di Chippendale sugli arredi, e di Robert Adam sulla decorazione degli interni di case ed altri edifici. Josiah Wegwood fu inoltre amico personale sia di Samuel Roberts che di Matthew Boulton, e quest’ultimo, essendogli più vicino d’età, realizzò per lui la maggior parte dei supporti in Old Sheffield Plate ed argento. Thomas Law fabbricò per William Adams le montature della maggioranza dei bricchi con supporti in Old Sheffield Plate ed argento; e al tempo ve ne furono in circolazione a miriadi, ma sfortunatamente, poiché erano facili a rompersi, oggi al di fuori dei musei e delle collezioni private conservate con cura se ne trovano pochissimi intatti. La Ashfort, Ellis & Co. (produttori di Sheffield Plate), negli ultimi tempi dell’attività, aprì una filiale a Parigi, in stretto contatto con la sala espositiva di Wegwood.

Nella pagina a fronte vi è un’interessante illustrazione delle sale d’esposizione Pickslay a Sheffield. Questi stabili esistevano nell’anno 1828. Quanto segue è un passo tratto da una guida locale di quell’anno:-“L’esterno dell’edificio può esercitare notevole attrattiva per l’antiquario, essendo una delle più antiche facciate della città, arredata con una selezione elegantissima e di grande pregio di articoli in Sheffield Plate ed argento della migliore qualità, disegno e fattura”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

62 L’autore è in forte debito nei confronti del Sig. George Kinman, che per 50 anni ha avuto varia esperienza del commercio degli articoli placcati a Sheffield, per l’aiuto nella compilazione di molti dettagli riguardo ai metodi. Il Sig. Kinman è attualmente direttore alle officine della T. Bradbury & Sons, dove in origine servì come apprendista.

63  Il becco è la parte libera della bacinella destinata ad intercettare la cera fusa; l’hoop, il tubo fissato alla bacinella per assicurare il becco dentro il capitello del candeliere; il bizzle, la parte interna del tubo del capitello in cui scivola la cerchiatura.

64 Si veda p.45.

65  Il sud pot contiene una mescola di sapone e acqua.

66  Il rossetto è una polvere fine, a base di ossidi di ferro, utilizzata per lucidare metallo, vetri e gioielli (N.d.T.).

67  Da quella data la manifattura in Francia del vasellame ottenuto da metallo fuso si può dire sia quasi interamente cessata.

68 Il Sig. Boulton Senior morì nel 1759, e poiché presumibilmente la produzione di vasellame placcato a fusione a Sheffield aveva attirato già da qualche anno un’attenzione considerevole, è alquanto probabile che a suo figlio fosse stato dato l’incarico di diventare egli stesso maestro di quest’arte nella città natale.

69 La placcatura francese era spesso confusa con il processo di close plating, poiché nei tempi passati il metodo oggi descritto come “close plating” non lo era in questi termini. Gli operai e i piccoli padroni che lavoravano come close platers si definivano alcune volte “placcatori”, altre “placcatori francesi”. Con tutta probabilità non avrebbero compreso il metodo di procedura descritto a p.96, noto a Sheffield come placcatura francese.

70  Il nome Garrard, come pure quello di A. B. Savory & Sons (entrambi di Londra), si trovano frequentemente su articoli di Old Sheffield Plate, cioè piatti per prima portata, copripiatto, ecc., prodotti all’incirca in questo periodo.

71  In alcuni periodi vi sono stati dei partner in quest’attività. William Lindley è stato uno. Il suo nome [marchio] si trova pure su boccali e misure della tarda Età Vittoriana, prodotti a Nottingham. Vi sono altri esempi di operai che in tempi recenti hanno fabbricato articoli da birra da utilizzarsi nelle birrerie locali.

72 Read era un coltellinaio di Dublino.

73 James Montgomery.

74 Un bellissimo esemplare di samovar in argento dal corpo simile a quello dell’oggetto raffigurato sopra, ma con decorazione floreale incisa e base traforata, marchiato a Londra nel 1764 e recante le iniziali della produttrice (Louisa Courtald), si può vedere al Sir John Soane Museum di Londra. Oggi s’incontrano molti samovar Old Sheffield, simili a questo nel disegno e fabbricati nello stesso periodo.

75 Lo scrittore è fortemente in debito nei confronti del Sig. Joseph Spiridion di Cardiff, per il grande aiuto fornitogli nella decifrazione ed interpretazione di questi marchi russi.

76 E’ interessante notare che i produttori francesi dovettero affrontare le stesse difficoltà incontrate dai primi placcatori di Sheffield, ossia l’opposizione degli argentieri allora esistenti, nel momento in cui essi introdussero articoli placcati per uso da tavola in un mercato che in precedenza era stato controllato quasi esclusivamente da quelli.

76b  Rocher di Rue de Sèvres è un odierno discendente di questa ditta, “Durand”.

77 Nell’elenco locale del 1849, i Sigg. H. D. Wilkinson pubblicano un’inserzione per trovare chi riplacchi loro degli articoli; e in quello del 1852, i Sigg. Walzer & Co., di Howard Street 11, informano che il “pubblico può farsi riplaccare i propri articoli domestici ad un terzo del costo originale”.

78  I modelli a conchiglia e a gadrooning furono i primi ad essere introdotti (si veda l’illustrazione a p.33).

79  Si vedano p.118 e 119.

80  Si veda l’illustrazione a p.210.

81 Tra il 1820 e il 1835 furono fabbricati forse i più grandi articoli in Sheffield Plate mai tentati, e dal punto di vista dell’esecuzione forse i migliori. Essi comprendevano candelabri ed épergnes intercambiabili con vassoi, grandi copripiatto e piatti da cacciagione, samovar, il vaso Warwick, e grandi vassoi per caffè. 

82 Si veda l’illustrazione a p.349.

83 La ditta T. Bradbury & Sons è ancora in possesso di stampi i cui originali sono stati attribuiti a Chippendale stesso.

84 Al Sir Joane Museum di Londra, si può vedere un libro di illustrazioni originali, scritto da Robert Adam, comprendente un gran numero di disegni per articoli in argento come vasi, candelieri, piatti da dessert, zuppiere, coppe, ecc., eseguiti tra il 1764 e il 1779.

85  Si vedano le pp.339, 340.

 

 

PARTE IX

SULL’ACCERTAMENTO DELLE DATE DEGLI ESEMPLARI

 

ESTRATTI DA UN ELENCO DELL’ANNO 1774, D’ARTICOLI PRODOTTI ALL’EPOCA IN ARGENTO E SHEFFIELD PLATE

 

L’estratto seguente è tratto dal primissimo elenco di Sheffield, pubblicato da J. e T. Sketchley, di Bristol e Hall, nel 1774:-

“Questi abili operai realizzarono un vasto assortimento di articoli, un cui riassunto in questa sede può essere opportuno, ossia: épergnes, recipienti per il tè, caffettiere e teiere, bollitori e lampade per il tè, boccali e misure d’ogni dimensione, bricchi, coppe, bicchieri a calice, bicchieri da bibita, candelieri, candelabri, oliere, piatti per acqua e vassoi (water and platter plates, and dishes), cerchi per piatti (dish rims), croci per piatti (dish rings), ampolliere, vassoi da tè, supporti per bottiglie d’acqua e scrittoi, zuppiere e/o salsiere (tureens) 86, mestoli, cucchiai, conchiglie di pettine, canisters 87, mostardiere rotonde ed ovali, saliere, etichette per bottiglie, secchi per crema, cestini per pane e zucchero, argyles, supporti e piatti per smoccolatoi, imbuti per vino, spiedi, bricchi per crema, colini per limoni, tosta formaggi, cioccolatiere, tegami per salse, tegami per stufati, tabacchiere, morsi di briglie, staffe, fibbie, speroni, manici di coltello e forchetta, bottoni di selle, e un vasto assortimento d’altri articoli”.

L’elenco di Sheffield Gales & Martin, pubblicato nel 1787, aggiunge alla lista d’articoli precedente: servizi da comunione, piatti per prima portata e supporti per caraffe.

In aggiunta a ciò, diamo qui una lista completa d’articoli in Old Sheffield Plate, prodotti dalla Watson & Bradbury tra il 1788 e il 1815, con le descrizioni originali tratte dal libro di modelli della ditta. In quel periodo l’attività godette della massima prosperità:-

 

 

ARTICOLI OLD SHEFFIELD PLATE ELENCATI NELL’INDICE D’UN VECCHIO LIBRO DI MODELLI TRA GLI ANNI 1788 E 1815

 

Argyles

Vari modelli

2

Candelieri

Vari modelli

217

Pinze per asparagi

1

Candelieri a stampo superiore

95

Vassoi per bottiglie

105

Candelieri bracket

187

Cestini per pane

148

Candelabri

324

Raffredda burro

13

Candelieri da camera

11

Scatole per biscotti

2

Candelieri per paralume

18

Calici

9

Candelieri brevettati

182

Coltelli per burro

3

Candelieri con avvolgitori per cera (wax winders)

56

Bougie boxes

6

Oliere

486

Cioccolatiere

1

Caffettiere e biggins

136

Canisters

7

Tazze

4

Brocche per creme (cream ewers)

106

Pepaiole

8

Tappi

7

Mestoli per punch

4

Calici e piatti

1

Platto (vassoi)

8

Comfores

2

Scaldavivande (plate warmer)

1

Recipienti per caffè

19

Brocche

2

Caudee shells 88

3

Giardiniere

7

Tazze e misure

41

Cucchiai

21

Tosta formaggi

8

Vassoi per smoccolatoi

165

Coppe per la comunione

2

Zuccheriere e contenitori per crema

107

Croci per piatti (dish crosses)

4

Saliere

138

Anelli per piatti (dish rings)

20

Soy frames

84

Piatti

42

Pinzette per zucchero

3

Copripiatto

6

Smoccolatoi

13

Tappi per caraffe

7

Mestoli per zuppa

19

Scaldavivande

12

Scatole per sigari

1

Cunei per piatti

3

Mestoli per salse

11

Epergnes

269

Supporti per insalatiere

74

Portauovo (Egg frames)

65

Tegami per salse

8

Scaldauovo

6

Servizi

1

Portauovo (Egg cups)

11

Articoli diversi (sundries)

83

Forchette

3

Vassoi per brindisi

78

Fish knives

20

Recipienti per il tè

106

Cestini per frutta

103

Zuppiere e/o salsiere (tureens)

73

Boccali

7

Teiere e barattoli per il tè

114

Bicchieri a calice

19

Canisters per il tè

7

Cucchiai per sugo

4

Vassoi per il tè

74

Honey hives

1

Campanelli per il tè

1

Calamai da scrittoio

70

Forchettoni per abbrustolire il pane

1

Secchielli per ghiaccio

17

Macchinette del tè

3

Supporti per coltelli (knife rests)

4

Tabacchiere

1

Vassoi per coltelli

6

Supporti per teiere

10

Bollitori

6

Piatti da tavola

5

Liquoriere

328

Set da tè

85

Etichette

7

Boccette per sali aromatici

10

Lampade

7

Piatti per cacciagione

10

Mostardiere

65

Waiters

96

Cucchiaio per zucca

1

Tastevin

1

Setacci per zucchero

2

Colini per vino

31

Scodella per fondi del tè

7

Piatto per acqua (water plate)

6

Fondine (soup plates)

2

 

 

 

I collezionisti di Old Sheffield Plate troveranno molto interessante quest’ultima lista di articoli, fabbricati da una delle più antiche aziende produttrici di merci placcate a fusione che si conosca. E’ certo una fortuna che, dalla rovina generale e dalla distruzione su vasta scala attraverso cui è passata l’industria prima di riemergere infine sotto altra forma, alcuni libri siano stati preservati, come quello da cui si è copiata questa lista. I non pratici del settore necessitano forse di una minima spiegazione. Sono elencati soltanto gli articoli che furono prodotti da un’azienda specifica: naturalmente i produttori che eccelsero nei differenti rami del settore furono diversi. Rispetto alla produzione di candelieri e oliere, è evidente l’importanza che ebbe quest’azienda ad una data epoca. E’ sorprendente trovare “boccette per sali aromatici”. I “Comfores” erano piatti forati o lisci per dolciumi, con rivestimenti in vetro, a volte fatti in filo metallico, e fissati a dei waiter plates: assomigliavano molto a zuccheriere dai grandi piedini. I “Fish knives” non sono quanto c’immaginiamo – coltelli per mangiare pesce –, ma affettatrici per pesce o posate, forchette escluse, da abbinare a quelle. Le “Honey hives” erano brocche per miele a forma d’alveare d’ape. Le “Bougie boxes” sono classificate insieme agli avvolgitori per cera (wax winders) o per accenditoi (taper winders) e rispondevano allo stesso fine. I candelieri “bracket” erano una varietà più piccola, il cui nome deriva dal fatto che in origine erano prodotti a forma di mensola, da fissare ai muri di una stanza o su un lato di una spinetta o di uno scrittoio.

Si noterà l’assenza di citazioni per bottoni, tabacchiere e fibbie. Pur avendo segnato i primi due articoli l’inizio della produzione in Old Sheffield Plate, la loro manifattura si spostò a Birmingham. In questo lavoro si è già toccata la questione dell’eventuale produzione di fibbie a Sheffield.

Alla pagina successiva sono forniti due interessanti documenti relativi a merci acquistate nel 1821 da celebri produttori di Sheffield Plate, con tanto d’illustrazioni degli articoli e fatture quietanzate originali; appartengono alla moglie e alle figlie di John Barker, di Wisewood House, a Sheffield. Nonostante sia trascorso quasi un secolo dall’acquisto degli articoli, è interessante trovarli in condizioni così buone, oltre al fatto che ne manca soltanto uno.

 

ILLUSTRAZIONI D’ARTICOLI PRODOTTI A SHEFFIELD SIA IN ARGENTO E IN SHEFFIELD PLATE

 

Per un articolo fabbricato dai produttori di Sheffield in argento, dagli stessi modelli se ne producevano a dozzine in Silver Plate. Certi modelli hanno finito perciò per essere considerati strettamente legati all’Old Sheffield Plate. Quando, evento sporadico, sono messi all’asta dei disegni, peculiari degli stili di placcatura, d’articoli d’argenteria, la cosa non di rado sfugge all’attenzione sia del banditore e del pubblico. Alcuni anni fa un paio di vassoi Sheffield Plate simili a quelli illustrati alla fine di p.322, ma più grandi, è stato messo all’asta e venduto per la misera somma di 25£. Si è scoperto in seguito che erano in argento massiccio; pesando quasi 400 once 89, valevano allora il doppio della somma versata per il mero valore intrinseco dell’argento.

Troverete qui illustrato un metodo per accertare le date degli esemplari Old Sheffield Plate, con i nomi dei produttori, confrontati con gli articoli in argento di Sheffield.

I disegni in argento così come in Sheffield Plate, per quanto adattabili siano, non mancano mai di rispecchiare la personalità di un produttore, come si può vedere nell’illustrazione della saliera e del sottobottiglia raffigurati qui sotto; si noti anche il piede del cestino da torta a p.210, e un barattolo traforato per la senape a p.314.

Fate quindi riferimento alle illustrazioni “138” a p.398 di una saliera ricavata dal catalogo di un vecchio placcatore. Ecco un esempio di quattro tipi diversi d’articoli dalla stessa decorazione, e fatti quasi interamente con l’aiuto degli stessi utensili per la traforatura. La saliera in argento marchiata a Sheffield nel 1777 dalla M. Fenton & Co. funge da guida, non solo alla data approssimativa e al produttore del sottobottiglia, del barattolo per la senape e del cestino, ma anche all’identità dell’azienda che pubblicò il catalogo in cui è illustrata la saliera.

I candelabri illustrati, sebbene ottenuti dagli stessi stampi di molti in Old Sheffield, sono in argento, e sono stati acquistati alcuni anni fa come “Old Sheffield” per la somma di 50 scellini al paio. Sebbene ciò sia stato scoperto prima del passaggio all’attuale proprietario, si ritiene che il possessore originale, se ancor vivo, sia all’oscuro dell’errore commesso nel venderli. L’argento di un paio di questi articoli pesa 210 once.

 

 

ILLUSTRAZIONI E DESCRIZIONI D’ARTICOLI OLD SHEFFIELD PLATE, CON LE DATE APPROSSIMATIVE DI PRODUZIONE E I NOMI DEI PRODUTTORI

 

Sono qui illustrati, descritti e datati con la maggior accuratezza possibile, un gran numero d’esemplari Old Sheffield Plate.

Per quanto riguarda le date, le descrizioni e i nomi dei produttori ivi forniti, non si pretende o invoca una precisione assoluta. A tali dettagli aggiuntivi si è arrivati soprattutto per mezzo di raffronti. In questo senso, un aiuto enorme è venuto da una collezione tipica d’argento contemporaneo di Sheffield in possesso dell’autore, e da una collezione quasi completa di cataloghi degli Old Sheffield platers, e da vecchi documenti e libri di modelli appartenenti alla T. Bradbury & Sons.

Ovunque sia stato possibile, gli esemplari sono stati riprodotti con il dovuto riguardo per le dimensioni, ma laddove si è riposta fiducia nella cortesia delle persone che hanno inviato fotografie da far riprodurre in questo lavoro, la dimensione delle illustrazioni ha dovuto, in larga misura, dipendere dalle relative proporzioni dei negativi originali.

Si noterà il numero relativamente esiguo dei nomi di produttori presenti in queste liste illustrate. La ragione di ciò non va cercata lontano.

In passato, proprio come oggi, alcune delle aziende di punta oscurarono tutte le altre, e gli articoli fabbricati da un quarto dei produttori più rinomati, i cui nomi appaiono negli elenchi ed altrove, erano dieci volte superiori alle produzioni di coloro che si possono definire i pesci più piccoli del commercio. Una volta stabilitasi saldamente, l’azienda tendeva a crescere di dimensioni, e col trascorrere degli anni e l’estendersi della gamma di prodotti, il numero degli stampi aumentava proporzionalmente. Inoltre, i produttori avevano la cattiva abitudine di copiare l’uno dall’altro e di marchiare gli articoli destinati ai vari mercati con le insegne gli uni degli altri. Forse la stessa persona disegnava per diverse aziende. Più probabilmente, come ricordato in precedenza in questo libro, i produttori non si facevano scrupoli a adottare suggerimenti derivati dalle produzioni dei concorrenti superiori a loro nell’originalità del disegno. Infine, la pratica di alternare le diverse parti degli articoli, ad es. i piedini, le colonnine e i capitelli dei candelieri, per estendere la gamma dei modelli, rende difficile fissare con precisione la data di molti esemplari antichi di Sheffield Plate.

 

 

ARGYLES

 

Non si può far a meno di pensare che il contenitore per il sugo Argyle, derivi il proprio nome – come presumibilmente nel caso della tazza Monteith – da quello dell’inventore originario. Nei più antichi libri di riferimento sul commercio dell’Old Plate, questi articoli sono definiti “Argyles”. Erano fabbricati in vari modelli. Quello raffigurato a sinistra, a forma di teiera, aveva una camera separata con coperchio rimovibile. La camera serviva per l’acqua calda, e il sugo vi era versato intorno. Quello a destra è a forma di bricco per l’acqua calda con ricopertura o rivestimento protettivo duplice, in cui l’acqua era versata giù per l’imboccatura che si può vedere a destra, mentre il sugo era messo all’interno del corpo del bricco. Il beccuccio comunicava attraverso il rivestimento protettivo per l’acqua calda con il corpo stesso del bricco, e da questo beccuccio, inclinato all’insù, si poteva versare il sugo. Vi sono altri Argyles con forme diverse, ma tutti fabbricati allo stesso scopo, ossia mantenere caldo il sugo durante i pasti, fine che servivano ottimamente. Oggi l’uso degli Argyles è quasi del tutto cessato.

La salsiera (sauce tureen) illustrata è anch’essa un’ingegnosa invenzione che serviva uno scopo analogo. È fornita di doppio rivestimento protettivo, e all’altra estremità si può vedere, sui manici cavi, due presine che, allentate, mettono in mostra una piccola apertura giù per la quale si versava l’acqua calda nell’intento di non lasciar raffreddare la salsa.

Nel caso in cui questi recipienti cavi, a doppia protezione, si ammacchino o danneggino durante l’uso – cosa non rara -, è difficilissimo risistemarli.

 

 

CESTINI PER TORTA E FRUTTA

 

Di questi articoli conosciuti in passato come “cestini per pane”, si noterà che nell’elenco degli articoli catalogati a p.196, sono indicati 148 modelli differenti prodotti tra il 1788 e il 1815. I cestini per torta nella loro forma più leggera ed antica – ed in particolare le produzioni in filo di ferro metallico –, sono oggi assai più popolari delle ingombranti e pesanti produzioni del tardo periodo georgiano.

La leggerezza dei cestini per torta, e anche dei piatti per frutta, ne ha incrementato il valore di decorazioni da tavola in una misura meglio apprezzabile quando sono riempiti per l’uso, che non quando restano vuoti in una collezione. Parecchi modelli di questi cestini furono prodotti in Sheffield Plate, e la stessa lista che include i cestini per il pane enumera anche 103 diversi tipi di cestini per frutta. Le basi di alcune tra le forme più leggere di cestini per frutta in filo metallico erano normalmente dorate.

 

 

 

 

CANDELIERI

 

In merito all’importanza attribuita ai candelieri e agli esempi illustrati in questo libro, è bene tenere a mente l’indispensabilità della candela per il comfort della vita domestica dai tempi più antichi ad oggi. Nella Bibbia si citano dei candelieri intorno al 1500 a.C. In questo paese esiste ancora un candeliere del tipo “Pricket”, precedentemente accolto dalla chiesa dell’Abbazia di St. Peter a Gloucester, attribuito come datazione all’inizio del XII sec. Persino oggi non vi è luce più tenue o più riposante di quella fornita dalla normale candela di cera. Coloro che trascorrono molte ore stancanti sotto la luce fissa ed abbagliante del gas incandescente o dell’elettricità, apprezzano come nessun altro potrebbe la lucentezza conferita dal lume di candela non solo agli arredi della tavola da pranzo, ma anche ai gioielli delle signore. È quasi impossibile ottenere dalla luce elettrica o dal gas effetti altrettanto soddisfacenti, indipendentemente dal loro trattamento.

Tra gli articoli più antichi per uso da tavola realizzati dai produttori d’articoli in Sheffield Plate, vi erano i candelieri, e vi sono buoni motivi per credere che quello precedentemente illustrato a p.33, Parte II, sia stato fabbricato in realtà da Joseph Hancock in persona, intorno al 1755.

Reca le iniziali [iniziali] in caratteri completamente differenti dal lettering usato da John Hoyland, produttore leggermente più tardo, il cui marchio era [marchio]. Pure l’esecuzione è del tipo rudimentale caratteristico dei primissimi lavori dei vecchi platers.

I colletti e i colli, che costituivano le parti principali dei candelieri più antichi, erano composti da hoops saldati insieme e in seguito stampati a caldo nelle forme richieste. Di conseguenza non si adattano perfettamente e sono sbilanciati sulle spalle. I piedini, le spalle e le colonnine mostrano segni di un conio da qualche forma rudimentale di stampo colato e di una successiva cesellatura a mano, mentre i beccucci recano tracce di entrambe le operazioni. Gli articoli erano completati saldando insieme le parti a stagno, ma la placcatura aveva di solito spessore notevole.

Questo metodo produttivo fu sostituito intorno al 1765 dall’introduzione di candelieri costruiti interamente da stampi colati, senza l’aiuto dello stampaggio a caldo. Erano fabbricati principalmente con colonnine e capitelli scanalati, come si trovano sulle colonne ioniche, con innumerevoli varietà di base, benché per tutta la durata dell’industria, il modello a conchiglie illustrato a p.33 non fosse mai trascurato.

Intorno al 1800 furono introdotti il gadroon90 in argento, le modanature ed altri supporti stampati separatamente e saldati sulle spalle e le basi dei modelli rotondi semplici di candeliere, operazioni successive alla riempitura dei supporti con stagno e piombo. Questa forma di candelieri a montatura rimase in voga fino alla fine dell’industria, e le decorazioni dei supporti e dei bordi degli stessi candelieri divennero così stravaganti, che i disegni finirono con lo sconfinare sopra e attorno alle basi, ai fusti e ai capitelli di molti dei candelieri fabbricati tra gli anni 1810-1825.

Alcuni di questi candelieri massicciamente decorati si trovano stampati completamente o quasi in argento fino e riempiti con stagno e piombo, essendo hoops, vaschette e bizzles le sole parti prodotte in metallo placcato a fusione. Questi candelieri non erano certamente assaggiati. Per dare un’idea del gran numero di candelieri realizzati dai produttori di Old Sheffield Plate, l’elenco degli articoli a p.196 mostra che, includendo gli avvolgitori per la cera, i candelieri bracket e da camera, quelli brevettati a scorrimento, e i candelabri, non meno di 1.190 modelli differenti furono fabbricati da una sola azienda in un periodo che copre oltre 25 anni di produzione.

 

 

L’OTTURAZIONE DEI CANDELIERI

 

Il metodo di otturazione dei candelieri deve, siamo costretti a pensare, aver avuto origine locale, preso in prestito dalla pratica di stampare i manici di coltello in due metà e di saldarle insieme. Il processo era condotto nella maniera seguente: piazzata una barra di ferro su per il centro dei fusti, si rovesciavano i candelieri e vi si versava una miscela di resina e loom in forma liquida fusa. Questa miscela, raffreddata, formava una dura sostanza solida. L’aggiunta della barra di ferro impediva la rottura dei candelieri nelle parti più sottili, oltre ad aggiungere stabilità e peso al tutto. Qualora questi candelieri otturati fossero prodotti per i mercati stranieri, si utilizzava un composto nel quale il gesso di Parigi era l’elemento principale, poiché la resina fonde con climi caldi.

Tale metodo di produzione dei candelieri, sia placcati e in argento, mirava a definire chiaramente il delicatissimo contorno degli stampi coniando le sezioni in sottilissime lamine di metallo. Il successo che accompagnò la produzione di questi candelieri stampati e otturati fu molto grande, poiché il nuovo processo assicurava un notevole risparmio sia di fatica, che di materiale. A Sheffield questo sistema è utilizzato ancor oggi, dopo oltre 150 anni.

I collezionisti di Old Sheffield Plate noteranno il gran numero di quelli che sono definiti candelieri a modello telescopico. Presumibilmente l’unico scopo era alzare o abbassare la candela, ove necessario. In tutti i candelieri regolabili, lo schema solitamente adottato consisteva nell’adattare un rivestimento di pezza alle guide di scorrimento, cosicché quando queste erano mosse su o giù non si aveva contatto tra metallo e metallo, non graffiandosi pertanto le colonnine durante il processo di scorrimento. Il brevetto di Eckhardt – apparentemente il primo ad esser ricavato per i candelieri telescopici –, differiva dagli altri per avere dei colletti regolabili in ottone adattati come guida di scorrimento, con due fessure su uno dei due lati, che potevano essere aperte o premute verso il basso per consentire alla guida di funzionare più facilmente o più rigidamente secondo la necessità (fig. 3 e 4).

Il dispositivo più semplice ed efficace si basava sul principio d’Archimede; la candela, fissata su di un piccolo chiodo alla base del capitello del candeliere, poteva essere spinta verso l’alto, aumentando al tempo stesso l’altezza del candeliere mediante l’avvitamento della colonnina (fig. 8). Su questi candelieri non era stampato alcun marchio di brevetto. Il candelabro telescopico illustrato a p.238, recante il marchio [marchio], fu oggetto di gran disputa. I Sigg. A. J. Echardt e Morton spesero 120£, 5 scellini e 6 penny nel tentativo di convalidare questo brevetto sotto i loro nomi congiunti. In relazione a questo fatto fu presentata diffida da un certo Sig. Warry, residente in Norfolk Street a Sheffield; sembra però che la richiesta fosse infine rigettata con la motivazione che i produttori avevano venduto gli articoli prima di brevettarli. Tale richiesta del brevetto Eckhardt risale al 15 ottobre 1796, e il periodo di questi candelieri e candelabri telescopici è successivo al 1795, sebbene sia difficile trovarne fabbricati dal regno di Giorgio IV in avanti. I candelieri telescopici funzionanti in base al principio “notch and catch91 (sul tipo della fig. 2), si trovano talvolta marchiati [marchio]. Nel 1798 la Roberts, Cadman & Co. si assicurò un brevetto in termini analoghi. I candelieri telescopici di loro produzione si trovano raramente senza le parole [parole]. Inoltre, si possono trovare candelieri a scorrimento comuni che funzionano in base allo stesso principio del rivestimento di pezza infilato nelle guide, e tuttavia stampati con le parole [parole] (fig. 7), e anche [marchio].

Illustriamo ora un metodo piuttosto ingegnoso per regolare le guide dei candelieri, un apparente miglioramento del metodo Eckhardt. Il funzionamento consiste nel semplice svitamento della guida telescopica, e quindi nell’espandere colle dita la colonnina interna del candeliere fino a fissarla più saldamente al tubo o alla colonnina esterna. L’operazione è semplice, poiché il tubo è tagliato per il lungo in due sezioni alla base.

Come si capirà facilmente, pertanto, la confusione circa questi candelieri a scorrimento brevettati è notevole; e per complicare ancor di più la materia, sono stati trovati dei candelieri simili nello stile a quelli telescopici, con la parola “brevetto” stampatavi su, pur non essendo stati prodotti in base al principio di scorrimento. Può trattarsi semplicemente di un errore da parte dell’operaio incaricato di provvedere alla marchiatura.

È opportuno illustrare in dettaglio una combinazione di candelieri particolarmente curiosa. La data di produzione è fissata intorno al 1805. La combinazione consiste in, fig. 2, un candeliere da camera, uno spegnitore e un beccuccio, con due colonnine telescopiche complete, il tutto pressato nelle due basi, pronto per essere piazzato nella valigia prima di intraprendere un viaggio in carrozza. Nella fig. 1, la base capovolta del candeliere, che formava il piede del candeliere da camera completo, come nell’illustrazione; nelle fig. 3 e 4 tutte le parti assemblate per l’uso, a formare un paio di candelieri da tavola comuni a costruzione telescopica, alti 9,25”. È quasi impossibile immaginare come si potessero metter via tutte queste varie parti in una circonferenza così piccola come quella fornita dalle due basi capovolte, illustrate in fig. 2, di 3,5” di altezza per 5,25” di diametro.

La difficoltà nell’individuare il produttore di un particolare modello di candeliere è accresciuta dall’abitudine instauratasi tra i produttori locali di commerciare fra di loro. Sono stati trovati alcuni candelieri, coniati dagli stessi stampi, che recano il marchio dei punzoni di vari produttori di Sheffield.

Entro il 1773, la Winter, Parsons & Hall era divenuta nettamente la più grand’azienda nella produzione di candelieri; dove avessero acquisito la superiorità nel disegno resta un mistero – forse avevano concentrato in particolare l’attenzione alla produzione di una sola categoria di articoli.

Con tutta probabilità Winter e Parsons non produssero per un mercato specifico. Non sarebbe stato vantaggioso per loro, verrebbe da supporre, inviare dei rappresentanti nel paese e all’estero allo scopo di assicurarsi degli ordini per questi soli articoli. Troviamo perciò una percentuale rilevante dei loro candelieri con i nomi d’argentieri londinesi e il marchio dell’assaggio dell’argento di Londra. In regime di concorrenza con i produttori e mercanti sia di Sheffield, sia di Londra, difficilmente essi avrebbero ottenuto il grosso sostegno accordato loro dal commercio all’ingrosso.

Va ricordato che le definizioni ionico corinzio egizio e così via, utilizzate dagli argentieri, non sono strettamente precise in senso architettonico. Pur utilizzando in larga misura gli esempi classici, i disegnatori si allontanavano tranquillamente dalla rigorosa purezza della fonte d’ispirazione, ed introducevano molti dettagli estranei. Così la loro libera nomenclatura indica il motivo di base delle composizioni, ma non implica un’imitazione esatta dei modelli autentici.

 

 

CANDELABRI

 

I produttori originari di candelabri trassero ispirazione dalla forma di un albero, poiché il fusto assomiglia al tronco e i bracci si distendono come quelli di un albero. Negli ultimi giorni dell’industria dello Sheffield Plate, inoltre, sembra fosse stata questa l’idea tenuta maggiormente in considerazione, tant’è vero che i candelabri erano realizzati in modo tale da assomigliare notevolmente ai tronchi degli alberi, al fogliame, alle foglie e ai fiori.

I candelabri placcati di Sheffield non possono essere datati anteriormente al 1770. Sketchley, nell’elenco degli articoli prodotti nel 1774, inserisce tuttavia i “branches”. Oggigiorno è raro trovare esemplari di quel periodo.

I candelabri e gli épergnes intercambiabili costituirono un elemento importante del commercio in articoli placcati di Sheffield. Furono introdotti poco dopo il 1815 e presero il posto delle combinazioni di épergnes ed oliere in precedenza tanto popolari (vedi pp.290 e 291). Dobbiamo forse ringraziare Chantrey per le innovazioni introdotte nel loro disegno artistico. E’ di certo suo il merito per quanto riguarda il disegno delle cariatidi illustrate alle pp.240 e 241.

 

 

SMOCCOLATOI

 

Il Sig. H.C. Casley di Ipswich afferma, in merito agli strani smoccolatoi Old Sheffield dai supporti in argento e sottoposti a close-plating, qui illustrati: “Ai tempi dei nostri nonni, e persino quando i nostri genitori erano giovani, l’unica forma di candela utilizzata era quella di cera (troppo costosa decisamente per qualcosa che non fossero pranzi con invitati), e la candela di sego, che consisteva semplicemente in sego su di uno stoppino di cotone attorcigliato, e nella forma più comune ed antica, lo stoppino era fatto talvolta di giunco. La qualità di tali candele variava – quelle prodotte per il salotto erano foggiate, e di sego composito; resta tuttavia il fatto che lo stoppino era solito carbonizzarsi rapidamente, e fumava orribilmente se non era smoccolato con una certa regolarità. La porzione carbonizzata dello stoppino, se non era smoccolata e rimossa con cura, e depositata, cadeva sulla tovaglia o si spargeva in giro per la stanza, lasciando strisce nere e sgradevoli di grasso, fatto che indubbiamente diede origine a questa speciale forma di smoccolatoio, che forniva un deposito sicuro per l’estremità carbonizzata una volta rimossa”.

Tali osservazioni sono ben degne d’attenzione, non solo a causa dell’enorme numero e varietà di stili di questi smoccolatoi d’acciaio, ma anche perché la loro manifattura è un’arte andata interamente perduta, da quel che si può accertare per mezzo d’inchieste tra i vecchi fabbricatori di cesoie nella città di Sheffield, per quanto sia possibile che il mestiere sopravviva ancora a Londra o a Birmingham.

La lista ivi aggiunta dei brevetti legati principalmente agli smoccolatoi e ai candelieri, dà l’idea di come, per quasi un secolo, le menti di un’importante sezione della comunità fossero state concentrate in apparenza sulla questione della fiamma, su come regolarla, e su come spegnerla con successo, senza paura di un qualche danno generico per la casa. Intorno al 1840 furono introdotte per la prima volta delle candele i cui stoppini bruciavano senza dover ricorrere agli smoccolatoi.

 

  1. La specifica di Cartwright è la più antica che si possa trovare per gli smoccolatoi a molla.
  2. Il brevetto di Christopher Pinchbeck per mantenere la candela in posizione verticale portandola in giro, regolata da un peso, e inoltre una molla avvitata internamente per il beccuccio, al fine di evitare l’uso di una guarnizione (che si usa ancor oggi), è il primo rintracciabile in relazione all’argomento.
  3. Brevetto di Joachim Smith per alzare la candela automaticamente mentre brucia, per mezzo di una molla.
  4. Christopher Pinchbeck brevettò il primo smoccolatoio a molla brevettato per assicurare a chiave lo stoppino eliminato e spegnere la scintilla.
  5. John Trusler sulla stessa linea, ma lavorando sui lati.
  6. Brevetto di Edmund Greaves per alzare la candela girando una vite.
  7. Brevetto di Raybould. Un brevetto regolabile per assicurare e tenere ferme le candele.
  8. Brevetto di John Wilkes per la produzione di uno smoccolatoio cilindrico a molla per candele, che rimuove, isola e spegne il moccolo con un solo movimento.
  9. William Kent brevetta un’invenzione per il candeliere da camera per mezzo della quale, quando bruciano, i resti della candela cadono in acqua, fissandosi inoltre una sicura, fatta di corno o vetro per far cadere in acqua le scintille.
  10. John Duff immette nel mercato un paio di smoccolatoi brevettati, il cui principio, afferma, gli era stato comunicato da uno straniero.
  11. George Alexander Thompson brevetta un paio di smoccolatoi a molla, in cui lo stoppino della candela è tagliato e tenuto in perfetta forma e ad una lunghezza opportuna.
  12. Samuel Hobday di Birmingham tira fuori un brevetto col quale gli smoccolatoi funzionano senza molle, per mezzo della sola applicazione di una leva.
  13. Abraham Willis inventa un brevetto per molti articoli d’uso quotidiano, smoccolatoi compresi.
  14. Leger Didot escogita alcune aggiunte molto complicate ai brevetti per candelabri.
  15. Charles Goodwin brevetta un alloggiamento per fissarvi la candela senza guarnizione, e un auto-spegnitore.
  16. Robert Salmon brevetta un congegno avanzato per mantenere la candela nell’alloggiamento.
  17. Samuel Hobday brevetta di nuovo uno smoccolatoio, stavolta privo e di leve e di molle.
  18. Thomas Motley brevetta alcune migliorie nella costruzione dei candelieri o delle lampade, nonché delle candele da farvi bruciare.
  19. Thomas Lees il giovane brevetta delle migliorie negli smoccolatoi, “che consistono nel perfetto spegnimento e nell’impossibilità per il moccolo di riaccendersi, grazie alla pressione e all’esclusione dell’aria dell’atmosfera, indipendentemente dall’apertura delle palette dello smoccolatoio”.
  20. James Simpson, fabbricatore londinese di strumenti chirurgici, presenta uno smoccolatoio d’acciaio “con leve composite sui manici per mantenere il moccolo nella camera del ricettacolo quando gli smoccolatoi sono riaperti.
  21. William Palmer brevetta un congegno per la produzione e il fissaggio delle candele.
  22. Thomas Walzer brevetta uno spegnitoio ad azionamento automatico per i candelieri con molle, per mezzo di un chiodo messo a contatto con un dispositivo d’arresto o di bloccaggio.
  23. Henry Needham Scope Shrapnel brevetta alcune migliorie negli smoccolatoi “per conservare il moccolo per mezzo di una serie di chiodi o proiezioni nel ricettacolo”.
  24. James Barlow, di Birmingham, brevetta alcune migliorie nella costruzione dei candelieri allo scopo primario di fissare le candele.
  25. Charles Greenway, di Douglas, nell’Isola di Man, brevetta una miglioria negli smoccolatoi, per conservare il moccolo.
  26. John Lee Stevens e John King brevettano migliorie nella regolazione e nel fissaggio del candeliere.
  27. Septimus Cocking, di Birmingham, brevetta delle migliorie nella produzione della fiamma, facendo bruciare olio, sego e cera, e nel congegno di regolazione e spegnimento della stessa.
  28. Francis Prime Walker Junior brevetta migliorie nella manifattura di candele e candelieri, che consistono in: un candeliere perfezionato per fissare tre candele diverse così vicine tra loro che quando bruciano si uniscono in una sola fiamma; in un fissatore automatico per sistemarvi candele di diametri diversi; in smoccolatoi perfezionati.
  29. Thomas Clive, di Birmingham, brevetta migliorie nella costruzione dei candelieri consistenti in un perfezionamento del “push-up” dei candelieri, e inoltre in un fissatore elastico per assicurare stabilmente la candela.
  30. William Young brevetta migliorie nelle lampade e nei candelieri.
  31. Mark Freeman brevetta delle migliorie nel congegno dei candelieri e negli strumenti impiegati nell’uso delle candele di cera e di giunco.
  32. Frederick Oldfield Ward e Mark Freeman, brevetti consistenti in calotte refrigeranti.
  33. John Butt brevetta “alcune migliorie nei candelieri” (non vi sono aggiunte specifiche).

 

Per i collezionisti sarà una bella ricerca estrapolare dalla lista summenzionata il particolare inventore alla cui mente debbono gli smoccolatoi in loro possesso. Quasi tutti gli smoccolatoi recano un’indicazione dell’origine, mediante marchi, lettere brevettate, o altro.

 

 

CANDELIERI DA CAMERA

 

Come lascia intendere il nome, erano e sono ancora destinati alla stanza da letto. Nonostante l’avvento del gas e della luce elettrica, il candeliere da camera è usato ancora costantemente, ed è probabile che continui ad esserlo fin tanto che la gente continuerà a dedicare un’ultima mezz’ora alla lettura a letto a lume di candela, considerata ancor oggi il modo migliore per rilassare la propria mente in vista del riposo notturno.

 

 

CANDELIERI PER ACCENDITOI (TAPERS)

 

Un altro ramo della famiglia dei candelieri era il supporto del piccolo accenditoio, utilizzato un tempo per fondere la cera mentre si sigillavano le lettere. Sono tutte piccole decorazioni molto attraenti, oggi particolarmente richieste dai collezionisti di Old Sheffield Plate, come ad esempio gli esemplari da mobiletto e le decorazioni da salotto. Il fusto del taper era di solito fissato ad un calamaio da scrittoio, e molto spesso formava la parte superiore del coperchio della scatoletta contenente le cialde. Un’altra forma aveva un manico e una striscia che correva lungo il mezzo dell’articolo, attorno alla quale si poteva avvolgere una lunga spira di cera e tirarla attraverso l’apertura in cima o il beccuccio. Era chiamata “wax winder”. Una terza varietà aveva forma simile, ma era rinchiusa nella cosiddetta “bougie box”, priva però del manico per avvolgere la cera, e la spira doveva essere tirata manualmente. Talvolta, indubbiamente, tutti e tre questi articoli erano utilizzati come accendipipa o accendisigari.

 

 

TOSTAFORMAGGI

 

Nell’Old Sheffield Plate i contenitori per formaggi erano sempre molto richiesti. Il formaggio era tagliato a fette sottili e quindi depositato su del pane, tostato o no, in questi contenitori, successivamente messi davanti al fuoco. Di solito gli interni dei contenitori erano divisi in due sezioni. Tutti i contenitori erano provvisti di comparti per l’acqua calda e, come nel caso dei contenitori per verdure, l’acqua calda poteva essere versata all’interno del rivestimento isolante del contenitore svitando il manico oppure sollevando un piccolo cappuccio laterale. Dalla manopola del contenitore era fissata ad una piccola presa sul manico una catena, che manteneva alzato il coperchio del contenitore in modo che il calore si riflettesse sul formaggio, il che era di grand’aiuto nel processo di tostatura. Entro il 1830, la produzione dei tostaformaggi scomparve quasi completamente.

 

SOTTOBOTTIGLIA

 

Le varie descrizioni di quelli che normalmente si definiscono “coasters 92 causano una certa confusione. Nei più antichi libri di modelli sono descritti come vassoi per bottiglia (bottle trays) o supporti per bottiglia, ma descrizioni quali “caraffa” (decanter) o supporti per “bottiglia” – o coasters tout court – sono quelle oggi attribuite loro più spesso.

Nei primissimi tempi dell’industria vi erano solo pochi di questi vassoi per bottiglia, un numero insufficiente ad annoverarli nell’elenco del 1774. Verso il 1800, la loro produzione era aumentata a livelli considerevoli, a causa soprattutto dell’introduzione dei bordi d’argento, che aggiungevano molto al loro aspetto artistico; e con l’avvento dei decanter decorati in cristallo a taglio profondo aumentarono pure i disegni decorati dei sottobottiglia. Negli estratti ricavati dal libro dei vecchi articoli di p.196 sono dati 15 modelli differenti di vassoi per bottiglia. Le primissime forme di sottobottiglia, soprattutto quelle traforate, prodotte prima del 1785, sono molto carenti nella finitura dei bordi esterni, mancando i bordi d’argento. In generale evidenziano un chiaro aspetto ramato che toglie molto alle belle variazioni nella traforatura, visibili intorno ai lati.

L’origine del “carrello per il vino” 93 va attribuita al genio creativo di Sir E. Thomason, di Birmingham, e a questo proposito si leggeranno con interesse i passi che seguono, tratti dalle sue memorie:-

“Molti anni fa, Lord Rolle mi fece visita allo stabilimento, dicendo di aver pranzato con Sua Maestà Giorgio IV il giorno prima, e che Sua Maestà era lieta di manifestare il proprio rincrescimento per dover i suoi nobili ospiti seduti dall’altra parte del tavolo levarsi dal posto per passare il vino, e commentava con lui (Lord Rolle), “poiché m’ha detto che si recherà a Birmingham domani, farebbe meglio a passare da Thomason, il quale potrebbe inventare un disegno per ovviare a tale inconveniente”.

A Lord Rolle suggerii che dei supporti su rotelle per caraffa erano, a mio avviso, l’unica soluzione adottabile; e possedendo i begli stampi con le vittorie dell’ultima guerra, 40 di numero, ossia dallo sbarco in Portogallo alla conquista di Parigi, e alla sistemazione di Napoleone a Sant’Elena, raccomandai di mettere queste medaglie attorno ai bordi perpendicolari piatti dei supporti per bottiglia, in modo da riempirne quattro, adattandoli perciò a due carrelli, il tutto in argento e riccamente dorato, e che ogni carrello avesse delle rotelle finemente decorate. 94 La sua signoria approvò i miei suggerimenti e chiese che non si perdesse tempo ad eseguirli, e che, quando pronti, fossero spediti al Marchese di Conyngham. Al loro arrivo Sua Maestà espresse totale benestare all’idea. Qualche tempo più tardi il Re li presentò al Duca di Wellington. 95

 

 

 

 

CAFFETTIERE

 

Le caffettiere in Old Sheffield Plate possono essere divise in quattro categorie.

La prima comprende il “coffee pot”, ricavato nella concezione da quelli in argento massiccio, quando il settore degli articoli placcati vide per la prima volta la luce come industria. Questi pots sono sorprendentemente numerosi persino oggi, e il loro spessore di rame, come quello dell’argento depositato, è stato loro d’aiuto durante i 150 anni e rotti trascorsi da quando furono messi per la prima volta sul mercato dai produttori in Old Sheffield Plate (si vedano le prime due illustrazioni a p.260). La seconda include i “bricchi” (jugs) per il caffè, apparsi per la prima volta intorno al 1787, dopo l’introduzione dei supporti d’argento e d’altri metodi di manifattura perfezionati (si veda p.262).

Tali articoli sono descritti talvolta come “biggins”. Biggin o bagging è un termine dialettale delle regioni del nord indicante il rinfresco tra i pasti regolari. Il baggin-time sono o le 10 del mattino, o le 4 del pomeriggio. Descritto correttamente, il biggin è un recipiente di capacità leggermente superiore ad una pinta, fabbricato con un coperchio alto, che essendo separato può fungere da piattino. Un coffee biggin è un bricco con orlo e coperchio, all’interno del quale vi è un ripiano su cui può stare un filo di ferro rotondo per tenervi la mussolina del tè, al momento di filtrare il caffè.

La terza categoria è quella della macchinetta del caffè (coffee percolator – si veda l’illustrazione in alto a p.262), e all’incirca dello stesso periodo è il coffee pot più piccolo o con manici laterali, con orlo o beccuccio, la cui capacità varia da ¾ di pinta ad una pinta e mezza, con sotto un supporto e una lampadina (si veda p.263).

I vecchi placcatori non producevano le cioccolatiere su vasta scala, sebbene Sketchley le menzioni nel suo elenco del 1774. Negli estratti degli articoli prodotti tra il 1788 e il 1815, fornito a p.197, è descritto un solo modello.

 

 

COPERCHI PER TAGLI DI CARNE E PIATTI DA CACCIAGIONE, PIATTI DI PORCELLANA FINE, ECC.

 

I copripiatto anteriori al 1800 s’incontrano di rado. Il 1810 è la data approssimativa della loro introduzione nelle lunghe schiere o set di dimensioni variabili dai 10” ai 24” di lunghezza, usati in un primo tempo soprattutto dai locandieri. Nel libro di modelli del periodo 1788-1815 ne sono descritte solo 6 varietà. Entro il 1820, nell’edizione rivista pubblicata allora, il numero era salito a 21. All’introduzione dei disegni a decorazioni floreali, intorno al 1815, essi acquisirono molta popolarità nelle abitazioni private, mentre 10 anni più tardi le loro dimensioni erano divenute sontuose, variando i set di allora da 12” a 26” di lunghezza. E’ un peccato che mentre questo libro è scritto essi siano fuori moda, perché forse nessun articolo si presta meglio di un grande copripiatto Old Sheffield plate ad una decorazione elaborata.

Il buon vecchio taglio di carne inglese, servito caldo al pasto di mezzogiorno, eccetto che nei pranzi commerciali e al mercato, è oggi quasi un ricordo del passato, e poiché ora nessuno desidera diventare un esperto di trinciatura della carne, non vi è più domanda per il grande piatto per la carne Old Sheffield da 26”, con il contenitore per l’acqua calda e il copripiatto da 24”. Questi ultimi articoli si possono tuttavia ancora trovare come abbellimenti per le credenze degli alberghi nei distretti rurali. In passato furono fabbricati molti coperchi, come mostrato nell’illustrazione di p.266, per l’uso sui piatti di porcellana fine, ecc.

 

 

PIATTI DA PASTO E PER CARNE, E ALTRI

 

Con il declino nell’uso dei grandi piatti e coperchi per cacciagione, è pure cessata la richiesta per i grandi piatti placcati d’ogni sorta. Oggi i piatti placcati per carne sono annoverati tra molti altri articoli Old Sheffield sopravvissuti alla loro vita utile a scopo domestico, sebbene in alberghi e ristoranti se ne trovino ancora.

Forse l’intraprendenza mostrata negli ultimi anni dai produttori di porcellane fini nell’incrementare la loro gamma d’articoli a fini domestici, e anche nel rendere più convenienti le proprie produzioni, potrebbe in qualche misura aver causato la scomparsa dalle nostre case di molti articoli placcati che un secolo fa si usavano quotidianamente.

Il piatto da pasto Old Sheffield con la sommità incavata, mostrato nell’illustrazione in basso nella pagina successiva, può rivelarsi un articolo utilissimo su cui posare un piatto di porcellana fine nell’ora dei pasti, per mantenere caldo il contenuto.

Si fabbricano ancora spesso tuttavia dei servizi completi, consistenti in piatti per carne e zuppa in “argento a 925/1000”.

Il vassoio grande per coltello, forchetta e cucchiaio nell’illustrazione qui sotto, è un pezzo eccezionale in termini di dimensioni. Reca il pennacchio di una nota famiglia nobile inglese, ed è stato evidentemente scartato. Una volta servito il pasto, la posateria e il resto erano smistati e depositati nelle tre partizioni mostrate. Verrebbe tuttavia da credere che l’articolo stesso richiedesse quasi altrettanta pulizia del contenuto.

 

 

OLIERE (CRUET FRAMES) E SALSIERE (SOY FRAMES)

 

Fino alla riscoperta dei più antichi (finora noti) libri descriventi i modelli del commercio in Old Sheffield Plate, vi è sempre stata controversia sul luogo in cui nel XVIII sec. i placcatori si rifornivano di vetro. L’articolo sul vetro che appare nella prima parte del lavoro (si veda p.67), benché tratti quest’argomento in modo esaustivo, ci lascia tuttavia stupiti di fronte agli immensi quantitativi di tale materiale che potrebbero aver trovato un mercato più di un secolo fa. Senza prendere in considerazione i vetri forniti per gli épergnes, le liquoriere, le saliere e le mostardiere, ecc., si resta stupiti nello scoprire che includendo le salsiere, il numero dei vari modelli d’ampolliera in vetro, indicati alle pp.196 e 197 nei libri di quell’azienda, dovrebbe ammontare a 570.

Le salsiere ed oliere – con le loro svariate combinazioni ed assortimento di modelli –, sono sufficientemente illustrate in questo libro per dare un’idea generale delle diverse mode e richieste in questo ramo dell’industria. Il nome soy è preso in prestito dal Francese, e significa salsa.

 

 

SERVIZI DA COMUNIONE

 

Specialità di Robert Gainsford, che registrò il marchio con la testa d’elefante nel 1808, era la produzione d’articoli Old Sheffield Plate per i luoghi di culto, e intorno al 1810 egli pubblicò un catalogo completo di disegni e prezzi di candelieri per altare, coppe per comunione, patene, scatole per stuzzicadenti, cibori, bruciatori per incenso, ampolliere per altare, ecc.

Gainsford era cattolico, e sembra avesse ricevuto molto sostegno da quest’”etichetta” nella produzione d’articoli destinati in genere alle chiese e alle cappelle cattoliche.

Nei cataloghi degli altri produttori si trovano soltanto qui e lì alcune illustrazioni di servizi da comunione, semplici nella forma e normalmente del tipo qui illustrato.

In questo paese si possono trovare moltissimi recipienti placcati per comunione di produzione francese. La maggioranza sembra esser stata prodotta nella prima parte del XVIII sec. (si veda l’illustrazione della piccola ampolliera per altare a p.168).

 

 

 

 

ANELLI PER PIATTI (DISH RINGS), O CERCHI (RIMS)

 

Questi articoli, oggi più comunemente noti col nome di “Potato rings”, – la cui origine è per un certo verso un mistero - erano solitamente punzonati e traforati per mezzo di metodi impiegati nelle fabbriche di Sheffield (spiegazione alle pp.118-119). Gli anelli traforati in argento di produzione irlandese ritraevano soprattutto scene campestri – pastori e pastorelle, animali di fattorie, abitazioni e capanni, covoni, fiori, uomini e uccelli, ecc., mentre gli anelli placcati di Sheffield recavano decorazioni a volute e festoni, ottenute mediante cesellatura in bassorilievo (flat chasing), e tanto la traforatura quanto i punzoni erano del modello a strisce e decorazioni floreali, ecc. Approssimativamente, gli anelli per piatti possono essere divisi in quattro tipi, il primo dei quali è cesellato in altorilievo, il secondo in bassorilievo e definito comunemente “flat chased”, il terzo traforato e inciso, mentre il quarto consisteva semplicemente in anelli fatti di supporti in filo metallico piegato assicurati ad un sostegno in filo metallico modellato così da trasportare in sostanza ogni forma di piatto ovale o rotondo. Gli anelli di quest’ultima categoria erano fatti in diversi modi, e la forma più comune era utilizzabile con un piatto ovale o rotondo a scelta, rovesciando il cerchio stesso; altri erano prodotti per reggere due misure diverse di piatti rotondi, e di tanto in tanto si trovano anelli ovali trattabili allo stesso modo (si veda p.282).

Il Sig. Westropp, in merito alla definizione “Irish Rings”, fa notare che quelli in argento, sempre circolari, nei libri dell’Ufficio dell’Assaggio di Dublino erano descritti come “Dish Rings”, mentre nei vecchi cataloghi di Sheffield erano talvolta nominati “Dish Rims”. Avendo avuto per le mani un gran numero di questi articoli, non ne ha mai riconosciuto uno che fosse stato prodotto prima del 1750. Ne ha trovati menzionati negli annunci d’asta nei vecchi giornali di Dublino, nell’ordine seguente:-1762, un “Supporto per piatto”; 1776, “un Ring per la tavola”; 1780, “un Ring per il centrotavola”.

Finora nessuno dei vecchi cataloghi d’articoli placcati di Sheffield, pubblicati in genere a fini commerciali, ha svelato un’illustrazione dei cosiddetti stili o forme irlandesi d’anelli per piatti traforati. Il che porterebbe naturalmente a concludere che fossero articoli prodotti esclusivamente per il mercato irlandese.

Nelle pagine successive sono fornite delle illustrazioni di cosiddetti dish rings irlandesi, di cui tre di proprietà del Sig. M. L. A. West di Dublino. Gli appunti del Sig. West su questi articoli saranno tenuti in grande considerazione, poiché egli si è interessato molto all’argomento. Afferma: “Oggi si ritiene generalmente che questi anelli siano stati prodotti come supporti per le tazze da punch in porcellana fine, assolvendo così il duplice compito di sollevare le tazze in modo da mostrarle meglio, ed evitare che danneggiassero il mogano; molta gente si rifiuta di carezzare l’idea accolta in origine che gli anelli fossero usati sempre come supporti per le potato bowls in legno. Personalmente ritengo che fossero impiegati in entrambe le vesti, e in tal caso erano usati per la maggior parte del pasto, costituendo certamente delle bellissime decorazioni da tavola. Immagino che questi anelli siano stati costruiti all’incirca nello stesso periodo in cui l’Old Sheffield Plate entrò in voga. Una volta possedevo un paio d’anelli per piatti Old Sheffield, cesellati in altorilievo, ma l’ornamento consisteva di solito in volute, fogliame e decorazioni floreali, e non era sul genere cortile, peculiarmente irlandese, in argento, di cui ho visto soltanto un esemplare Old Sheffield”.

Il Sig. West ritiene che tutti gli anelli in Old Sheffield Plate siano stati effettivamente prodotti a Sheffield, e ciò trova conferma negli altri articoli placcati e traforati di Sheffield illustrati in questo volume, i quali recano il medesimo stile decorativo. Partendo dai duplicati di saliere d’argento, cestini, ecc. trovati in argento massiccio, è stato inoltre possibile identificare i produttori di Sheffield e le date approssimative di produzione di alcuni anelli (si veda p.280).

 

 

METODO DI PRODUZIONE DEGLI ANELLI PER PIATTI

 

Il processo adottato nella produzione degli anelli per piatti in Sheffield Plate è il seguente:-

Presa una lamina di metallo fuso, placcata su ambo i lati, da 18” a 20” di lunghezza per 4,5”/5” di larghezza, l’operaio la girava in su e la saldava insieme a forma di cilindro, conferendole quindi l’aspetto di una mezzaluna crescente con delle martellate su un blocco ligneo disegnato allo scopo, leggermente più largo ad un’estremità rispetto all’altra. In seguito, avendo ottenuto grazie a questo metodo un anello della forma richiesta, ossia affusolandolo leggermente ad un’estremità, lo martellava di nuovo su di un tassetto d’acciaio fino ad ottenere lo spessore necessario.

Il processo successivo era la decorazione, eseguito nel caso degli anelli placcati di Sheffield con l’aiuto di un bancale e di un punzone per la punzonatura al volo; in altre parole, sul modello si esercitava pressione in questa maniera. Dopodiché, per stampare il lavoro traforato nel modello, erano necessari i servigi della macchina per la traforatura “al volo” e la punzonatura (si veda l’illustrazione a p.119). A questo punto l’anello era pronto per la montatura, operazione compiuta saldando su di un supporto in argento sottile stampato, a filettatura, a modanatura - talora a S, in armonia con lo stile del modello d’anello, mentre le particelle di metallo del supporto erano sovrapposte al bordo esterno dell’anello in modo da formare una protezione.

Dopo aver brunito e levigato a mano con cura, l’anello era pronto per l’uso.

 

 

PIATTI PER PRIMA PORTATA (ENTRÉE DISHES)

 

Un tempo, i più importanti articoli per uso da tavola erano indubbiamente i piatti per prima portata, e quando l’antico commercio in articoli placcati raggiunse l’apice della prosperità, le loro forme e varietà erano innumerevoli. Per come li conosciamo oggi, prima del 1785 furono prodotti solo occasionalmente, e assai raramente prima del 1775. I manici dei più antichi piatti per prima portata sono di solito alle estremità e non sui coperchi. Nei libri che risalgono al XVIII sec. erano descritti come “double dishes”, “steak dishes” e “hash dishes 96, gli ultimi fabbricati con supporti, con e senza lampade da riscaldamento. Normalmente il piatto per prima portata era accompagnato da un “warmer97, le cui forme più antiche erano riscaldate per mezzo di un ferro rovente depositato su di una struttura in metallo alla base. Il coperchio superiore del warmer su cui riposava il piatto era traforato (si veda l’illustrazione di p.289). Seguiva quindi l’adattamento del piatto all’interno di un warmer contenente acqua calda, senza l’aiuto del ferro rovente (si veda p.286). Per servire torte e gelatine erano prodotte innumerevoli varietà di piatti diversi, sebbene fossero usate a tale scopo anche le metà inferiori dei piatti per prima portata. I piatti da verdura erano solitamente di forma rotonda, con un rivestimento protettivo esterno per l’acqua calda. Il manico si svitava, e l’acqua calda era versata nel tubo cavo. Altri erano provvisti a questo scopo di una vite ad innesto, mentre il piatto stesso era diviso in tre sezioni di cui una rimovibile (si veda p.288).

 

 

EPERGNES E PLATEAUX

 

Forse il trionfo del commercio in Old Sheffield Plate fu il prodotto delle meravigliose combinazioni di piatti da centrotavola e da contorno, attorniati da pepaiole, mostardiere, saliere e ampolliere, su di un supporto girevole. Sembrano esser stati immensamente popolari verso gli ultimi anni del XVIII sec.; e come “Epergnes”, nell’elenco Sketchley delle produzioni del 1774, fornito a p.196 di questo libro, è assegnato loro il posto d’onore.

La riparazione dei resti (così definibili) di questi delicati pezzi da centrotavola modellati del primo periodo ancor oggi esistenti, è pressoché disperata. Pochissimi si troveranno completi, e di certo nessun domestico oggigiorno saprebbe maneggiare tali combinazioni di vetro e materiale in filo di ferro senza danneggiarli seriamente (si veda p.291). Come riuscissero i domestici a trattarli una volta è un mistero, ma evidentemente c’era chi in casa li aveva. Il costo di questi pezzi da centrotavola, inoltre, era relativamente elevato, in media dalle 15 alle 21 ghinee per ciascuna vendita all’ingrosso.

Si passa quindi agli Epergnes del tardo XVIII ed inizio XIX sec., in filo metallico su di un supporto girevole, per tenere frutta e fiori. Questa varietà attira sempre elogi da parte degli esperti. I loro fusti delicatamente modellati ruotano su di un perno fissato in un alloggiamento verso la base e fungono da supporto per un numero di cestini di norma compreso tra i cinque e gli otto, tutti separabili e utilizzabili come ricettacoli separati per dolciumi o altri scopi (si vedano le pp.292, 293).

L’ultima forma di pezzo da centrotavola Old Sheffield fu un autentico trionfo del vetro intagliato e della decorazione floreale pesante. Questi épergnes del tardo periodo georgiano sono oggetti assolutamente straordinari, una volta messi in mostra sulla tavola da pranzo e riempiti di frutta o fiori. Per quanto riguarda l’aspetto artistico delle ultimissime produzioni Old Sheffield, sarebbe ingiusto scriverne senza premiare con un elogio gli operai che le produssero. Le loro varie parti sono unite così perfettamente che l’unione delle giunzioni può essere individuata solo da dei tecnici. Essendo realizzazioni raffinate dell’industria, va loro attribuito un posto molto importante (si vedano le pp.294-5-6).

In genere questi épergnes si trovano – tranne che nel caso in cui siano stati usati negli alberghi – in condizioni perfette, poiché a causa dell’immensa mole di pulizia necessaria, erano tirati fuori per l’uso soltanto in occasioni particolari. Sfortunatamente tuttavia sono inutili troppo spesso, sia da un punto di vista artistico che pratico, a causa della mancanza dei cristalli. Un épergne privo dei cristalli è penoso a vedersi quanto un’imbarcazione a vela che abbia resistito ad una tempesta ma che abbia perso alberi e vele.

 

 

CALAMAI DA SCRITTOIO

 

I primi tentativi compiuti dai placcatori di Sheffield nella produzione dei calamai da scrittoio, ci aprono nettamente gli occhi sull’influenza nel disegno esercitata dagli argentieri londinesi di quel tempo, nelle prime fasi dell’industria. Questi calamai da scrittoio prodotti in tempi rapidi, dai corpi traforati e dalle lunghe decorazioni a volute ricurve cesellate, sono assai rari. La loro scomparsa si deve al fatto che, essendo stati prodotti prima dell’utilizzo del filo metallico placcato o dei bordi d’argento, mancavano della protezione necessaria agli articoli soggetti ad un’usura particolarmente forte.

Lord Nelson era un ammiratore dell’Old Sheffield Plate, e si racconta che esiste ancora un calamaio da scrittoio da lui usato nella battaglia di Copenhagen del 1801, presentatogli dal Capitano James Clarke dopo la battaglia come oggetto ricordo. 98

Nella pagina seguente si vedrà un piccolo calamaio, con manico a forma d’ancora, recante il marchio della D. Holy, Parker & Co., fabbricato intorno al 1804. Si è affermato che questo calamaio fu anch’esso un tempo di proprietà di, e fatto per, Lord Nelson. Benché non sia impossibile trovare un piccolo articolo a bordo di una vecchia nave da guerra, è però più probabile che il disegno sia stato influenzato dalle vittorie ottenute da Lord Nelson in quel periodo. Non essendo alcun duplicato venuto alla luce finora, presumibilmente il modello non fu messo sul mercato per le vie canoniche.

Tra gli altri oggetti offerti in vendita intorno alla data d’acquisto di questo calamaio (1895), vi erano un set di quattro piatti per prima portata Old Sheffield recanti il cimiero di Lord Nelson, con molte altre reliquie, sia in argento e placcate, oggi custodite nelle pubbliche istituzioni e presso privati, compreso il famoso vaso Flaxman-Nelson in argento dorato, appartenuto in passato al defunto Re Edoardo VII. 99

 

BOLLITORI SU SUPPORTI, CON LAMPADE

 

I bollitori in Old Sheffield Plate non sono molto numerosi. Nei vecchi elenchi d’articoli del libro del primo periodo, citato a p.197, sono indicati soltanto 6 modelli differenti, ma nei successivi libri di modelli, compilati tra il 1815 e il 1830, sale a 10.

 

 

LIQUORIERE (LIQUOR FRAMES)

 

Pur trovandosi elencate 328 varietà di liquoriere assieme agli altri articoli in uso un secolo fa nella lista dei modelli di p.197, il che mostra quanto dovettero essere richiesti il gin, l’hollands 100, il rhum ed altre curiose bevande allora in voga (a testimonianza di ciò si considerino le etichette per vini illustrate nella pagina precedente), non si può dire che oggi per questi articoli esista una qualche richiesta; e forse lo stesso appunto vale con qualche differenza per le ampolliere e le altre combinazioni di cristalleria e argento, e di argento e vasellame. Sia esso in Old Sheffield o in argento antico, ogni articolo in cui il vetro sia eccessivamente preminente nella struttura, oggi non è ricercato né dal collezionista né dal pubblico. Le liquoriere e le oliere possono attualmente essere acquistate ad 1/10 dei prezzi ottenuti per le varietà più generiche e popolari d’articoli, sia in argento antico e in Old Sheffield Plate.

 

 

PITCHERS O JUGS 101

 

Indubbiamente gli articoli di vasellame placcato a fusione più inutili e certamente più graziosi, sono i jugs fabbricati dai produttori di Old Sheffield Plate. Non abbondano tuttavia, e di conseguenza i prezzi ottenuti oggi per gli esemplari di valore sono relativamente elevati. “Pitchers” è la denominazione attribuita loro dal principio nei vecchi libri d’articoli del settore. Un pitcher ben fatto e modellato, è un articolo che forse quanto ogni altro si presta alle decorazioni prevalenti tra il 1770 e il 1790. Questo fatto sembra esser stato compreso pienamente tanto dai maestri ceramisti quanto dai placcatori di Sheffield di quel periodo. Gli argentieri loro contemporanei rimasero tuttavia un po’ indietro nelle produzioni di pitchers in argento massiccio. Sembra che questi articoli di vasellame antico si siano estinti con l’avvento del “Biggin”, che poteva essere usato per il caffè, il latte, l’acqua o il cacao. Alla pagina seguente sono fornite delle illustrazioni di grandi jugs per il negus 102 o il claret 103, oggi assai difficili da incontrare.

 

 

SALIERE, MOSTARDIERE E PEPAIOLE 104

 

Fra gli articoli rimasti in uso giornaliero costante dai più antichi documenti dell’industria della placcatura fino ai giorni nostri, va data importanza alle saliere e alle mostardiere. Si noterà che 138 delle prime, e 65 delle seconde, in modelli diversi, sono elencate a p.197 negli estratti dal vecchio libro dei modelli. Le saliere del periodo Giorgio III fruttano sempre prezzi elevati quando sono messe all’asta, siano esse in Old Sheffield Plate o in argento, mentre le mostardiere hanno di recente raggiunto cifre quasi proibitive. Com’è solito sia con l’argento antico, sia con l’Old Sheffield Plate di questo periodo, le varietà traforate di questi articoli sono quelle maggiormente ricercate dagli intenditori. Se in ogni caso sono ben conservati, è molto difficile distinguere gli esemplari placcati da quelli in argento.

Sembra che i placcatori di Sheffield abbiano prodotto quasi altrettante saliere e mostardiere in argento massiccio che in placcato argento. Essendo forse più a buon prezzo delle saliere e mostardiere prodotte a Londra, per via dei metodi di traforatura adottati per risparmiare lavoro, probabilmente i produttori di Sheffield avevano un mercato più ampio per questi articoli rispetto agli argentieri di Londra. Una forma di saliera con supporti in filo metallico, piatto dorato e grandi contenitori in cristallo profondamente intagliato, sembra sia stata propria di Sheffield, prodotta sia in Sheffield Plate e in argento, dall’inizio del XIX sec. fino alla fine dell’industria (si vedano le pp. 313 e 415).

La saliera rotonda a treppiedi illustrata alla pagina seguente, per quanto piccola, è uno dei pezzi più interessanti di Old Sheffield Plate finora venuto alla luce, per le seguenti ragioni:-

Le iniziali H. T. (usate dalla Tudor & Leader), ripetute tre volte (un marchio di punzone è stato cancellato dal riparatore) indicano chiaramente che l’articolo fu fabbricato prima del 1773, quando fu approvata una legge che impediva tale produzione, poiché rassomigliava troppo da vicino ai marchi d’argento contemporanei (si veda la Parte X).

Il fatto che l’articolo sia indubbiamente stato ricavato da una lamina fusa, placcato davanti e dietro, risolve la contesa (non essendo la saliera stata sottoposta a galvanostegia in tempi successivi) sulla possibilità che la placcatura su entrambi i lati del lingotto fosse stata scoperta prima del 1803. 105

Il corpo è stato modellato a mano, acquisendo grande robustezza e rigidità. La decorazione a festoni è stata ricavata da uno stampo separato, fissata quindi sopra con della lega per saldatura.

Il supporto smerlato in rilievo, anch’esso saldato sopra a parte, è stato ricavato da uno stampo e duplicato, per conferirgli robustezza.

I piedini sono stati stampati da due stampi separati, davanti e dietro, e saldati insieme, dopo esser stati riempiti inizialmente di stagno e piombo.

Questa saliera ha subito un’usura notevole e il sale ha corroso il metallo in due punti, dove è stato riparato con una piccola toppa d’argento in ambo i casi. Le fattezze seguono tutte da vicino le linee delle saliere in argento a treppiedi fabbricate a Londra intorno agli anni 1760-1770, e si deve concludere che essa è stata fabbricata da un argentiere formatosi in quella città.

 

 

SALVERS E ALTRI VASSOI (TRAYS)

 

I waiters, o salvers, furono tra i primissimi articoli prodotti da Joseph Hancock quand’egli avviò la produzione d’articoli placcati, e più indietro in questo lavoro si troverà illustrato un esemplare di salver in Old Sheffield Plate regalato da Boulsover alla figlia Mary in occasione del suo matrimonio nel 1760 (si veda p.25). Sarebbe interessante sapere chi sia il produttore di quest’articolo, ma sfortunatamente è impossibile accertare il fatto.

Nella manifattura dei salvers andava prestata più attenzione che nel caso della maggioranza degli articoli fabbricati un tempo, per via della notevole usura cui essi erano sottoposti nell’uso quotidiano costante. La questione della produzione dei waiters e degli altri vassoi è stata già trattata nel libro in maniera abbastanza esaustiva, cosicché adesso resta soltanto da illustrare alcuni degli stili più popolari. Per quanto riguarda i bordi o i supporti, i differenti disegni dei waiters e degli altri vassoi durante la prima metà del XIX sec. sono veramente stupefacenti, e testimoniano una ricca creatività concettuale da parte dei produttori dello Sheffield Plate, cui gli argentieri londinesi di punta non si avvicinarono mai.

 

 

 

VASSOI PER SMOCCOLATOI

 

La varietà di modelli e stili dei vassoi per smoccolatoi è veramente sorprendente. Possono essere classificati insieme ai sottobottiglia come le creazioni più comuni e ricercate dei produttori di Old Sheffield.

Prodotti in origine sempre come supporti su cui piazzare gli smoccolatoi, oggi sono utilizzati per vari scopi, ad esempio come vassoi per dolciumi, penne e articoli da toilette, posacenere, ecc. ecc. Alcuni esperti possiedono collezioni intere di questi piccoli articoli popolari di vari periodi, stili e formazione, di alcuni dei quali è fornita l’illustrazione.

 

 

SALSIERE (SAUCE TUREENS) E ZUPPIERE (SOUP TUREENS), SAUCE BOATS 106

 

Le più antiche salsiere in Old Sheffield Plate sono piuttosto leggere e non molto grandi, con una capacità che raramente supera i ¾. Le salsiere ovali, descritte nei libri dei modelli come “canoe ovali”, erano popolarissime tra il 1790 e il 1800; oggi però sono molto rare. Ciò è abbastanza sorprendente, poiché nelle liste dei modelli del tardo XVIII sec. sono descritte innumerevoli varietà di queste forme. I grandi esempi di zuppiere a decorazioni floreali dell’inizio XIX sec. sono un successo di bravura tecnica, sia nel disegno, sia nell’esecuzione, e oggi fruttano prezzi elevati.

Le salsiere Old Sheffield Plate superavano in numero le zuppiere con un rapporto di 10:1 nelle varietà dei modelli. Erano sempre vendute a coppie, e oggi quando sono messe all’asta fruttano prezzi elevati. Sketchley cita delle tureens nel suo elenco del 1774, ma non chiarisce se si tratti di zuppiere o salsiere. Tuttavia, le salsiere riprendevano da vicino le caratteristiche delle zuppiere, e viceversa. Nei vecchi libri dei modelli sono entrambe classificate sotto un unico titolo, ossia “tureens”. La manifattura di sauce boats o butter boats 107, con orli, ebbe inizio con l’introduzione della placcatura su entrambi i lati, intorno agli anni 1763-1770.

 

 

CUCCHIAI E FORCHETTE, E ALTRI ARTICOLI

 

Forse l’unica categoria d’articoli cui i produttori di Old Sheffield Plate rivolsero l’attenzione non con pieno successo, fu il vasellame da tavola sotto forma di cucchiai e forchette, mestoli per zuppa, cucchiai per sugo, ecc. Nel corso dello sviluppo dell’industria furono effettuati ripetuti tentativi di soppiantare le più popolari produzioni in argento massiccio, ma con scarso successo.

Si possono trovare ancora innumerevoli cucchiaini leggeri da tè e pinze per zucchero, prodotti tra il 1770 e il 1790, ricavati da filo metallico trafilato con cesellatura in bassorilievo sui manici. Altri erano ottenuti da filo metallico attorcigliato, ma gli esemplari sopravvissuti di questi cucchiaini da tè e pinze conservano poco o nulla dell’argento. Alcune delle pinze sono marchiate internamente agli archi “BEST PLATE”, altre “PLATED”, e sui manici dei cucchiai troviamo SOLID SILVER.

Nella pagina successiva sono illustrate delle produzioni primo periodo di cucchiai, forchette placcate, ecc. I manici dei due cucchiai da tavola modello Fiddle illustrati, sono stati ricavati da metallo spesso, quindi cesellati sui lati, mentre le tazze – saldate sopra a parte – sono ricavate da stampi. Si può distinguere l’incastro a coda di rondine, nel punto in cui il manico è stato saldato alla tazza.

Sembra che nella storia dell’industria si fosse tentato molto presto di produrre forchette placcate, di cui pure sono fornite delle illustrazioni. Queste forchette erano ricavate a stampo da metallo placcato longitudinalmente in due metà intere, successivamente saldate insieme dopo esser state riempite interamente con una miscela di stagno e piombo (citata negli appunti di Dixon, p.30).

Le difficoltà che i produttori di Sheffield Plate dovettero affrontare nella produzione di cucchiai e forchette placcati, possono esser facilmente comprese per mezzo delle illustrazioni fornite a p.337 del moderno metodo produttivo. Queste difficoltà derivavano dalla necessità di ritagliare da metallo molto spesso (di vari calibri), i pezzi grezzi da cui si dovevano ottenere i cucchiai e le forchette. Un tempo, il ritaglio dei pezzi grezzi, che doveva necessariamente intraprendersi dopo la placcatura di questi, esponeva una superficie a nudo troppo estesa per gli articoli che sarebbero dovuti venire a contatto con il cibo, e il sistema di foggiatura (successivo alla placcatura del metallo) era anch’esso un modo procedurale assolutamente impossibile. Nel caso dei cucchiai e delle forchette in argento massiccio, si ricorreva universalmente a quest’ultimo metodo di produzione.

Fu solo tra il 1840 e il 1850 che i produttori di Sheffield cominciarono a produrre cucchiai e forchette, sia in argento, che in placcato argento, sempre in grandi quantità. L’introduzione del processo di galvanostegia ne rivoluzionò completamente la produzione. Le difficoltà fin lì incontrate svanirono completamente una volta resa possibile la placcatura con argento degli articoli dopo il ritaglio, stampaggio, limatura e brillantatura di questi. E quando i produttori di Sheffield fecero proprio il mestiere della produzione di cucchiai e forchette placcati, assorbirono gradualmente anche la maggior parte della produzione in argento, in passato appartenuta quasi interamente agli argentieri londinesi.

Alla W. Hutton & Sons di Sheffield va il merito di esser stata la prima azienda a produrre cucchiai e forchette per mezzo del nuovo metallo inventato, l’alpacca (argentine), nel 1833. Questi articoli in un primo tempo erano placcati, mentre le punte delle forchette erano composte d’argento massiccio.

 

 

IL VASELLAME DELLO STAFFORDSHIRE, MONTATO DAGLI OLD SHEFFIELD PLATERS

 

Una caratteristica particolare dell’attività della T. Law & Co. sembra sia stata la montatura di vasellame in pietre preziose e diaspro, vasi, tazze, bricchi per latte e per crema, caraffe per acqua calda e un assortimento generale d’articoli. 108 Oggi però non sono affatto comuni, al di fuori delle aree delimitate dei musei e delle collezioni private; ma per le condizioni in cui si trovano – perfette –, sono sempre considerati preziosi dai collezionisti; i vari soggetti raffigurati in altorilievo attorno ai corpi di questi esemplari sono così numerosi da costituire un bell’insegnamento di storia classica, e una gran parte dei disegni è attribuita a Flaxman. Come gli Old Sheffield platers, i ceramisti si copiavano i disegni l’un l’altro, e si trovano articoli simili in argento e supporti Old Sheffield su questi, prodotti da Wegwood, Adams 109, Turner ed altri. Flaxman sarebbe tuttavia il disegnatore da cui essi trassero particolarmente ispirazione. Nacque nel 1755 e morì nel 1826, raggiungendo l’apice della fama durante il periodo più prosperoso sia per i ceramisti dello Staffordshire e per i produttori di Old Sheffield Plate. E’ interessante rilevare come il Sig. B. H. Hoole, che possiede il bellissimo vaso in grès e coperchio illustrati a p.340, sia pronipote di Thomas Law, che nacque nel 1717.

 

 

ZUCCHERIERE (SUGAR BASINS) E BROCCHE PER CREMA (CREAM EWERS)

 

Fino all’inizio del XIX sec., le zuccheriere in Old Sheffield Plate non furono mai prodotte unitamente alle cream jugs e ai vasi come “servizi”, ma le troviamo illustrate insieme alle cream jugs negli antichi libri di modelli dei vecchi placcatori, pubblicati intorno al 1798 (si veda p.413), descritte come “sugar bason” e “cream bason”. In realtà, e a parte la difficoltà da sempre incontrata nel far sì che tre pezzi di un servizio da tè appaiano omologhi, nei primi tempi le zuccheriere furono richieste più spesso per il tavolo da pranzo, come pure i cream jugs. Le prime erano sempre a portata di mano quando la sera si serviva il punch, e si disponevano i molti ingredienti associati al preparato per il punch.

Lo zucchero in polvere o passato al setaccio sembra sia stato utilizzato quotidianamente per molti anni, poiché troviamo setacci per zucchero descritti in dettaglio nei primissimi cataloghi di Sheffield Plate; mentre gli spargizucchero in argento col marchio della Regina Anna ed altri del primo periodo, sono ancora copiosi.

Gli spargizucchero di grandi dimensioni in Old Sheffield Plate sono molto scarsi, e in questo volume uno soltanto è illustrato.

 

 

SERVIZI DA CENA E MACCHINETTE PER IL TÈ 110

 

Gli esemplari di queste produzioni “combinate” sono assai scarsi; essi furono i più grandi e più costosi tra tutti gli articoli in Old Sheffield Plate. Un servizio da cena completo, comprensivo di saliere, piatti per prima portata e zuppiera su supporto girevole, come mostrato a p.345, costava in origine tra le 40 e le 50£. La macchinetta per il tè, illustrata a p.416 e riprodotta da un vecchio catalogo, costava 30£.

Vi potrebbero essere esempi d’entrambi i tipi chiusi a chiave nelle camere blindate delle banche, nei vecchi scrigni di metallo nelle case di campagna, o altrove; ma per quel che è l’interesse del collezionista medio, la prova della loro esistenza è della stessa natura di quella su cui poggia la sua conoscenza di un animale preistorico. Analogamente agli esemplari della fauna paleolitica, si possono trovare soltanto parti di quel che era in origine un’entità completa.

Per quanto riguarda i supporti da cena, erano presumibilmente usati dai frequentatori del teatro, soprattutto a Londra, dove un secolo fa i ristoranti alla moda non erano così numerosi come oggi, e la gente era ricevuta in maggior misura nelle abitazioni private. Per mezzo degli ampi compartimenti per l’acqua calda in cui erano adattati i piatti per prima portata, il cibo poteva conservarsi caldo per un tempo notevole fino al ritorno a casa del padrone e degli ospiti. L’unico “servizio” indicato nella lista d’articoli di p.197, è descritto nel libro dei modelli nel modo seguente: “Vassoio rettangolare da 20”, con supporti in argento a gadrooning, manici e piedini a forma di sfera, cui sono fissati due grandi decanters e 12 bicchierini”.

 

 

BOCCALI, CALICI, COPPE E TAZZE

 

I boccali, con e senza coperchi, le coppe, i calici e i recipienti da bevanda di tutti i tipi sono annoverati tra i prodotti più diffusi del vasellame placcato Old Sheffield. Molti produttori si specializzarono in tal genere d’articoli, mentre altri produssero esclusivamente questi. Thomas Law, Nathaniel Smith, John Love e Josephus Smith fabbricarono tutti grandi quantitativi di coppe e boccali, e quasi ogni giorno i collezionisti d’antichi articoli placcati possono imbattersi in esemplari. Qui sotto è riprodotta una pagina illustrata, tratta da uno dei vecchi cataloghi di Sheffield, in cui si cita il nome “Misura Winchester”. 111

Sussistono pochi dubbi sul fatto che il nome derivi dall’antica città di Winchester. Ai tempi dei Sassoni, quand’essa era sede del governo, lì era conservata la misura standard, e il bushel 112 di Winchester fu usato in Inghilterra dal tempo di Enrico VII fino al 1825, quando il bushel imperiale di capacità leggermente maggiore divenne la misura legale. E’ stato detto che la “Pinta Winchester” equivale ad ¼, e non v’è dubbio che anch’essa scomparì nel 1826, quando divenne operativo uno statuto uniformante pesi e misure. Talvolta questi boccali sono stampati con le iniziali I. M., che starebbero per Misura Imperiale; altri sono marchiati con la corona reale e le iniziali [iniziali], e nel caso dei boccali attestati a Sheffield, essi recano anche le insegne araldiche del borgo, le “frecce a croce” (talvolta scambiate con il marchio registrato dalla T. & J. Creswick nel 1811). Tutti i boccali così marchiati sono destinati all’uso in alberghi, locande o luoghi pubblici. Le fessure che si possono trovare delle volte sotto le parti inferiori dei manici cavi dei boccali, sia in argento e in placcato argento, si dice furono fatte allo scopo di utilizzare il manico come fischietto (per far servire ancora da bere). Rovesciando il boccale vuoto e soffiando lungo quest’apertura, dai manici cavi si può di certo produrre una specie di rumore. Ma un’apertura di qualche sorta nei manici era necessaria a garantire che durante la loro saldatura sui corpi dei boccali non si verificasse alcun incidente.

Le grandi tazze per il punch, e le grandi coppe dell’amicizia a due manici in Old Sheffield Plate, capaci di tenere ¾ o più, sono clamorosamente rare.

 

 

BARATTOLI PER IL TÈ (TEA CADDIES) E CANISTERS

 

Scopriamo che nelle primissime liste d’articoli prodotti dai vecchi placcatori, i modelli dei tea canisters o caddies seguivano molto da presso i contorni dei corpi delle teiere, e che si faceva una partizione dal centro di questi corpi per tenere separate le due varietà di tè, ossia la nera e la verde. I corpi dei modelli più grandi illustrati a p.353 assomigliano molto a quelli delle teiere, e questi esemplari potevano essere usati per il tabacco, i biscotti o il tè, a seconda. Un interessante tea canister illustrato qui sotto è proprio quello che si dice un capolavoro. Ciascun apprendista nel completare le incisioni doveva fornire una dimostrazione pratica della propria competenza per mezzo della manifattura, senz’aiuto, di un articolo relativo al mestiere cui era stato iniziato.

I barattoli per il tè si trovano in genere con lucchetti e chiavi. Delle volte sono rinchiusi in una custodia provvista di lucchetto, poiché in ragione del prezzo elevato del tè in passato, il padrone di casa lo conservava con cura.

Allo stesso modo della maggioranza degli articoli Old Sheffield Plate, non vi era alcuna regola rigida quanto alla dimensione. I barattoli erano modellati prestando più attenzione al disegno che alla capacità. Nel caso delle antiche teiere anche l’utilità era spesso sacrificata all’apparenza, specialmente per quanto concerne i beccucci. Chi non ha mostrato comprensione alla padrona di casa quando, a causa della lunghezza e della strettezza del beccuccio, ogni tentativo di versare più rapidamente inclinando la teiera si è risolto in un disastro per il vassoio o la tovaglia (si vedano le illustrazioni a p.355).

 

 

TEIERE

 

Le teiere di fabbricazione inglese esistono dal tempo di Carlo II. Un disegno ovale scanalato del periodo georgiano, oggi chiamato comunemente “Regina Anna”, fu messo sul mercato con un nome fuorviante circa 25 anni fa. Quelli prodotti durante il periodo della Regina Anna, avevano in genere forma di grossa pagnotta casalinga od ottagonale.113 Un nucleo famigliare, dipinto da Hogarth nel 1720 (il quadro appartiene ai fratelli Crichton), ritrae un tea-party. Sulla tavola sono disposti, in un tipico disegno ottagonale del periodo, una teiera, un bollitore, un barattolo, una caraffa con coperchio e una zuccheriera, e inoltre una scodella per i fondi del tè. Le teiere sono tra gli articoli più comuni in Old Sheffield plate che si possano trovare oggi, ma i servizi completi sono per contro assai rari; quelli esistenti non risalgono a molto prima del 1810. Le teiere fabbricate prima del 1770 in Sheffield Plate s’incontrano molto raramente.

Le diverse forme dei corpi delle teiere sono appena meno varie delle variazioni negli stili delle loro montature. Le stravaganze dei beccucci, che cominciano con quelli perfettamente diritti trovati sulle prime teiere del 1768 (vedi illustrazione a p.88), e finiscono intorno al 1850 con la tendenza a tornare alle primissime forme, costituiscono un interessante studio che meriterebbe da solo un capitolo. Le forme dei manici, i disegni delle manopole, i pods 114 al posto dei piedini, la differenza nei cardini, e le variazioni sia nella cesellatura e nell’incisione, sono sufficientemente interessanti dal punto di vista di un intenditore da costituire essi stessi l’argomento di un intero volume. I manici in metallo 100% sulle teiere fatti uno ad uno si trovano di rado, mentre ricorrono di frequente sulle caffettiere e le teiere come parte di servizi completi. Le sostanze di cui sono composti in genere i manici sono il legno colorato, l’ebano, il corno compresso e – molto raramente – l’avorio.

Le stesse osservazioni valgono per quanto concerne le manopole delle teiere, piccole aggiunte insignificanti che tuttavia conferiscono più personalità all’articolo adornato di qualunque altra cosa. Di tutte le forme di manopola, gli ananas colorati di verde in avorio 115 sono senza dubbio i più piacevoli a vedersi, e chiudono in bellezza il desinare meglio d’ogni altro articolo. Nei primi tempi queste manopole si possono trovare di solito sulle varietà più leggere di teiera – come quelle con strisce incise, ecc. Come summenzionato, i supporti separati per teiera uscirono gradualmente dal commercio, presa i produttori l’abitudine di saldare piccole sfere alle basi delle teiere in qualità di isolanti, impedendo così in qualche misura danni ai vassoi di legno e ai tavoli. Questi piedini a forma di sfera rimasero in uso costante fino alla fine dell’industria, nonostante i ripetuti tentativi di soppiantarli effettuati dalle varietà di modelli “Artiglio e sfera” e “maschera di leone”.

 

 

RECIPIENTI PER IL TÈ (TEA URNS)

 

I recipienti per acqua calda, caffè o il tè occupano un posto sulle credenze delle classi più ricche dalla metà del XVIII sec. circa. Il primo legame con l’Old Sheffield Plate risale intorno al 1762 116, e li troviamo elencati nella lista d’articoli del 1774. I piccoli tea urns Old Sheffield di quel periodo, la cui capacità andava dal ½ ai ¾ circa, sono tenuti in gran pregio dai collezionisti, e quando sono offerti in vendita quelli in buone condizioni, si realizzano dei prezzi assai notevoli. Come molti altri articoli in Old Plate, questi recipienti, con l’introduzione dei pesanti supporti a decorazione vistosa, crebbero notevolmente in dimensione, al punto che dev’essere stato assai difficile per il più robusto dei maggiordomi alzarli quand’erano pieni, e appesantiti ulteriormente dai bollitori di ferro.

I tea urns in un primo tempo furono prodotti senza alcun accessorio per riscaldamento. Furono poi introdotte delle applicazioni per mantenere bollente l’acqua, con l’aiuto di un ferro per riscaldamento fissato nella parte superiore della base. Questo ferro penetrava nella parte inferiore del corpo, ed era assicurato come si vede nell’illustrazione di p.361. Nelle due pagine seguenti, è illustrato in dettaglio un curioso recipiente. In cima alla base separata si vedrà un contenitore rotondo perforato, fatto di ferro, in cui si depositava la carbonella bollente. Da questo partiva un tubo, fissato alla base, che correva su per il corpo del recipiente, conducendo il calore dalla carbonella attraverso il corpo, e facilitando inoltre la combustione completa. Il coperchio era fissato strettamente intorno a questo tubo. La manopola era rimovibile e regolabile con l’aiuto di una presa, visibile nell’illustrazione.

Un metodo più tardo per riscaldare tali recipienti consisteva in un pezzo di ferro separato a forma di piccolo lingotto, arroventato e quindi depositato in un rivestimento isolato fissato dentro separatamente, che si trova saldato quasi sempre all’interno dei tea urns prodotti dopo il 1800. Tale metodo si applicava talvolta agli scaldapiatti per prima portata prodotti prima di quella data. I tea urns con lampade e bruciatori sono nettamente i più soddisfacenti nell’uso, ma quelli in Old Sheffield Plate scarseggiano. La cosa va spiegata forse con l’elevato prezzo degli alcool etilici comune in passato.

 

 

PORTA TOAST (TOAST RACKS), PORTAUOVO (EGG FRAMES), SCALDAUOVO (EGG BOILERS), E LE LORO VARIE COMBINAZIONI

 

I porta toast – vassoi per il pane tostato, come si definivano – e i portauovo non sono menzionati nella lista degli articoli del 1774. Può essere che la loro produzione fosse troppo ordinaria per attirare l’attenzione. Ciò nondimeno, vediamo che piccoli articoli quali le conchiglie di pettine, gli imbuti per il vino e gli spiedi hanno un posto nell’elenco. Si farebbe quasi centro fissando tra il 1780 e il 1785 117 la data d’introduzione di portauovo e porta toast – per quanto riguarda il settore degli articoli placcati –, contemporaneamente all’invenzione perfezionata del filo metallico placcato. Samuel Roberts tirò fuori un brevetto per il suo vassoio porta toast nel 1807 118; vi erano altri disegni per porta toast pieghevoli che in apparenza non furono brevettati, uno dei quali è illustrato alla fine di p.369.

Riguardo al portauovo, il porta toast, la saliera, ecc., e le loro combinazioni, tutte le aziende producevano questi articoli in vari modelli, ciascuno col proprio stile. Tra i 65 portauovo elencati a p.197, una percentuale consistente è composta dalle combinazioni di questi articoli.

Forse i produttori di Old Sheffield Plate prendevano spunto nelle loro realizzazioni dalle numerose produzioni differenti dello stesso periodo firmate da Thomas Sheraton. Questi nacque nel 1750 e morì nel 1806. Il suo libro sui mobili, pubblicato nel 1793, testimonia delle sue idee in materia d’economia dello spazio e utilità dello scopo. La sensibilità rintracciabile nell’invenzione di questi mobili potrebbe forse aver influenzato i disegnatori di tali articoli placcati d’utilità domestica, poiché erano usati unitamente l’uno all’altro.

In ogni caso, le produzioni di Sheraton furono contemporanee di quegli articoli compositi in Old Sheffield Plate, quali gli épergnes e le ampolliere combinate; portauovo con cucchiai, saliera e pepaiola, porta toast con pepaiola, saliera e portauovo; servizi da cena con zuppiera, piatti per prima portata e saliere; macchinette per caffè e tè; calamai da scrittoio con scatola per cialde, accenditoio, ecc., e molte altre idee che sembrano esser state eseguite dai vecchi placcatori, e che raramente si trovano prodotte dagli argentieri londinesi dello stesso periodo, verso la fine del XVIII sec.

 

 

TABACCHIERE E SCATOLE PER SIGARI. ACCENDIPIPA. SCATOLE CON ESCA E ACCIARINO (TINDER BOXES).

 

Gli Old Sheffield Platers nella produzione di tabacchiere e “segar boxes”, com’erano descritte, condussero un’attività di una certa entità. Oltre ad essere un tempo una decorazione da tavola molto carina la sera, il tabacco e i sigari si conservavano assai bene in queste scatole, preparate in maniera così intelligente da essere ermetiche. Assieme a queste sono illustrati degli accendipipa; sulle loro finalità è sorta una gran discussione. A volte sono descritti come piatti per castagne o per dolciumi. Poiché tuttavia i piedi sono stati inchiodati ai piatti e avvitati ai vassoi sotto di loro – e contenendo un rivestimento protettivo di rame separato – è chiaro che fungevano da contenitori di torba, o qualche altro combustibile.

Il Sig. H.C. Casley afferma: “Non posso dire se in passato fossero usati nei caffè e nei club, so però che erano prodotti per il mercato olandese, ed erano utilizzati in tempi relativamente moderni. Un artista belga che era solito visitare casa nostra quand’ero ragazzo, portava dal suo paese ogni genere di disposizione di bollitori da tavola, che quasi immancabilmente si rivelavano prodotti a Sheffield”.

Qualcosa che assomigliasse ai fiammiferi fu adoperato in casa soltanto dal 1835. Si dice però che le tinder boxes sono dure a morire. Le domestiche erano esseri umani e conservatrici, e in un primo tempo si lagnarono vigorosamente del nuovo metodo consistente nell’accensione di un fiammifero, ed attribuirono la loro scoperta ad un agente diabolico. La scatola con esca e acciarino pertanto resistette per molto tempo all’introduzione dei fiammiferi, avendo peraltro un vantaggio sulle scoperte successive nel campo della produzione della fiamma – l’umidità non la rovinava irrimediabilmente. Questa qui illustrata, essendo così piccola, fu forse prodotta per un particolare scopo. La produzione delle tinder boxes in Old Sheffield Plate non può aver costituito un’attività regolare, poiché esse sono molto rare, e nei vecchi libri dei modelli non sono menzionate. Abitualmente erano costruite in legno, 8” di lunghezza, 5” di larghezza, 2” d’altezza, e divise a metà; una sezione conteneva l’acciarino, la pietra focaia, e delle strisce di legno, le cui estremità erano state immerse nello zolfo; l’altra conteneva l’esca e il damper. 119

 

 

SECCHIELLI PER GHIACCIO (WINE COOLERS)

 

Descritti come “ice pails” nei vecchi libri dei modelli, questi articoli in Old Sheffield Plate scarseggiano prima del 1800. Certamente si può dire che prima del 1780 è comunque difficilissimo trovarne. La lista del 1774 omette completamente qualsiasi annotazione della loro esistenza a quella data, e soltanto tra il 1815 e il 1825 essi assunsero l’importante posizione sulle credenze del tempo, tenuta in precedenza dalle vecchie scatole per coltelli Chippendale e Sheraton. Oggi i prezzi dei secchielli per ghiaccio Old Sheffield in buone condizioni, sono parecchio saliti rispetto a quelli offerti 10 o 15 anni fa. Le produzioni riccamente decorate del tardo periodo georgiano sono ancora le più popolari presso i collezionisti. E’ abbastanza sorprendente scoprire che l’ammasso dei secchielli per ghiaccio oggi così a gran richiesta, fu prodotto in tempi relativamente recenti, e la maggior parte di loro da soltanto due o tre delle ditte di Sheffield, che pare si fossero specializzate in questa classe d’articoli. I secchielli per ghiaccio prodotti oggi sono destinati in genere all’uso negli alberghi e sui bastimenti.

Gli articoli a montatura pesante, e in particolare i secchielli per ghiaccio, valgono tutto il loro prezzo, giacché la loro manifattura segnò il culmine della perizia dei placcatori. E’ assai difficile dire se la resurrezione dei secchielli per ghiaccio placcati a fusione (anche supponendo che esistano ancora gli stampi usati in passato nelle varie parti della loro costruzione), sia ancora possibile in qualche misura.

I secchielli per ghiaccio non sono affatto gli articoli più economici in Old Sheffield Plate, e scorrendo il catalogo dei Sigg. I. & I. Waterhouse & Co., scopriamo che 16 ghinee al paio era considerato il giusto prezzo all’ingrosso da fare per il modello più ordinario della ditta, mentre per quello illustrato a p.383, a forma di vaso greco, si chiedevano ben 20 ghinee al paio.

Tra il 1788 e il 1794, fu creato uno stile di secchiello per ghiaccio molto grazioso, con ampie strisce d’argento saldate su, e sopra delle incisioni a taglio lucido profondo. Fabbricati principalmente dalla Daniel Holy, Wilkinson & Co., dalla Matthew Fenton & Co. e dalla Nathaniel Smith & Co., sono alquanto rari.

 

 

IL VASO WARWICK

 

Riprodotto per fungere da secchiello per ghiaccio, non v’è dubbio che in una certa misura il vaso perde un bel po’ della sua concezione originaria quanto alla forma, ma, ciò nondimeno, ogni collezionista che possieda una riproduzione in questa forma del prestigioso Vaso Warwick in Old Sheffield Plate è di sicuro fortunato.

I prezzi fatti per questi begli esemplari di produzione artigianale di Sheffield, nel corso degli ultimi 10 anni sono cresciuti repentinamente. Oggi 100 ghinee non sarebbero assolutamente troppe per apprezzare il valore di un paio di questi vasi – in genere adattati come secchielli per ghiaccio -, se in perfette condizioni. I prezzi all’ingrosso citati nei loro cataloghi dai produttori di questi vasi, la I. & I. Waterhouse & Co., sono 32 ghinee al paio, e la produzione originaria deve risalire intorno agli anni 1820-1830. Alcuni modelli del Vaso Warwick, impressi col marchio di questa ditta, possono trovarsi anche come recipienti per il tè e zuppiere e, come tali, non sono assolutamente così piacevoli come nel caso precedente.

Andrà scusato il produttore – che aveva dovuto affrontare una spesa così grossa nel taglio degli stampi per questi vasi –, per aver fatto un uso possibile qualsiasi dei modelli. Non dovrebbe pertanto sorprendere più di tanto il trovare altri articoli in Old Sheffield Plate oltre a quelli elencati, a forma di Vaso Warwick. Quelli trovati col marchio del fiordaliso non possono essere stati fabbricati prima del 1833, data della registrazione del marchio da parte di Waterhouse. Quelli col marchio della corona furono probabilmente prodotti verso il 1820.

Per quanto concerne l’origine della “riproduzione” del Vaso Warwick, siamo in debito nei confronti delle “Memorie di mezzo secolo di Sir E. Thomason”.

“Alla fine di giugno del 1813, si parlava molto del fatto che il Conte di Warwick aveva infine acconsentito a che un modello dello splendido vaso al Castello di Warwick fosse modellato sul posto, a condizione che Lord Lonsdale lo facesse in argento; a ciò Lord Lonsdale acconsentì, e la sua signoria pensò di stabilire con i Sigg. Rundell & Bridges che il costo, spese incluse, non superasse le 30.000£. I Sigg. Rundell & Bridges, prima di completare il contratto, chiesero di mandare il loro principale modellatore al Castello per farne un modello in cera; le difficoltà e le spese che sentivano di dover affrontare nella colatura di una superficie d’argento così vasta, li portarono a comunicare alla sua signoria che il preventivo doveva essere di 30.000£, più o meno 5.000£.

Ora, Lord Lonsdale non fu d’accordo con le parole “più o meno”, e vedendo che vi erano dubbi sulla fattibilità di un esemplare di vasellame talmente gigantesco, la trattativa fu abbandonata del tutto. Quale costo i Sigg. Rundell & Bridges avessero determinato per il grande modello oramai quasi completato, non l’ho mai sentito dire con sicurezza, ma ritengo che i Sigg. Rundell & Bridges fossero assolutamente coerenti nel chiedere il margine sul prezzo di cui si è detto”.

Il vaso fu copiato alla fine da Sir Thomason, dopo molte discussioni, in bronzo. Si riteneva che così fosse più di buon gus